venerdì 31 gennaio 2025

Tiziano: il Bellini viola che dipinge l’estate veneziana

 


Venezia è la città dei riflessi, dei colori che si specchiano nell’acqua e dei cocktail che raccontano storie. Tra i suoi capolavori liquidi, il Bellini è forse il più celebre, ma esiste un suo parente meno noto, dal colore intenso e dal nome altisonante: il Tiziano. Un long drink che unisce la freschezza del Prosecco alla dolcezza dell’uva fragola, regalando una nuance violacea che evoca le tele del grande maestro rinascimentale. Il Tiziano non è solo un cocktail: è un omaggio alla Serenissima, un brindisi ai suoi colori e un viaggio nel gusto.

Il Tiziano è una variante del Bellini, il celebre cocktail a base di Prosecco e purea di pesca bianca, inventato tra il 1934 e il 1948 da Giuseppe Cipriani all’Harry’s Bar di Venezia. Mentre la nascita del Bellini è documentata e leggendaria, le origini del Tiziano sono invece avvolte nel mistero. Non si hanno notizie certe su chi lo abbia creato o quando sia apparso per la prima volta. Il suo nome rimanda al grande pittore Tiziano Vecellio, ma il legame con l’artista è puramente iconografico: il suo colore violaceo ricorda solo alcune delle tonalità calde e profonde che caratterizzano le sue opere .

Come il Bellini, anche il Tiziano si prepara direttamente nel bicchiere, con un gesto semplice ma che richiede attenzione alla qualità degli ingredienti.


Ingredienti:

  • 7/10 di Prosecco (o Champagne) ben freddo

  • 3/10 di succo d'uva fragola


Preparazione:

  1. Versare il succo d'uva fragola in una flûte ghiacciata.

  2. Aggiungere con delicatezza il Prosecco ben freddo.

  3. Mescolare dolcemente con un cucchiaino per amalgamare gli ingredienti.

  4. Servire immediatamente.


In alcune varianti, si aggiunge anche un cucchiaio di succo di limone per bilanciare la dolcezza, oppure un goccio di vodka per renderlo più alcolico .

Il vero protagonista del Tiziano è l’uva fragola, un vitigno antico che deve il suo nome al profumo e al sapore che ricordano la fragola. I suoi acini sono piccoli, dolcissimi e di un colore rosso violaceo intenso. Non è un caso che il vitigno sia chiamato anche "Uva di Venezia" per il suo legame storico con il territorio della Serenissima. La sua presenza nel cocktail è ciò che conferisce al Tiziano la sua tonalità inconfondibile, più scura e vibrante rispetto al Bellini, e un sapore ricco di sentori di frutti di bosco.

Il Tiziano è un cocktail che evoca l’arte, la storia e la dolce vita veneziana. È un aperitivo perfetto per un brindisi al tramonto, magari davanti a un riflesso dorato sull’acqua del Canal Grande, e ha saputo conquistare anche oltreoceano: si può trovare nei menu di hotel di lusso a New York e in molte città internazionali, spesso in versione "punch" per grandi eventi .

Il suo colore e la sua storia lo rendono una scelta ideale anche per feste a tema artistico o per chi cerca un cocktail che sia un piacere per il palato e per la vista.




giovedì 30 gennaio 2025

Vino di Serpente: l'elisir estremo tra mito, medicina e tradizione

 


Nel vasto universo delle bevande alcoliche, poche hanno un'origine tanto affascinante e, per i palati occidentali, inquietante quanto il vino di serpente. Conosciuto in Asia come shéjiǔ in Cina o rượu thuốc in Vietnam, questo infuso alcolico rappresenta un perfetto esempio di come la tradizione, la medicina popolare e la cultura si intreccino in una formula che sfida il concetto stesso di bevanda.

Le radici di questa pratica sono antichissime. Alcune fonti fanno risalire la sua origine alla dinastia Zhou occidentale, che governò la Cina tra il 1040 e il 770 a.C. . Da allora, la sua produzione e il suo consumo si sono diffusi in tutto il Sud-est asiatico, fino a diventare una vera e propria istituzione culturale in paesi come Cina, Vietnam, Corea, Giappone e Thailandia .

In Giappone, il vino di serpente è conosciuto come habushu ed è una specialità dell'arcipelago di Okinawa. Qui, la tradizione prevede che il serpente habu, un trimeresurus endemico dell'isola, venga immerso nell'awamori, il distillato di riso locale .

Per comprendere il vino di serpente, bisogna guardare oltre il suo aspetto estremo. La sua ragion d'essere è profondamente legata alla medicina tradizionale cinese, dove il serpente è considerato un animale dalle importanti proprietà ricostituenti e rivitalizzanti .

Non si tratta quindi di una bevanda concepita per il piacere del palato, ma di un vero e proprio elisir curativo. Nella cultura popolare asiatica, gli vengono attribuiti poteri benefici per curare diversi malanni:

  • Reumatismi e dolori articolari

  • Mal di schiena e artrite

  • Perdita di capelli

  • Disturbi della circolazione

  • In generale, per aumentare la virilità e la longevità

Secondo la credenza popolare, il veleno dell'animale, una volta reso innocuo dall'alcol, costituirebbe l'elemento più prezioso per le sue proprietà terapeutiche .

Il processo di produzione del vino di serpente è un rituale che si tramanda da generazioni. La ricetta più comune prevede l'immersione di un serpente intero in un contenitore di vetro o ceramica riempito con vino di riso o un altro alcol a base di cereali. In alcune varianti, il serpente viene lasciato a macerare vivo all'interno del liquore per diversi mesi, fino a diversi anni. Nei mercati e nelle farmacie tradizionali, è possibile trovare queste bottiglie esposte al sole, dove il processo di infusione viene accelerato e la bevanda assume un caratteristico colore ambrato.

Esistono diverse varianti regionali:

  • Nella tradizione vietnamita, il serpente viene spesso associato a radici, erbe e altre componenti animali, come i gechi, per creare un tonico rinvigorente .

  • In alcune zone del Vietnam, l'usanza prevede di estrarre il cuore e il sangue del serpente ancora battente e mescolarlo all'alcol per creare un intruglio particolarmente potente .

  • In Corea e Giappone, invece, si utilizzano solitamente serpenti non velenosi, come i serpenti d'acqua .

  • In Laos e altre zone del Sud-est asiatico, il serpente, ancora vivo, viene affogato nell'alcol e lasciato macerare, spesso con l'aggiunta di radici e insetti .

Oggi, il vino di serpente continua a essere prodotto e commercializzato, rappresentando un souvenir estremamente popolare per i turisti in visita in Vietnam e in Cina . Bottiglie di diverse dimensioni, con all'interno il rettile perfettamente conservato, vengono vendute in numerosi negozi di souvenir, testimonianza di una tradizione che non accenna a scomparire.


mercoledì 29 gennaio 2025

Vino di Visciole: l'antico elisir delle Marche

 

Nelle dolci colline marchigiane, dove la terra sa ancora di storia e di tradizione, esiste un nettare che affonda le sue radici nel Medioevo: il Vino di Visciole. Un'antica bevanda che custodisce il sapore asprigno e genuino delle ciliegie selvatiche, capace di evocare ricordi lontani e di unire le persone attorno a un calice.

