giovedì 30 gennaio 2025

Vino di Serpente: l'elisir estremo tra mito, medicina e tradizione

 


Nel vasto universo delle bevande alcoliche, poche hanno un'origine tanto affascinante e, per i palati occidentali, inquietante quanto il vino di serpente. Conosciuto in Asia come shéjiǔ in Cina o rượu thuốc in Vietnam, questo infuso alcolico rappresenta un perfetto esempio di come la tradizione, la medicina popolare e la cultura si intreccino in una formula che sfida il concetto stesso di bevanda.

Le radici di questa pratica sono antichissime. Alcune fonti fanno risalire la sua origine alla dinastia Zhou occidentale, che governò la Cina tra il 1040 e il 770 a.C. . Da allora, la sua produzione e il suo consumo si sono diffusi in tutto il Sud-est asiatico, fino a diventare una vera e propria istituzione culturale in paesi come Cina, Vietnam, Corea, Giappone e Thailandia .

In Giappone, il vino di serpente è conosciuto come habushu ed è una specialità dell'arcipelago di Okinawa. Qui, la tradizione prevede che il serpente habu, un trimeresurus endemico dell'isola, venga immerso nell'awamori, il distillato di riso locale .

Per comprendere il vino di serpente, bisogna guardare oltre il suo aspetto estremo. La sua ragion d'essere è profondamente legata alla medicina tradizionale cinese, dove il serpente è considerato un animale dalle importanti proprietà ricostituenti e rivitalizzanti .

Non si tratta quindi di una bevanda concepita per il piacere del palato, ma di un vero e proprio elisir curativo. Nella cultura popolare asiatica, gli vengono attribuiti poteri benefici per curare diversi malanni:

  • Reumatismi e dolori articolari

  • Mal di schiena e artrite

  • Perdita di capelli

  • Disturbi della circolazione

  • In generale, per aumentare la virilità e la longevità

Secondo la credenza popolare, il veleno dell'animale, una volta reso innocuo dall'alcol, costituirebbe l'elemento più prezioso per le sue proprietà terapeutiche .

Il processo di produzione del vino di serpente è un rituale che si tramanda da generazioni. La ricetta più comune prevede l'immersione di un serpente intero in un contenitore di vetro o ceramica riempito con vino di riso o un altro alcol a base di cereali. In alcune varianti, il serpente viene lasciato a macerare vivo all'interno del liquore per diversi mesi, fino a diversi anni. Nei mercati e nelle farmacie tradizionali, è possibile trovare queste bottiglie esposte al sole, dove il processo di infusione viene accelerato e la bevanda assume un caratteristico colore ambrato.

Esistono diverse varianti regionali:

  • Nella tradizione vietnamita, il serpente viene spesso associato a radici, erbe e altre componenti animali, come i gechi, per creare un tonico rinvigorente .

  • In alcune zone del Vietnam, l'usanza prevede di estrarre il cuore e il sangue del serpente ancora battente e mescolarlo all'alcol per creare un intruglio particolarmente potente .

  • In Corea e Giappone, invece, si utilizzano solitamente serpenti non velenosi, come i serpenti d'acqua .

  • In Laos e altre zone del Sud-est asiatico, il serpente, ancora vivo, viene affogato nell'alcol e lasciato macerare, spesso con l'aggiunta di radici e insetti .

Oggi, il vino di serpente continua a essere prodotto e commercializzato, rappresentando un souvenir estremamente popolare per i turisti in visita in Vietnam e in Cina . Bottiglie di diverse dimensioni, con all'interno il rettile perfettamente conservato, vengono vendute in numerosi negozi di souvenir, testimonianza di una tradizione che non accenna a scomparire.


mercoledì 29 gennaio 2025

Vino di Visciole: l'antico elisir delle Marche

 

Nelle dolci colline marchigiane, dove la terra sa ancora di storia e di tradizione, esiste un nettare che affonda le sue radici nel Medioevo: il Vino di Visciole. Un'antica bevanda che custodisce il sapore asprigno e genuino delle ciliegie selvatiche, capace di evocare ricordi lontani e di unire le persone attorno a un calice.