La storia del Vino di Visciole affonda le sue origini in un'epoca lontana, probabilmente il Medioevo, quando era consuetudine aromatizzare i vini per i banchetti nobiliari . Dai castelli dei signori, l'usanza si diffuse nelle campagne, dove ogni famiglia aveva il proprio albero di visciole nell'orto e custodiva gelosamente la propria ricetta segreta .

Un aneddoto particolarmente affascinante riguarda il duca Federico da Montefeltro. Come documentato dal suo biografo, il celebre condottiero rinascimentale non beveva alcun vino che non fosse quello con ciliegie o visciole . Il Duca era così appassionato che amava visitare le cantine in cui si produceva questa bevanda per esprimere il suo giudizio, utilizzando una curiosa scala di valutazione: "Bono" (pessimo), "Bono Bono" (sufficiente), "Bono Bono Bono" (buono), "Bono Forte" (straordinario) .

Nonostante il nome con cui è universalmente conosciuto, definire il Vino di Visciole "vino" è tecnicamente scorretto. Per legge, il termine "vino" può essere utilizzato esclusivamente per bevande ottenute dalla fermentazione dell'uva . Si tratta invece di un vino aromatizzato, prodotto con ciliegie acide (Prunus cerasus) .

Le visciole sono una varietà di ciliegia selvatica dal sapore acidulo e dalla polpa rossa, simili alle amarene ma più dolci e di colore più scuro . Per la loro preparazione concorrono, oltre alle ciliegie, zucchero, spezie e mosto d'uva o vino fermo .

La tradizione del Vino di Visciole si manifesta in due modalità di preparazione, profondamente radicate in due diverse aree geografiche delle Marche: la Vallesina, in provincia di Ancona, e l'entroterra di Pesaro e Urbino .

Nella Vallesina, in particolare nei comuni di San Paolo di Jesi, Cupramontana e Staffolo, le visciole appena raccolte vengono immediatamente poste a macerare con zucchero al sole, all'interno di damigiane di vetro, per tutta l'estate . Il prodotto che si ottiene, uno sciroppo profumato, viene poi aggiunto al mosto di uve rosse durante il periodo della vendemmia, avviando così una lenta fermentazione che può durare fino a 12 mesi . Questa versione è comunemente chiamata "vino di visciola" .

Nella zona di Pesaro e Urbino, che coinvolge le comunità montane del Montefeltro, del Catria e Nerone e dell'Alto e Medio Metauro, le visciole raccolte a fine giugno vengono invece messe a macerare direttamente nel vino rosso dell'anno precedente, con l'aggiunta di zucchero . Questa macerazione a freddo dura circa quattro mesi, in vasche di acciaio . Il prodotto finale è noto come "visner" . In alcune varianti di questa ricetta, le visciole vengono prima lasciate appassire al sole per alcuni giorni, per sprigionare al meglio i loro aromi .

La produzione di questa bevanda, sebbene apprezzata in tutta Italia, rimane di nicchia e legata al territorio . Il risultato, indipendentemente dal metodo di produzione, è un vino dolce dal colore rosso scuro, intenso e fragrante, da degustare o da dessert . Il suo profilo è caratterizzato da un'alta gradazione alcolica, che si attesta intorno ai 14-15 gradi, e da un sapore che gioca su un piacevole equilibrio tra dolcezza e una sottile acidità .

Il Vino di Visciole è un vero e proprio patrimonio enogastronomico, un'eredità che le generazioni hanno saputo custodire e tramandare, facendone un simbolo della cultura e delle tradizioni delle Marche. Un sorso di questo elisir è un viaggio nel tempo, un racconto di antiche nobiltà e di sapiente laboriosità contadina.


martedì 28 gennaio 2025

Alexander Keith's: Il Re di Halifax tra Storia e Polemica

 


Nel cuore del lungomare di Halifax, in Nuova Scozia, si erge un'istituzione canadese: il birrificio Alexander Keith's. Con i suoi oltre due secoli di storia, non è solo uno dei più antichi birrifici del Nord America, ma anche un simbolo culturale per la regione, tanto che un cittadino su tre in Nuova Scozia sceglie ancora oggi una delle sue birre. La sua storia è un affascinante intreccio di emigrazione scozzese, eredità politica e un acceso dibattito su cosa definisca veramente una birra.

Fondato nel 1820 da Alexander Keith, un emigrante scozzese arrivato in Canada solo tre anni prima, il birrificio è rapidamente diventato un punto di riferimento a Halifax. Alexander Keith non fu solo un abile mastro birraio, ma anche un politico amato, eletto sindaco di Halifax per tre mandati consecutivi, un fatto che cementò ulteriormente il legame tra il suo nome e la città. La sua eredità è così viva che ancora oggi, nel giorno del suo compleanno, gli appassionati gli rendono omaggio sulla sua tomba lasciando tappi e bottiglie della sua birra.

Oggi, dopo essere passata di mano, l'azienda è controllata da Labatt, una sussidiaria del colosso mondiale Anheuser-Busch InBev. Questo cambiamento di proprietà ha permesso la distribuzione dei suoi prodotti in tutto il Canada e, dal 2011, anche negli Stati Uniti, allargando la portata del suo mito.

Il prodotto di punta e più venduto della casa è la Alexander Keith's India Pale Ale. Tuttavia, è proprio attorno a questa birra che si concentra la maggiore polemica nel mondo degli appassionati. Pur essendo commercializzata con il nome "India Pale Ale", la sua ricetta si discosta notevolmente dalle caratteristiche dello stile IPA moderno. I puristi sottolineano due differenze principali:

  1. Gradazione Alcolica (ABV): Si attesta intorno al 5%, mentre un'IPA tradizionale ha solitamente una gradazione più alta, tra il 5.5% e il 6.5%.

  2. Amarezza (IBU): Il suo livello di amarezza è molto basso, circa 20 IBU, un valore lontano dai 40-100 IBU tipici di un'IPA moderna che punta su un profilo deciso e luppolato.

La risposta dell'azienda a queste critiche è che la birra veniva chiamata "India Pale Ale" molto prima che lo stile IPA diventasse popolare e assumesse i connotati estremi che conosciamo oggi. In effetti, per questo motivo, quando la birra è stata lanciata negli Stati Uniti, è stata ribattezzata "Nova Scotia Style Pale Ale" per evitare fraintendimenti, una mossa che evidenzia la consapevolezza del birrificio riguardo alla particolarità del suo prodotto.

Nonostante (o forse proprio a causa di) questo suo essere "non ortodossa", la Alexander Keith's India Pale Ale rimane la birra più popolare della Nuova Scozia e una delle più vendute in Canada, a riprova che il legame con il territorio e la tradizione spesso contano più delle rigide categorizzazioni tecniche.

Un episodio curioso ha riportato l'attenzione sulla lunga storia del birrificio. Nel 2015, un subacqueo trovò una bottiglia di birra Alexander Keith's risalente a un periodo compreso tra il 1872 e il 1890 nelle acque al largo di Halifax. Incredibilmente, la birra al suo interno era ancora conservata e, dopo analisi di laboratorio, fu giudicata abbastanza sicura da essere assaggiata. Il sorso, descritto come un'esperienza unica nella vita, rivelò note di frutta, un forte sentore di zolfo e un gusto salato, offrendo una finestra sensoriale sulla produzione canadese di fine Ottocento.

Oggi, il birrificio è una tappa obbligata per i turisti di Halifax. La visita guidata, animata da personaggi in costume d'epoca, trasporta i visitatori nella Halifax del 1863, raccontando la storia della città e offrendo naturalmente la possibilità di degustare le diverse birre prodotte. Alexander Keith's è più di una semplice bevanda: è un pezzo di storia canadese, un'eredità scozzese e una delle più longeve icone del continente.



lunedì 27 gennaio 2025

Armageddon: il colosso scozzese che ha sfidato i confini della birra

 


Nel mondo delle birre artigianali, la ricerca del limite è una sfida che va oltre il gusto, spingendosi nei territori della chimica e dell'azzardo. Se siete tra gli appassionati che cercano sempre il "massimo", allora il nome Armageddon dovrebbe far vibrare le vostre papille gustative. Nata tra le nebbiose terre scozzesi di Banchory, nell'Aberdeenshire, questa creazione del birrificio Brewmeister non è solo una bevanda: è una dichiarazione di guerra alle convenzioni.

Lanciata ufficialmente il 3 novembre 2012, l'Armageddon ha riscritto la storia delle classifiche mondiali presentandosi con una carta d'identità impressionante: 65% vol. di gradazione alcolica . Per intenderci, stiamo parlando di una concentrazione superiore a quella di un whisky o di una vodka tradizionale, pur rimanendo tecnicamente (e legalmente) una birra.

Il mastro birraio Lewis Shand, mente dietro questa pozione, lo ha ammesso senza mezzi termini: "Armageddon assomiglia più a un liquore che a una birra, ma siamo riusciti a classificarla come tale grazie ai suoi ingredienti, rendendola di fatto la birra più alcolica al mondo" .

Com'è possibile ottenere una tale potenza senza ricorrere alla distillazione classica, vietata per le birre? Il segreto risiede nello stile Eisbock, una tecnica di "distillazione a freddo" .

Il processo sfrutta un principio fisico elementare: l'acqua congela a 0°C, mentre l'alcol ha un punto di congelamento molto più basso . Portando la birra a temperature polari, i mastri birrai rimuovono la parte ghiacciata (acqua), lasciando un concentrato densissimo di alcol, zuccheri e aromi. Ripetendo questo processo più volte, si ottiene l'essenza pura della birra.

Nonostante la forza d'urto, l'Armageddon non dimentica le sue radici e la qualità delle materie prime :

  • Malto cristallino: responsabile delle note dolci di caramello e del colore ambrato profondo

  • Grano e fiocchi d'avena: utilizzati per donare una struttura setosa e un corpo incredibilmente denso, necessario a bilanciare l'aggressività dell'alcol

  • Acqua scozzese: l'elemento purissimo che lega il tutto, proveniente direttamente dalle sorgenti locali vicino ad Aberdeen

Nonostante il clamore suscitato, il regno dell'Armageddon come birra più forte del mondo è durato poco. Già nel 2013, lo stesso birrificio Brewmeister lanciò la Snake Venom, con una gradazione ancora più estrema del 67,5% . Oggi, come testimoniato da varie fonti, l'Armageddon non è più in commercio , rendendolo un oggetto da collezione per ogni vero beer hunter .

Il suo impatto, tuttavia, rimane indelebile. L'Armageddon è stata l'icona che ha abbattuto il muro del 60%, aprendo la strada a una vera e propria "corsa agli armamenti" tra birrifici, con la Snake Venom come regina indiscussa per anni .

Dimenticate il classico boccale da pinta. L'Armageddon va servita in piccoli calici da meditazione e sorseggiata con estrema calma, come fareste con un Cognac d'annata . La temperatura di servizio consigliata è tra i 7 e i 9°C .

Aspetto: il colore è un marrone scuro tendente al rubino, con una consistenza quasi oleosa .

Aroma: sprigiona intensi sentori di malto tostato, caramello e frutta sotto spirito .

Palato: l'attacco è prepotente ma seguito da una complessità maltata che ricorda il pane d'avena e il caramello bruciato. Il finale è, come suggerisce il nome, esplosivo: un calore che parte dalla gola e riscalda tutto il petto. Molti degustatori hanno notato come l'alcol sia sorprendentemente ben nascosto, tanto da far dubitare alcuni della reale gradazione .

Le recensioni degli appassionati sono estremamente variegate: c'è chi l'ha definita "una delusione piatta simile a una Newcastle" e chi l'ha trovata "sorprendentemente liscia per una birra da 65%" . Un aneddoto racconta di un acquirente che pagò 400 dollari per una confezione da sei spedita dalla Scozia, solo per scoprire che la birra era piuttosto deludente .

La sua natura estrema e l'assenza di carbonatazione lo rendono un prodotto più vicino a un distillato che a una birra tradizionale, confermando le parole di Lewis Shand . Nonostante tutto, per molti rimane un'esperienza da collezionista, un capitolo nella storia della birra che ha spinto i confini del possibile.


domenica 26 gennaio 2025

Sazerac, "the unforgettable" drink nato a New Orleans

 

Cocktail complesso e armonico; al palato si presenta caldo, maestoso e con note amare. Il Sazerac è un drink che vanta oltre 200 anni di storia e che ancora oggi vanta numerosi sostenitori. Da molti considerato il vero e unico First American Cocktail, ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della miscelazione, tanto da essere definito "the unforgettable" nella lista ufficiale IBA .

Il Sazerac non nasce come miscelato ma come rimedio medico. A quei tempi, infatti, si era soliti definire il distillato di vino – perfino in etichetta – "Medicinal brandy" per via delle sue proprietà ricostituenti e digestive . La sua storia inizia a New Orleans, città cosmopolita e meticcia, intrisa di eleganza e influenze creole, luogo mitico ed evocativo, culla e rifugio del jazz ma, soprattutto, dispensatrice generosa di piaceri alcolici.

Nella prima metà dell'Ottocento, la principale città della Louisiana era un crocevia di commerci, soprattutto di whiskey, e incontri di popoli diversi tra loro: creoli francesi, nativi americani, neri, spagnoli e italiani. New Orleans pullulava di hotel, ritrovi, bar e locali concentrati nel Vieux Carrè, il quartiere francese che rappresentava il vero cuore della città. Ogni locale si distingueva per un proprio drink, sempre forte, deciso al palato e privo di sciroppi o succhi, bevuti soprattutto al mattino dagli uomini d'affari che si riunivano per assumere la giusta carica .