La storia del Vino di Visciole affonda le sue origini in un'epoca lontana, probabilmente il Medioevo, quando era consuetudine aromatizzare i vini per i banchetti nobiliari . Dai castelli dei signori, l'usanza si diffuse nelle campagne, dove ogni famiglia aveva il proprio albero di visciole nell'orto e custodiva gelosamente la propria ricetta segreta .

Un aneddoto particolarmente affascinante riguarda il duca Federico da Montefeltro. Come documentato dal suo biografo, il celebre condottiero rinascimentale non beveva alcun vino che non fosse quello con ciliegie o visciole . Il Duca era così appassionato che amava visitare le cantine in cui si produceva questa bevanda per esprimere il suo giudizio, utilizzando una curiosa scala di valutazione: "Bono" (pessimo), "Bono Bono" (sufficiente), "Bono Bono Bono" (buono), "Bono Forte" (straordinario) .

Nonostante il nome con cui è universalmente conosciuto, definire il Vino di Visciole "vino" è tecnicamente scorretto. Per legge, il termine "vino" può essere utilizzato esclusivamente per bevande ottenute dalla fermentazione dell'uva . Si tratta invece di un vino aromatizzato, prodotto con ciliegie acide (Prunus cerasus) .

Le visciole sono una varietà di ciliegia selvatica dal sapore acidulo e dalla polpa rossa, simili alle amarene ma più dolci e di colore più scuro . Per la loro preparazione concorrono, oltre alle ciliegie, zucchero, spezie e mosto d'uva o vino fermo .

La tradizione del Vino di Visciole si manifesta in due modalità di preparazione, profondamente radicate in due diverse aree geografiche delle Marche: la Vallesina, in provincia di Ancona, e l'entroterra di Pesaro e Urbino .

Nella Vallesina, in particolare nei comuni di San Paolo di Jesi, Cupramontana e Staffolo, le visciole appena raccolte vengono immediatamente poste a macerare con zucchero al sole, all'interno di damigiane di vetro, per tutta l'estate . Il prodotto che si ottiene, uno sciroppo profumato, viene poi aggiunto al mosto di uve rosse durante il periodo della vendemmia, avviando così una lenta fermentazione che può durare fino a 12 mesi . Questa versione è comunemente chiamata "vino di visciola" .

Nella zona di Pesaro e Urbino, che coinvolge le comunità montane del Montefeltro, del Catria e Nerone e dell'Alto e Medio Metauro, le visciole raccolte a fine giugno vengono invece messe a macerare direttamente nel vino rosso dell'anno precedente, con l'aggiunta di zucchero . Questa macerazione a freddo dura circa quattro mesi, in vasche di acciaio . Il prodotto finale è noto come "visner" . In alcune varianti di questa ricetta, le visciole vengono prima lasciate appassire al sole per alcuni giorni, per sprigionare al meglio i loro aromi .

La produzione di questa bevanda, sebbene apprezzata in tutta Italia, rimane di nicchia e legata al territorio . Il risultato, indipendentemente dal metodo di produzione, è un vino dolce dal colore rosso scuro, intenso e fragrante, da degustare o da dessert . Il suo profilo è caratterizzato da un'alta gradazione alcolica, che si attesta intorno ai 14-15 gradi, e da un sapore che gioca su un piacevole equilibrio tra dolcezza e una sottile acidità .