Il Sazerac deve la sua nascita ad Antoine Amedee Peychaud, farmacista-erborista di origine francese arrivato a New Orleans nel 1795 come rifugiato. Proveniva da Haiti dove la sua famiglia era proprietaria di una piantagione di caffè, da cui era stato costretto a scappare in seguito alla ribellione degli schiavi .

Nel 1834, diventato farmacista, Antoine aprì un suo negozio di spezie al 123 di Royal Street dove iniziò a inventare tonici, amari e pozioni dalle qualità portentose. Tra le altre cose, creò anche l'American aromatic bitter cordial, un vero e proprio tonico medicinale la cui ricetta segreta – fatta di radici e cortecce amare – veniva tramandata dalla famiglia Peychaud da generazioni .

Si racconta che alla sera il farmacista fosse solito riunire gli amici nel retrobottega per offrire loro del cognac a cui aggiungeva una miscela segreta contenente acqua, zucchero, scorza di limone e qualche goccia del suo famoso bitter. La bevanda veniva servita nel portauovo, che in francese si chiama coquetier, che agiva da vero e proprio jigger. Dalla storpiatura linguistica del termine coquette, secondo alcuni, sarebbe nato il termine cocktail .

Il drink ideato da Peychaud venne servito unicamente in un bar di proprietà di Sewell Taylor che ne deteneva l'esclusiva in quanto unico importatore del fortunato cognac. Successivamente il bar prese il nome di Caffè Sazerac e, nel 1870, fu acquistato da Thomas Troy Handy, il quale sostituì il cognac con il Rye Whiskey .

Secondo alcuni la sostituzione fu dovuta alla voglia di assecondare i gusti degli americani, ma più probabilmente il motivo fu l'epidemia di fillossera che in quel periodo devastò i vigneti francesi, compromettendo la produzione del cognac. A ciò si aggiunga che la Guerra di secessione americana (1861-1865) rendeva difficile gli approvvigionamenti del celebre distillato francese, che divenne molto più costoso del locale Rye o del Bourbon .

Handy, a un certo punto, modificò ulteriormente la ricetta originale aggiungendo l'assenzio, seguendo la nuova moda che arrivava dall'Europa e che negli Stati Uniti stava assumendo gradualmente i contorni di una vera e propria mania .

Il successo del nuovo drink favorì la successiva commercializzazione del prodotto, già pronto in bottiglia. Handy riuscì ad assicurarsi i diritti di produzione del Peychaud's bitter e del nome del cocktail stesso, approfittando della sfortuna in cui cadde Antoine Peychaud, costretto a vendere il suo negozio con la formula e il nome del marchio dei suoi famosi bitter .

Ai primi del Novecento, tuttavia, intervenne un ulteriore cambiamento. In Francia e in molti Paesi europei fu vietata la produzione dell'assenzio, presumibilmente a causa delle sue proprietà allucinogene. Il liquore fu sostituito con il Pastis e l'Herbasaint, il che non impedì l'esplosione della Sazerac mania che indusse lo stesso Handy ad aprire altri due bar che, nel 1949, furono acquistati dall'Hotel Roosvelt insieme ai diritti sulla ricetta. A questi bar se ne aggiunse presto un terzo, il Sazerac bar, sito nella hall dello stesso albergo .

Negli anni, il Sazerac è diventato il simbolo stesso della Louisiana tanto che nel 2008 gli è stato conferito il riconoscimento di drink ufficiale dello Stato .

Nonostante la considerevole longevità, il cocktail è entrato a fare parte della lista ufficiale IBA solamente nel 2011, dove fa parte della categoria "The unforgettables" .

La preparazione del cocktail è semplice ma prevede un preciso rituale che va osservato rigorosamente in tutti i passaggi codificati, al fine di non compromettere il risultato finale.

Attrezzatura

  • Bicchiere old fashioned

  • Mixing glass

  • Pestello

  • Bar spoon

  • Strainer

Ingredienti

  • 5 cl di cognac

  • 1 zolletta di zucchero

  • 2 dashes di Peychaud's Bitter

  • 1 cl di assenzio

  • Per la decorazione: scorza di limone

Preparazione

  1. Riempire l'old fashioned con ghiaccio per farlo diventare ben freddo.

  2. Nel mixing glass mettere lo zucchero, qualche goccia di Peychaud's Bitter e una piccolissima quantità d'acqua.

  3. Con il pestello schiacciare lo zucchero e versare il cognac mescolando il tutto con un bar spoon.

  4. Versare l'assenzio nel bicchiere e, con l'aiuto dello strainer, filtrare il drink.

  5. Mescolare nuovamente il tutto e servire con una scorza di limone.


Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivalutazione del Sazerac, che ha contribuito a riportare in auge non solo il cocktail ma anche l'assenzio . Oggi il Sazerac è considerato da molti il first American cocktail, un antenato del genere che ha influenzato l'intera tradizione della miscelazione statunitense . È un drink che rispecchia certamente il bere dell'epoca: nasce come dopocena ma negli Stati Uniti, dove è considerato uno short drink, qualcuno lo beve anche come aperitivo .



sabato 25 gennaio 2025

Lo Spritz secondo Gorfer: Profumi, Struttura e Colori

 


I bartender delle spiagge della riviera adriatica, dai lidi ferraresi fino a Rimini e Cattolica, hanno già un soprannome per questa novità: lo chiamano anti-spritz. È il nuovo cocktail dell’estate che, al famoso Prosecco, mescola due liquori della Gorfer di Mirandola, il Rosolio di Bergamotto e lo Spritzable, regalando una bevuta originale e dal gusto particolare. Una tendenza che sta contagiando, in queste settimane, anche l'isola di Formentera, dove l'azienda modenese è sbarcata con i suoi Training Day dedicati ai professionisti della miscelazione.

Gorfer, azienda artigianale specializzata nella produzione di liquori, porta avanti dal 1955 la migliore tradizione liquoristica italiana, con un occhio sempre attento al rilancio dei propri classici come il Liquore Prugna, e all'innovazione nel mondo della mixology.

La proposta di Gorfer parte da Mirandola e introduce due liquori pensati per stupire: il Rosolio di Bergamotto e lo Spritzable. Entrambi si posizionano nella fascia alta dei prodotti per aperitivi, sia per gradazione (rispettivamente 30 e 35 gradi) sia per la complessità della profumazione. Per questo, la loro complessità richiede un abbinamento con vini spumanti di grande personalità, e non certo il Prosecco da 2,50 euro.

Entrambi i liquori vanno miscelati “in purezza” con il Prosecco, lo Spumante o il Pignoletto, rispettando la dose di 1 a 4. Per gli aperitivi in casa o con gli amici, l'azienda ha realizzato delle comode bottiglie da 20 cl, la dose perfetta per una brocca con una bottiglia da 75 cl di Prosecco.

La scelta del Rosolio di Bergamotto non è casuale. La parola "Rosolio" deriva dal latino "ros olis", che significa "rugiada del mattino", un nome nato perché gli agricoltori raccoglievano le erbe e i fiori all'alba, quando il loro profumo è più concentrato. Questo stile di liquore, antesignano del vermouth e dell'amaro, era un tempo l'aperitivo servito alla corte dei Savoia, conosciuto come "l'Aperitivo di Corte".

L'azienda modenese, per lo sviluppo dei nuovi prodotti per la mixology, si avvale della consulenza del pluripremiato bartender Charles Flamminio, che è anche brand ambassador di Gorfer. Grazie alle dimensioni artigianali del liquorificio, la produzione permette virtuosismi che i grandi produttori non possono permettersi. Gorfer è al servizio dei professionisti del settore Horeca anche con il servizio private label e, soprattutto, con la possibilità di sviluppare prodotti con formulazione esclusiva per il cliente, in piccoli lotti a partire da 100 bottiglie.

Liquori Gorfer
Via Pacinotti, 2 – Mirandola (MO)
www.liquorigorfer.it




venerdì 24 gennaio 2025

Moscow Mule, storia e ricetta del cocktail servito in tazza di rame


Il suo nome evoca la Russia ma il celebre long drink, a base di vodka, ginger beer e lime fresco, è nato negli Stati Uniti e ha una storia sorprendente che merita di essere raccontata. Il Moscow Mule non è certo un cocktail di primo pelo: vive, tuttavia, una nuova giovinezza, dovuta alla recente riscoperta dello zenzero (ginger), suo elemento essenziale, o all'imponderabile che ogni moda si porta dietro. La sua storia è affascinante, ma poco moscovita e molto newyorchese.

Il Moscow Mule nasce nel 1941 al Cock and Bull Tavern di New York, un locale che oggi non esiste più ma che allora era molto frequentato. La genesi è legata a tre protagonisti e a tre elementi che, per caso, si incontrarono una sera:

  • John Martin era il proprietario della Hublein, una delle prime aziende americane a commercializzare la vodka Smirnoff. Il prodotto faticava a decollare perché gli americani preferivano il gin.

  • Jack Morgan era il proprietario del Cock and Bull Tavern e aveva una scorta invenduta di ginger beer, una birra allo zenzero che produceva direttamente nel suo locale.

  • Sophie Berezinski era una giovane immigrata russa che possedeva un'azienda di oggetti in rame e cercava disperatamente di vendere le sue tazze in rame, che nessuno voleva acquistare.

Secondo la leggenda, i tre si incontrarono una sera e, per risolvere i loro problemi, decisero di unire le loro risorse: la vodka Smirnoff di Martin, la ginger beer di Morgan e le tazze di rame di Sophie. Nacque così il Moscow Mule, servito nella sua caratteristica tazza di rame, che divenne immediatamente un successo .


Per promuovere il suo nuovo cocktail, Martin intraprese un tour negli Stati Uniti, viaggiando da un bar all'altro con un set di tazze di rame e una bottiglia di vodka. In ogni locale, lui e Morgan preparavano un Moscow Mule e lo facevano assaggiare ai clienti, convincendoli a ordinarlo .

Ma l'idea più geniale fu quella di scattare una foto in ogni bar che visitavano: Martin posava sorridente, con in mano la tazza di rame e la bottiglia di vodka. La foto veniva poi inviata ai giornali locali, creando un passaparola che alimentava la curiosità del pubblico . Un "antesignano dei selfie" ante-litteram, che funzionò a meraviglia.

Il risultato fu straordinario: il Moscow Mule divenne rapidamente un cocktail cult in tutti gli Stati Uniti, contribuendo a sdoganare la vodka presso il pubblico americano, fino ad allora restio a bere distillati "stranieri" .

Perché proprio "Moscow Mule"?

Il nome fu scelto per due ragioni . Da una parte, la vodka era associata alla Russia (Moscow). Dall'altra, l'effetto dello zenzero della ginger beer sul palato era così "calciante" che ricordava un calcio di un mulo (mule) . Un nome evocativo e perfetto per un cocktail che stava per conquistare l'America.

Il Moscow Mule è un long drink della famiglia dei "Buck", cocktail a base di ginger ale o ginger beer, e rappresenta la combinazione perfetta tra il gusto pungente e speziato della ginger beer, la freschezza agrumata del lime e la purezza della vodka .


Ingredienti:

  • 4,5 cl di Vodka

  • 12 cl di Ginger beer

  • 0,5 cl di succo di lime fresco

  • 1 fetta di lime

  • Ghiaccio


Preparazione:

  1. Riempire la classica copper mug (o un bicchiere Highball) di ghiaccio.

  2. Versare la vodka e il succo di lime fresco.

  3. Completare con ginger beer.

  4. Mescolare delicatamente con un bar spoon.

  5. Decorare con una fetta di lime.

La gradazione alcolica, secondo IBA (International Bartenders Association), è del 38,8° .


La tazza di rame non è solo un elemento scenografico, ma ha una funzione pratica: il rame, essendo un ottimo conduttore di calore, mantiene il cocktail freddo più a lungo, permettendo di apprezzarlo nella sua freschezza per tutta la durata della consumazione . Inoltre, il rame conferisce una nota leggermente metallica al sapore, che molti appassionati ritengono esalti il gusto del cocktail .

Per garantire la sicurezza, le tazze originali sono rivestite internamente di acciaio inox o nickel, evitando che il rame entri in contatto diretto con il liquido . Tradizionalmente, la tazza è decorata con l'effige di un mulo .

Il Moscow Mule è un cocktail semplice ma estremamente versatile, che si presta a numerose varianti:

  • Il cetriolo: spesso servito come guarnizione, non è contemplato nella ricetta originale, ma si è diffuso come aggiunta comune in molti bar. Secondo alcuni, questa usanza deriva dalla tradizione dell'Europa orientale di bere la vodka accompagnata da cetriolini in salamoia .

  • Il rum: al posto della vodka, si ottiene un London Mule.

  • Il gin: si trasforma in un Gin-Gin Mule.

  • Il Mescal: il Mexican Mule, con un tocco affumicato.

  • Il whisky: il Kentucky Mule, con un gusto più robusto.

  • Per chi ama le bollicine: aggiungendo spumante, si ottiene uno Spritz Mule.

Il Moscow Mule rimane uno dei cocktail più amati al mondo. La sua storia, fatta di incontri casuali e colpi di genio, lo ha reso un'icona della miscelazione internazionale, mentre la sua ricetta, semplice e fresca, continua a conquistare nuovi palati.



giovedì 23 gennaio 2025

La Ganea, una perla in mezzo al verde



Ai confini del parco dell’Oglio, nel cuore della bassa pianura bresciana, sorge un locale di tendenza destinato a emergere nel panorama della miscelazione nazionale. Noi ci siamo stati e vi raccontiamo questa scoperta.