Il Vino di Visciole è un vero e proprio patrimonio enogastronomico, un'eredità che le generazioni hanno saputo custodire e tramandare, facendone un simbolo della cultura e delle tradizioni delle Marche. Un sorso di questo elisir è un viaggio nel tempo, un racconto di antiche nobiltà e di sapiente laboriosità contadina.


martedì 28 gennaio 2025

Alexander Keith's: Il Re di Halifax tra Storia e Polemica

 


Nel cuore del lungomare di Halifax, in Nuova Scozia, si erge un'istituzione canadese: il birrificio Alexander Keith's. Con i suoi oltre due secoli di storia, non è solo uno dei più antichi birrifici del Nord America, ma anche un simbolo culturale per la regione, tanto che un cittadino su tre in Nuova Scozia sceglie ancora oggi una delle sue birre. La sua storia è un affascinante intreccio di emigrazione scozzese, eredità politica e un acceso dibattito su cosa definisca veramente una birra.

Fondato nel 1820 da Alexander Keith, un emigrante scozzese arrivato in Canada solo tre anni prima, il birrificio è rapidamente diventato un punto di riferimento a Halifax. Alexander Keith non fu solo un abile mastro birraio, ma anche un politico amato, eletto sindaco di Halifax per tre mandati consecutivi, un fatto che cementò ulteriormente il legame tra il suo nome e la città. La sua eredità è così viva che ancora oggi, nel giorno del suo compleanno, gli appassionati gli rendono omaggio sulla sua tomba lasciando tappi e bottiglie della sua birra.

Oggi, dopo essere passata di mano, l'azienda è controllata da Labatt, una sussidiaria del colosso mondiale Anheuser-Busch InBev. Questo cambiamento di proprietà ha permesso la distribuzione dei suoi prodotti in tutto il Canada e, dal 2011, anche negli Stati Uniti, allargando la portata del suo mito.

Il prodotto di punta e più venduto della casa è la Alexander Keith's India Pale Ale. Tuttavia, è proprio attorno a questa birra che si concentra la maggiore polemica nel mondo degli appassionati. Pur essendo commercializzata con il nome "India Pale Ale", la sua ricetta si discosta notevolmente dalle caratteristiche dello stile IPA moderno. I puristi sottolineano due differenze principali:

  1. Gradazione Alcolica (ABV): Si attesta intorno al 5%, mentre un'IPA tradizionale ha solitamente una gradazione più alta, tra il 5.5% e il 6.5%.

  2. Amarezza (IBU): Il suo livello di amarezza è molto basso, circa 20 IBU, un valore lontano dai 40-100 IBU tipici di un'IPA moderna che punta su un profilo deciso e luppolato.

La risposta dell'azienda a queste critiche è che la birra veniva chiamata "India Pale Ale" molto prima che lo stile IPA diventasse popolare e assumesse i connotati estremi che conosciamo oggi. In effetti, per questo motivo, quando la birra è stata lanciata negli Stati Uniti, è stata ribattezzata "Nova Scotia Style Pale Ale" per evitare fraintendimenti, una mossa che evidenzia la consapevolezza del birrificio riguardo alla particolarità del suo prodotto.

Nonostante (o forse proprio a causa di) questo suo essere "non ortodossa", la Alexander Keith's India Pale Ale rimane la birra più popolare della Nuova Scozia e una delle più vendute in Canada, a riprova che il legame con il territorio e la tradizione spesso contano più delle rigide categorizzazioni tecniche.

Un episodio curioso ha riportato l'attenzione sulla lunga storia del birrificio. Nel 2015, un subacqueo trovò una bottiglia di birra Alexander Keith's risalente a un periodo compreso tra il 1872 e il 1890 nelle acque al largo di Halifax. Incredibilmente, la birra al suo interno era ancora conservata e, dopo analisi di laboratorio, fu giudicata abbastanza sicura da essere assaggiata. Il sorso, descritto come un'esperienza unica nella vita, rivelò note di frutta, un forte sentore di zolfo e un gusto salato, offrendo una finestra sensoriale sulla produzione canadese di fine Ottocento.

Oggi, il birrificio è una tappa obbligata per i turisti di Halifax. La visita guidata, animata da personaggi in costume d'epoca, trasporta i visitatori nella Halifax del 1863, raccontando la storia della città e offrendo naturalmente la possibilità di degustare le diverse birre prodotte. Alexander Keith's è più di una semplice bevanda: è un pezzo di storia canadese, un'eredità scozzese e una delle più longeve icone del continente.



lunedì 27 gennaio 2025

Armageddon: il colosso scozzese che ha sfidato i confini della birra

 


Nel mondo delle birre artigianali, la ricerca del limite è una sfida che va oltre il gusto, spingendosi nei territori della chimica e dell'azzardo. Se siete tra gli appassionati che cercano sempre il "massimo", allora il nome Armageddon dovrebbe far vibrare le vostre papille gustative. Nata tra le nebbiose terre scozzesi di Banchory, nell'Aberdeenshire, questa creazione del birrificio Brewmeister non è solo una bevanda: è una dichiarazione di guerra alle convenzioni.

Lanciata ufficialmente il 3 novembre 2012, l'Armageddon ha riscritto la storia delle classifiche mondiali presentandosi con una carta d'identità impressionante: 65% vol. di gradazione alcolica . Per intenderci, stiamo parlando di una concentrazione superiore a quella di un whisky o di una vodka tradizionale, pur rimanendo tecnicamente (e legalmente) una birra.

Il mastro birraio Lewis Shand, mente dietro questa pozione, lo ha ammesso senza mezzi termini: "Armageddon assomiglia più a un liquore che a una birra, ma siamo riusciti a classificarla come tale grazie ai suoi ingredienti, rendendola di fatto la birra più alcolica al mondo" .

Com'è possibile ottenere una tale potenza senza ricorrere alla distillazione classica, vietata per le birre? Il segreto risiede nello stile Eisbock, una tecnica di "distillazione a freddo" .

Il processo sfrutta un principio fisico elementare: l'acqua congela a 0°C, mentre l'alcol ha un punto di congelamento molto più basso . Portando la birra a temperature polari, i mastri birrai rimuovono la parte ghiacciata (acqua), lasciando un concentrato densissimo di alcol, zuccheri e aromi. Ripetendo questo processo più volte, si ottiene l'essenza pura della birra.

Nonostante la forza d'urto, l'Armageddon non dimentica le sue radici e la qualità delle materie prime :

  • Malto cristallino: responsabile delle note dolci di caramello e del colore ambrato profondo

  • Grano e fiocchi d'avena: utilizzati per donare una struttura setosa e un corpo incredibilmente denso, necessario a bilanciare l'aggressività dell'alcol

  • Acqua scozzese: l'elemento purissimo che lega il tutto, proveniente direttamente dalle sorgenti locali vicino ad Aberdeen

Nonostante il clamore suscitato, il regno dell'Armageddon come birra più forte del mondo è durato poco. Già nel 2013, lo stesso birrificio Brewmeister lanciò la Snake Venom, con una gradazione ancora più estrema del 67,5% . Oggi, come testimoniato da varie fonti, l'Armageddon non è più in commercio , rendendolo un oggetto da collezione per ogni vero beer hunter .

Il suo impatto, tuttavia, rimane indelebile. L'Armageddon è stata l'icona che ha abbattuto il muro del 60%, aprendo la strada a una vera e propria "corsa agli armamenti" tra birrifici, con la Snake Venom come regina indiscussa per anni .

Dimenticate il classico boccale da pinta. L'Armageddon va servita in piccoli calici da meditazione e sorseggiata con estrema calma, come fareste con un Cognac d'annata . La temperatura di servizio consigliata è tra i 7 e i 9°C .

Aspetto: il colore è un marrone scuro tendente al rubino, con una consistenza quasi oleosa .

Aroma: sprigiona intensi sentori di malto tostato, caramello e frutta sotto spirito .

Palato: l'attacco è prepotente ma seguito da una complessità maltata che ricorda il pane d'avena e il caramello bruciato. Il finale è, come suggerisce il nome, esplosivo: un calore che parte dalla gola e riscalda tutto il petto. Molti degustatori hanno notato come l'alcol sia sorprendentemente ben nascosto, tanto da far dubitare alcuni della reale gradazione .