Villagana, piccola frazione di Villachiara in provincia di Brescia, è un luogo dove il tempo scorre senza i ritmi frenetici della città e le persone si conoscono ancora per nome. Qui, all'interno di un palazzo storico del Cinquecento, ha aperto i battenti La Ganea, un cocktail bar e ristorante che ha tutte le carte per diventare una piccola perla nel mondo del bere miscelato.

Il nome stesso racconta già una storia. "Ganea" è il termine latino per "ristoro" o "osteria": un punto di sosta per viaggiatori e mercanti che un tempo percorrevano queste strade . Oggi, questo antico significato rivive in un luogo che ha saputo reinventare l'ospitalità in chiave contemporanea.

Il locale sorge all'interno del seicentesco Palazzo Martinengo, un edificio storico circondato dal verde della campagna bresciana . A poche centinaia di metri dal fiume Oglio, la struttura è una testimonianza dell'antico splendore della nobile famiglia Martinengo, che per secoli fu feudataria di Villagana .

A raccontare il progetto è Maurizio, giovane titolare e discendente della famiglia Martinengo, che ha accolto l'invito a raccontare la sua scommessa. «Questa è casa mia!», risponde laconico alla domanda su perché abbia scelto Villagana anziché la più vivace Brescia. «La voglia di dare risalto e nuovo smalto al palazzo di famiglia, unito al bisogno di creare ciò che ancora non esiste nel panorama italiano, mi hanno portato a prendere questa decisione» [dalle informazioni fornite].

Il restauro, curato dallo studio di architettura Studio Mabb, ha saputo rispettare i vincoli imposti dalla Soprintendenza . Gli interni, sviluppati su una superficie di 200 metri quadrati, mantengono la planimetria originale dell'edificio, che in passato ospitava le scuderie . I materiali scelti – ferro, cotto e legno di conifera – richiamano la storia della tenuta e del territorio circostante .

La Ganea non è solo un cocktail bar: è un luogo dove l'offerta enogastronomica si declina in molteplici sfumature. La pizza alla pala gourmet, gli hamburger, le grigliate accostate a birre irlandesi e tedesche e a un'ottima carta per la miscelazione rendono il posto adatto a ogni tipo di palato, dal più esigente a chi cerca un semplice aperitivo o un drink dopo cena [dalle informazioni fornite].

La particolarità del locale si manifesta nella costante ricerca della qualità del prodotto, nella cura della presentazione e nella gestione maniacale dei particolari. Il ristorante offre una cucina raffinata, con piatti che cambiano secondo la stagione e utilizzano ingredienti freschi di alta qualità . Le recensioni dei clienti parlano di "piatti squisiti", "personale cordiale" e una location "tranquilla e davvero bella" .

I prezzi si attestano generalmente tra i 30 e i 40 euro a persona, un costo giustificato dalla qualità della proposta e dalla cornice storica in cui ci si trova .

Ma l'idea proposta da La Ganea non finisce qui. Con la giusta cura e attenzione alla rivalutazione del territorio e alla bellezza del posto, saranno a breve proposte mostre, eventi culturali e musicali di una certa levatura, abbinando in questo modo il buon bere, l'ottimo cibo e la compagnia alla possibilità di percorsi artistici per permettere a chiunque di poter godere appieno delle bellezze di questa parte importante del territorio [dalle informazioni fornite].


Informazioni pratiche

La Ganea – Cocktail Bar e Ristorante
Località Villagana, 25 – Villachiara (BS)


Facebook: LaGanea

Orari di apertura :

  • Chiuso lunedì e martedì

  • Mercoledì e giovedì: 12:00–14:00, 19:30–00:00

  • Venerdì e sabato: 12:00–14:00, 19:30–00:00

  • Domenica: 12:00–14:00, 19:30–00:00


Il locale offre parcheggio gratuito, tavoli all'aperto, un'ottima carta dei vini e cocktail di qualità, ed è accessibile anche a persone con disabilità . La cucina propone piatti sia vegetariani che vegani .

Quando vedo che ci sono ancora persone che ci credono, locali che vengono aperti dove il connubio tra la buona tavola e le bellezze artistiche e naturali è fonte primaria di soddisfazione, allora mi si riempie il cuore di gioia. La Ganea è esattamente questo: un luogo dove bere, mangiare e perdersi nel dolce rumore del nulla, lasciandosi cullare dai suoni della natura e dal fascino di un palazzo che ha attraversato cinque secoli di storia [dalle informazioni fornite].


mercoledì 22 gennaio 2025

Mojito all'anguria, il cocktail fresco per un'estate di passione

 

Fresco, passionale ed entusiasmante. In poche mosse possiamo preparare un cocktail perfetto per l'estate da sorseggiare in compagnia al mare, a bordo piscina oppure in una serata spensierata. Il Mojito all'anguria è una rivisitazione tropicale del classico cubano, che sostituisce l'acqua tonica con il succo di anguria per un risultato esplosivo di freschezza e colore . Se pensiamo all'estate, pensiamo all'anguria: succosa, dolce e dissetante. Se pensiamo a un cocktail, pensiamo al Mojito: fresco, aromatico e leggero. Unire queste due icone significa creare una sinfonia di sapori che conquista al primo sorso.

Il Mojito, come lo conosciamo oggi, è un cocktail cubano a base di rum bianco, zucchero di canna, lime, menta, acqua tonica e ghiaccio tritato . Una preparazione semplice ma affascinante, che ha saputo conquistare il mondo grazie alla sua fragranza e al suo equilibrio perfetto tra dolce, aspro e amaro.

La variante all'anguria, che prende il nome di Mojito de Sandía (o Watermelon Mojito), è un'evoluzione naturale di questo classico. Nasce dalla voglia di rendere il cocktail ancora più estivo, utilizzando uno dei frutti più amati della stagione. L'anguria, con la sua polpa rossa e succosa, non solo aggiunge colore e dolcezza, ma dona al drink una texture vellutata e una freschezza ineguagliabile . Da leggenda metropolitana a realtà: si dice che il Mojito all'anguria sia nato nei bar di Miami, dove la comunità cubana ha iniziato a sperimentare con i frutti locali per rivisitare il cocktail della tradizione. Ed è proprio la versatilità di questo drink che lo rende così speciale: la polpa di anguria può essere messa nello shaker per essere frantumata, oppure il succo può essere aggiunto al posto della soda .

Il Mojito all'anguria è tecnicamente un "long drink" appartenente alla famiglia degli Highball . La sua preparazione è alla portata di tutti, anche di chi non è un barman professionista . Il segreto sta nella qualità degli ingredienti e nella cura con cui si mescolano.


Ingredienti:

  • ½ lime a persona (fresco, per un succo acidulo)

  • 2 cucchiaini da caffè di zucchero di canna grezzo

  • 6/7 foglie di menta (fresca, per un aroma intenso)

  • 1 fetta d'anguria rossa e succosa

  • 2/3 more

  • 2/3 lamponi

  • 4 cl di rum chiaro

  • 2 cl di liquore al frutto della passione

  • Ghiaccio a cubetti


Tecnica: Build (preparato direttamente nel bicchiere). Bicchiere: tumbler basso.


Procedimento:

  1. Tagliare a metà per il lungo il lime e poi ancora in quattro parti.

  2. Adagiare gli spicchi sul fondo del bicchiere e ricoprirli con lo zucchero di canna e le foglie di menta.

  3. Utilizzando il manico di un coltello o di un mattarello (se non avete a disposizione un pestello) schiacciare il tutto fino a quando non uscirà il succo dei lime e sarà ben amalgamato allo zucchero.

  4. Versare il rum chiaro e il liquore al frutto della passione. Colmare il bicchiere di ghiaccio a cubetti.

  5. Schiacciare la fetta d'anguria per estrarne il succo (circa 7/8 cl) e aggiungerlo agli altri ingredienti.

  6. Aggiungere le more e i lamponi, mescolare e servire.

Se si desidera un cocktail più leggero, si può aggiungere del seltz o dell'acqua tonica ghiacciata . Un ulteriore consiglio: per esaltare la presentazione, potete decorare il bicchiere con un rametto di menta fresca e una fettina di lime, creando un effetto scenografico che conquisterà tutti.

Il Mojito all'anguria è un cocktail che va servito freddo, per esaltare al massimo la sua freschezza e la sua capacità di dissetare. È perfetto per un aperitivo in riva al mare, per un dopo cena spensierato o per accompagnare un pomeriggio in piscina .

Per chi vuole stupire gli amici, il consiglio da barman è di prepararlo direttamente in una caraffa per servire più persone contemporaneamente. In questo caso, si spremono i lime invece di pestarli e si preparano tutti gli ingredienti nella brocca, mantenendo sempre le stesse proporzioni per le quantità.

Ma l'effetto wow è garantito se lo si prepara direttamente all'interno di un'anguria svuotata. Il procedimento è semplice e scenografico:

  1. Scegliere un'anguria matura e dolce.

  2. Tagliare la calotta superiore e svuotare la polpa con un cucchiaio.

  3. Frullare la polpa e filtrarla per ottenere un succo omogeneo.

  4. Versare il succo di anguria all'interno della "cascia" di anguria, aggiungendo il rum, il succo di lime, lo sciroppo di zucchero e la menta.

  5. Aggiungere il ghiaccio, mescolare e servire direttamente con un mestolo o un cucchiaio di legno.

  6. Guarnire con fette di lime e rametti di menta.

Un risultato che unisce sapore e spettacolo, perfetto per ogni occasione speciale. Il Mojito all'anguria è la dimostrazione che la creatività e la passione possono trasformare un semplice drink in un'esperienza indimenticabile .



martedì 21 gennaio 2025

Brahma: il sorso carioca che ha conquistato il mondo

 

La Brahma è una birra che porta con sé tutto il calore, il ritmo e l’energia del Brasile. Nata sulle rive della baia di Guanabara, a Rio de Janeiro, ha saputo trasformarsi da piccolo sogno artigianale a gigante globale, diventando la seconda birra più consumata in Brasile e la nona al mondo . Oggi è un'icona del lifestyle brasiliano, un simbolo che si riconosce in qualsiasi angolo del pianeta.

La storia inizia nel 1885, quando l’ingegnere svizzero Joseph Villiger, ormai stabilitosi in Brasile, iniziò a produrre una birra che soddisfacesse il suo gusto personale . Il prodotto ebbe un tale successo che nel 1888 decise di fondare una propria compagnia: la "Manufactura de Cerveja Brahma Villiger & Companhia" .

Ma da dove arriva il nome "Brahma"? L'origine è incerta e avvolta in un alone di mistero. Secondo il sito ufficiale del marchio, Villiger, uomo di profonda spiritualità, si sarebbe ispirato alla divinità indù Brahma . Esiste però una versione più pratica: in portoghese brasiliano, "Brahma" può essere associato a una parola che significa "toro", evocando forza e potenza .

Nel 1894, il marchio passò nelle mani di George Maschke & Cia. e nel 1904 si fuse con la birreria Teutonia per dare vita alla Companhia Cervejaria Brahma S/A . Da quel momento, la crescita fu inarrestabile. Nel 1934 arriva il lancio della Brahma Chopp, una birra che replicava in bottiglia la freschezza della birra alla spina e che divenne un bestseller nazionale . Nel 1943 fu la volta della Brahma Extra, una lager più corposa .

Con il passare dei decenni, la Brahma si è espansa a livello internazionale e ha ampliato la sua gamma, introducendo varianti come la Malzbier, la Bock e la Light. Un punto di svolta epocale arrivò nel 1999, quando la Companhia Cervejaria Brahma si fuse con la sua storica rivale, la Companhia Antarctica Paulista, dando vita ad AmBev, il colosso brasiliano che in seguito, fondendosi con Interbrew, sarebbe entrato a far parte del gigante mondiale Anheuser-Busch InBev .

La gamma Brahma è variegata e offre diverse esperienze di gusto:

  • Brahma Chopp: è la regina incontrastata del mercato brasiliano . Una Pale Lager dal colore dorato brillante, con una schiuma bianca e compatta e un profumo delicato di cereali e malto . È la versione che conserva la freschezza e la facilità di bevuta della birra alla spina, con una gradazione alcolica di circa il 5% .

  • Brahma: lanciata nel 2004 con distribuzione globale, si basa sulla ricetta della Chopp, con un grado alcolico leggermente più basso (4,3%) e un gusto altrettanto fresco .

  • Brahma Extra: una lager dal carattere più deciso e corposo, pensata per chi cerca un sapore più intenso .

  • Brahma 0,0%: la versione analcolica, pensata per un consumo senza alcol ma con lo stesso spirito del marchio .


La Brahma, con il suo profilo leggero e la sua freschezza, è una compagna ideale per molti piatti. La sua natura dissetante la rende perfetta per:

  • La cucina brasiliana: è il partner naturale della feijoada, ma anche di carne alla griglia, stufati e piatti a base di pesce.

  • Cibi piccanti e speziati: la sua freschezza aiuta a spegnere il fuoco del peperoncino, tipico di molte preparazioni del Nordest brasiliano.

  • Insalate e piatti leggeri: la sua leggerezza e la sua bassa amarezza la rendono un'ottima scelta per i piatti estivi.

  • Fritti e salatini: è l'accompagnamento perfetto per il pastel, la coxinha o semplicemente delle olive, come da tradizione carioca.

La temperatura di servizio ideale per una Brahma è intorno ai 6-8°C, per esaltare al massimo la sua piacevolezza e la sua capacità di dissetare.