Le recensioni degli appassionati sono estremamente variegate: c'è chi l'ha definita "una delusione piatta simile a una Newcastle" e chi l'ha trovata "sorprendentemente liscia per una birra da 65%" . Un aneddoto racconta di un acquirente che pagò 400 dollari per una confezione da sei spedita dalla Scozia, solo per scoprire che la birra era piuttosto deludente .

La sua natura estrema e l'assenza di carbonatazione lo rendono un prodotto più vicino a un distillato che a una birra tradizionale, confermando le parole di Lewis Shand . Nonostante tutto, per molti rimane un'esperienza da collezionista, un capitolo nella storia della birra che ha spinto i confini del possibile.


domenica 26 gennaio 2025

Sazerac, "the unforgettable" drink nato a New Orleans

 

Cocktail complesso e armonico; al palato si presenta caldo, maestoso e con note amare. Il Sazerac è un drink che vanta oltre 200 anni di storia e che ancora oggi vanta numerosi sostenitori. Da molti considerato il vero e unico First American Cocktail, ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della miscelazione, tanto da essere definito "the unforgettable" nella lista ufficiale IBA .

Il Sazerac non nasce come miscelato ma come rimedio medico. A quei tempi, infatti, si era soliti definire il distillato di vino – perfino in etichetta – "Medicinal brandy" per via delle sue proprietà ricostituenti e digestive . La sua storia inizia a New Orleans, città cosmopolita e meticcia, intrisa di eleganza e influenze creole, luogo mitico ed evocativo, culla e rifugio del jazz ma, soprattutto, dispensatrice generosa di piaceri alcolici.

Nella prima metà dell'Ottocento, la principale città della Louisiana era un crocevia di commerci, soprattutto di whiskey, e incontri di popoli diversi tra loro: creoli francesi, nativi americani, neri, spagnoli e italiani. New Orleans pullulava di hotel, ritrovi, bar e locali concentrati nel Vieux Carrè, il quartiere francese che rappresentava il vero cuore della città. Ogni locale si distingueva per un proprio drink, sempre forte, deciso al palato e privo di sciroppi o succhi, bevuti soprattutto al mattino dagli uomini d'affari che si riunivano per assumere la giusta carica .

Il Sazerac deve la sua nascita ad Antoine Amedee Peychaud, farmacista-erborista di origine francese arrivato a New Orleans nel 1795 come rifugiato. Proveniva da Haiti dove la sua famiglia era proprietaria di una piantagione di caffè, da cui era stato costretto a scappare in seguito alla ribellione degli schiavi .

Nel 1834, diventato farmacista, Antoine aprì un suo negozio di spezie al 123 di Royal Street dove iniziò a inventare tonici, amari e pozioni dalle qualità portentose. Tra le altre cose, creò anche l'American aromatic bitter cordial, un vero e proprio tonico medicinale la cui ricetta segreta – fatta di radici e cortecce amare – veniva tramandata dalla famiglia Peychaud da generazioni .

Si racconta che alla sera il farmacista fosse solito riunire gli amici nel retrobottega per offrire loro del cognac a cui aggiungeva una miscela segreta contenente acqua, zucchero, scorza di limone e qualche goccia del suo famoso bitter. La bevanda veniva servita nel portauovo, che in francese si chiama coquetier, che agiva da vero e proprio jigger. Dalla storpiatura linguistica del termine coquette, secondo alcuni, sarebbe nato il termine cocktail .

Il drink ideato da Peychaud venne servito unicamente in un bar di proprietà di Sewell Taylor che ne deteneva l'esclusiva in quanto unico importatore del fortunato cognac. Successivamente il bar prese il nome di Caffè Sazerac e, nel 1870, fu acquistato da Thomas Troy Handy, il quale sostituì il cognac con il Rye Whiskey .

Secondo alcuni la sostituzione fu dovuta alla voglia di assecondare i gusti degli americani, ma più probabilmente il motivo fu l'epidemia di fillossera che in quel periodo devastò i vigneti francesi, compromettendo la produzione del cognac. A ciò si aggiunga che la Guerra di secessione americana (1861-1865) rendeva difficile gli approvvigionamenti del celebre distillato francese, che divenne molto più costoso del locale Rye o del Bourbon .

Handy, a un certo punto, modificò ulteriormente la ricetta originale aggiungendo l'assenzio, seguendo la nuova moda che arrivava dall'Europa e che negli Stati Uniti stava assumendo gradualmente i contorni di una vera e propria mania .

Il successo del nuovo drink favorì la successiva commercializzazione del prodotto, già pronto in bottiglia. Handy riuscì ad assicurarsi i diritti di produzione del Peychaud's bitter e del nome del cocktail stesso, approfittando della sfortuna in cui cadde Antoine Peychaud, costretto a vendere il suo negozio con la formula e il nome del marchio dei suoi famosi bitter .

Ai primi del Novecento, tuttavia, intervenne un ulteriore cambiamento. In Francia e in molti Paesi europei fu vietata la produzione dell'assenzio, presumibilmente a causa delle sue proprietà allucinogene. Il liquore fu sostituito con il Pastis e l'Herbasaint, il che non impedì l'esplosione della Sazerac mania che indusse lo stesso Handy ad aprire altri due bar che, nel 1949, furono acquistati dall'Hotel Roosvelt insieme ai diritti sulla ricetta. A questi bar se ne aggiunse presto un terzo, il Sazerac bar, sito nella hall dello stesso albergo .

Negli anni, il Sazerac è diventato il simbolo stesso della Louisiana tanto che nel 2008 gli è stato conferito il riconoscimento di drink ufficiale dello Stato .

Nonostante la considerevole longevità, il cocktail è entrato a fare parte della lista ufficiale IBA solamente nel 2011, dove fa parte della categoria "The unforgettables" .

La preparazione del cocktail è semplice ma prevede un preciso rituale che va osservato rigorosamente in tutti i passaggi codificati, al fine di non compromettere il risultato finale.

Attrezzatura

  • Bicchiere old fashioned

  • Mixing glass

  • Pestello

  • Bar spoon

  • Strainer

Ingredienti

  • 5 cl di cognac

  • 1 zolletta di zucchero

  • 2 dashes di Peychaud's Bitter

  • 1 cl di assenzio

  • Per la decorazione: scorza di limone

Preparazione

  1. Riempire l'old fashioned con ghiaccio per farlo diventare ben freddo.

  2. Nel mixing glass mettere lo zucchero, qualche goccia di Peychaud's Bitter e una piccolissima quantità d'acqua.

  3. Con il pestello schiacciare lo zucchero e versare il cognac mescolando il tutto con un bar spoon.

  4. Versare l'assenzio nel bicchiere e, con l'aiuto dello strainer, filtrare il drink.

  5. Mescolare nuovamente il tutto e servire con una scorza di limone.


Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivalutazione del Sazerac, che ha contribuito a riportare in auge non solo il cocktail ma anche l'assenzio . Oggi il Sazerac è considerato da molti il first American cocktail, un antenato del genere che ha influenzato l'intera tradizione della miscelazione statunitense . È un drink che rispecchia certamente il bere dell'epoca: nasce come dopocena ma negli Stati Uniti, dove è considerato uno short drink, qualcuno lo beve anche come aperitivo .



sabato 25 gennaio 2025

Lo Spritz secondo Gorfer: Profumi, Struttura e Colori

 


I bartender delle spiagge della riviera adriatica, dai lidi ferraresi fino a Rimini e Cattolica, hanno già un soprannome per questa novità: lo chiamano anti-spritz. È il nuovo cocktail dell’estate che, al famoso Prosecco, mescola due liquori della Gorfer di Mirandola, il Rosolio di Bergamotto e lo Spritzable, regalando una bevuta originale e dal gusto particolare. Una tendenza che sta contagiando, in queste settimane, anche l'isola di Formentera, dove l'azienda modenese è sbarcata con i suoi Training Day dedicati ai professionisti della miscelazione.

Gorfer, azienda artigianale specializzata nella produzione di liquori, porta avanti dal 1955 la migliore tradizione liquoristica italiana, con un occhio sempre attento al rilancio dei propri classici come il Liquore Prugna, e all'innovazione nel mondo della mixology.

La proposta di Gorfer parte da Mirandola e introduce due liquori pensati per stupire: il Rosolio di Bergamotto e lo Spritzable. Entrambi si posizionano nella fascia alta dei prodotti per aperitivi, sia per gradazione (rispettivamente 30 e 35 gradi) sia per la complessità della profumazione. Per questo, la loro complessità richiede un abbinamento con vini spumanti di grande personalità, e non certo il Prosecco da 2,50 euro.

Entrambi i liquori vanno miscelati “in purezza” con il Prosecco, lo Spumante o il Pignoletto, rispettando la dose di 1 a 4. Per gli aperitivi in casa o con gli amici, l'azienda ha realizzato delle comode bottiglie da 20 cl, la dose perfetta per una brocca con una bottiglia da 75 cl di Prosecco.

La scelta del Rosolio di Bergamotto non è casuale. La parola "Rosolio" deriva dal latino "ros olis", che significa "rugiada del mattino", un nome nato perché gli agricoltori raccoglievano le erbe e i fiori all'alba, quando il loro profumo è più concentrato. Questo stile di liquore, antesignano del vermouth e dell'amaro, era un tempo l'aperitivo servito alla corte dei Savoia, conosciuto come "l'Aperitivo di Corte".

L'azienda modenese, per lo sviluppo dei nuovi prodotti per la mixology, si avvale della consulenza del pluripremiato bartender Charles Flamminio, che è anche brand ambassador di Gorfer. Grazie alle dimensioni artigianali del liquorificio, la produzione permette virtuosismi che i grandi produttori non possono permettersi. Gorfer è al servizio dei professionisti del settore Horeca anche con il servizio private label e, soprattutto, con la possibilità di sviluppare prodotti con formulazione esclusiva per il cliente, in piccoli lotti a partire da 100 bottiglie.

Liquori Gorfer
Via Pacinotti, 2 – Mirandola (MO)
www.liquorigorfer.it




venerdì 24 gennaio 2025

Moscow Mule, storia e ricetta del cocktail servito in tazza di rame


Il suo nome evoca la Russia ma il celebre long drink, a base di vodka, ginger beer e lime fresco, è nato negli Stati Uniti e ha una storia sorprendente che merita di essere raccontata. Il Moscow Mule non è certo un cocktail di primo pelo: vive, tuttavia, una nuova giovinezza, dovuta alla recente riscoperta dello zenzero (ginger), suo elemento essenziale, o all'imponderabile che ogni moda si porta dietro. La sua storia è affascinante, ma poco moscovita e molto newyorchese.

Il Moscow Mule nasce nel 1941 al Cock and Bull Tavern di New York, un locale che oggi non esiste più ma che allora era molto frequentato. La genesi è legata a tre protagonisti e a tre elementi che, per caso, si incontrarono una sera:

  • John Martin era il proprietario della Hublein, una delle prime aziende americane a commercializzare la vodka Smirnoff. Il prodotto faticava a decollare perché gli americani preferivano il gin.

  • Jack Morgan era il proprietario del Cock and Bull Tavern e aveva una scorta invenduta di ginger beer, una birra allo zenzero che produceva direttamente nel suo locale.

  • Sophie Berezinski era una giovane immigrata russa che possedeva un'azienda di oggetti in rame e cercava disperatamente di vendere le sue tazze in rame, che nessuno voleva acquistare.

Secondo la leggenda, i tre si incontrarono una sera e, per risolvere i loro problemi, decisero di unire le loro risorse: la vodka Smirnoff di Martin, la ginger beer di Morgan e le tazze di rame di Sophie. Nacque così il Moscow Mule, servito nella sua caratteristica tazza di rame, che divenne immediatamente un successo .


Per promuovere il suo nuovo cocktail, Martin intraprese un tour negli Stati Uniti, viaggiando da un bar all'altro con un set di tazze di rame e una bottiglia di vodka. In ogni locale, lui e Morgan preparavano un Moscow Mule e lo facevano assaggiare ai clienti, convincendoli a ordinarlo .

Ma l'idea più geniale fu quella di scattare una foto in ogni bar che visitavano: Martin posava sorridente, con in mano la tazza di rame e la bottiglia di vodka. La foto veniva poi inviata ai giornali locali, creando un passaparola che alimentava la curiosità del pubblico . Un "antesignano dei selfie" ante-litteram, che funzionò a meraviglia.

Il risultato fu straordinario: il Moscow Mule divenne rapidamente un cocktail cult in tutti gli Stati Uniti, contribuendo a sdoganare la vodka presso il pubblico americano, fino ad allora restio a bere distillati "stranieri" .

Perché proprio "Moscow Mule"?

Il nome fu scelto per due ragioni . Da una parte, la vodka era associata alla Russia (Moscow). Dall'altra, l'effetto dello zenzero della ginger beer sul palato era così "calciante" che ricordava un calcio di un mulo (mule) . Un nome evocativo e perfetto per un cocktail che stava per conquistare l'America.

Il Moscow Mule è un long drink della famiglia dei "Buck", cocktail a base di ginger ale o ginger beer, e rappresenta la combinazione perfetta tra il gusto pungente e speziato della ginger beer, la freschezza agrumata del lime e la purezza della vodka .


Ingredienti:

  • 4,5 cl di Vodka

  • 12 cl di Ginger beer

  • 0,5 cl di succo di lime fresco

  • 1 fetta di lime

  • Ghiaccio


Preparazione:

  1. Riempire la classica copper mug (o un bicchiere Highball) di ghiaccio.

  2. Versare la vodka e il succo di lime fresco.

  3. Completare con ginger beer.

  4. Mescolare delicatamente con un bar spoon.

  5. Decorare con una fetta di lime.

La gradazione alcolica, secondo IBA (International Bartenders Association), è del 38,8° .


La tazza di rame non è solo un elemento scenografico, ma ha una funzione pratica: il rame, essendo un ottimo conduttore di calore, mantiene il cocktail freddo più a lungo, permettendo di apprezzarlo nella sua freschezza per tutta la durata della consumazione . Inoltre, il rame conferisce una nota leggermente metallica al sapore, che molti appassionati ritengono esalti il gusto del cocktail .

Per garantire la sicurezza, le tazze originali sono rivestite internamente di acciaio inox o nickel, evitando che il rame entri in contatto diretto con il liquido . Tradizionalmente, la tazza è decorata con l'effige di un mulo .

Il Moscow Mule è un cocktail semplice ma estremamente versatile, che si presta a numerose varianti:

  • Il cetriolo: spesso servito come guarnizione, non è contemplato nella ricetta originale, ma si è diffuso come aggiunta comune in molti bar. Secondo alcuni, questa usanza deriva dalla tradizione dell'Europa orientale di bere la vodka accompagnata da cetriolini in salamoia .

  • Il rum: al posto della vodka, si ottiene un London Mule.

  • Il gin: si trasforma in un Gin-Gin Mule.

  • Il Mescal: il Mexican Mule, con un tocco affumicato.

  • Il whisky: il Kentucky Mule, con un gusto più robusto.

  • Per chi ama le bollicine: aggiungendo spumante, si ottiene uno Spritz Mule.

Il Moscow Mule rimane uno dei cocktail più amati al mondo. La sua storia, fatta di incontri casuali e colpi di genio, lo ha reso un'icona della miscelazione internazionale, mentre la sua ricetta, semplice e fresca, continua a conquistare nuovi palati.



 
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