Il marchio Brahma è sempre stato sinonimo di innovazione. Nel 2023, Ambev ha lanciato la Brahma in lattina di alluminio, che riproduce la qualità della birra alla spina . L'azienda ha messo a punto un processo di microfiltrazione che garantisce qualità e una schiuma super cremosa, richiedendo però l'intera catena logistica refrigerata per preservare la freschezza .

Degna di nota è anche la capacità di Brahma di legarsi alla cultura del calcio brasiliano, creando lattine a tema con i colori delle squadre . Questo connubio tra birra e sport è un altro tassello del suo profondo legame con l'identità nazionale.

Oggi Brahma è molto più di una semplice birra: è un pezzo di storia del Brasile, esportata in oltre 30 paesi e simbolo di un paese che sa come accogliere il mondo con un sorriso e un brindisi .




lunedì 20 gennaio 2025

Achel: La Piccola Trappista che ha Perso il Suo Nome

 


Achel è una birra belga con una storia affascinante, che un tempo faceva parte dell'élite delle birre trappiste e che, nonostante abbia perso il suo titolo ufficiale, continua a essere prodotta e apprezzata per il suo gusto inconfondibile .

Le radici della birra Achel affondano nel 1648, quando dei monaci olandesi costruirono una cappella ad Achel, in Belgio. La cappella divenne un'abbazia nel 1686, ma fu distrutta durante la Rivoluzione francese. Nel 1844, le rovine furono ricostruite dai monaci di Westmalle, che iniziarono a produrre la loro prima birra nel 1852 .

L'attività subì un duro colpo durante la Prima Guerra Mondiale: nel 1917, i tedeschi smantellarono il birrificio per ricavarne circa 700 kg di rame . Fu solo nel 1998 che i monaci decisero di ricominciare a produrre birra, con l'aiuto delle abbazie trappiste di Rochefort e Westmalle . Nel 2001, videro la luce le famose birre Achel 8° .

La storia della birra come prodotto "trappista" si è conclusa nel gennaio 2021, quando gli ultimi due monaci hanno lasciato l'abbazia per trasferirsi a Westmalle . Di conseguenza, Achel ha perso il diritto di fregiarsi del logo esagonale "Authentic Trappist Product" . La produzione è proseguita sotto la supervisione dell'abbazia di Westmalle . Nel 2023, l'abbazia e il birrificio sono stati venduti, decretando la fine definitiva del legame con i monaci trappisti .

La gamma delle birre Achel si distingue per il tenore alcolico e il colore, con le parole "Blond" e "Bruin" a indicare rispettivamente le versioni bionde e scure .

  • Achel Blond 8° & Bruin 8°: Le versioni più note e distribuite, con un grado alcolico dell'8% . La Blonde (8%) è descritta come una birra di stile Tripel, dal gusto dolce e dal colore biondo opalescente . La Bruin (8%), invece, è una Dubbel (doppio malto) con un profilo che richiama caramello e frutta matura .

  • Achel Blond 5° & Bruin 5°: Versione più leggera, con il 5% di alcol, disponibile principalmente alla spina presso l'abbazia .

  • Achel Extra: Una versione più potente, con un gradazione alcolica che arriva al 9,5%. È disponibile sia in versione bionda che scura .

Oggi, pur non essendo più una birra trappista, la produzione di Achel continua a mantenere vivo il suo carattere, con un sapore che, come assicurano gli esperti, è rimasto invariato .


domenica 19 gennaio 2025

Stuzzichino: Il Piccolo Grande Piacere dell'Aperitivo all'Italiana

 

Cos'è uno Stuzzichino?

Lo stuzzichino è un piccolo antipasto, generalmente salato, che può essere consumato come aperitivo o fare parte di merende e buffet. Il nome stesso suggerisce la sua funzione: "stuzzicare" l'appetito, invogliare al pasto o semplicemente accompagnare un drink in modo leggero e gustoso.

Gli stuzzichini vengono serviti nei bar come accompagnamento degli aperitivi, oppure consumati in casa come antipasto o durante feste e ricevimenti. Sono l'emblema del finger food italiano: piccoli bocconi da mangiare con le mani, senza bisogno di posate, perfetti per socializzare e sorseggiare un buon bicchiere.

La caratteristica principale dello stuzzichino è la facilità di consumo. Si tratta di alimenti in formato mignon, pensati per essere mangiati in uno o due morsi. Ecco le tipologie più comuni:

  • Classici infilzati: Olive, cipolline in agrodolce, cubetti di salumi (come mortadella, prosciutto o salame), formaggi stagionati, sottaceti e sottoli, infilzati in uno stuzzicadenti o serviti con gli stuzzicadenti a parte.

  • Mini panini e tramezzini: Piccole fette di pane o pancarré farcite con salumi, formaggi, creme spalmabili o verdure.

  • Mini bruschette e crostini: Fette di pane tostato condite con pomodoro, olive, paté, funghi o altre specialità.

  • Pizzette e focaccine: Piccole basi di pizza o focaccia condite con ingredienti classici o più elaborati.

  • Mini würstel e involtini: Salsicce in miniatura avvolte nella pasta sfoglia o nella pancetta.

  • Verdure ripiene: Olive farcite, peperoncini ripieni di tonno o formaggio, datteri avvolti nel bacon.

  • Formaggi e salumi in cubetti: Serviti semplicemente con stuzzicadenti per essere infilzati al momento.

  • Patatine, noccioline e salatini: Sebbene non siano preparazioni artigianali, nel linguaggio comune e nei bar vengono spesso considerati stuzzichini da aperitivo.

Stuzzichini Dolci?

Prevalgono gli stuzzichini salati, ma talvolta si possono trovare anche varianti dolci: piccoli biscotti, tartellette alla frutta, mignon di pasticcini, o frutta secca e candita, serviti magari con un bicchiere di vino dolce o spumante.

Lo stuzzichino si fonde e si confonde con altre tradizioni regionali italiane, assumendo nomi e caratteristiche diverse:

  • Cicheti (Venezia): I celebri "cicchetti" veneziani sono l'equivalente locale dello stuzzichino: piccole fette di pane (crostini) con sopra baccalà, sarde in saor, polpette di pesce, o verdure. Sono il simbolo dell'aperitivo nella Serenissima.

  • Tapas (Spagna): Pur essendo spagnole, le tapas sono molto simili agli stuzzichini italiani: piccole porzioni di cibo servite con le bevande.

  • Antipasti vari: In molte regioni italiane, gli stuzzichini si confondono con il più ampio mondo degli antipasti, che possono essere più elaborati e abbondanti.

Nel bar italiano, gli stuzzichini sono un accompagnamento classico degli aperitivi. Spesso vengono offerti al bancone insieme a cocktail alcolici o analcolici, creando un momento di socialità e leggerezza. Nei bar, è comune trovare:

  • Olive e cipolline in salamoia.

  • Cubetti di formaggio e salumi.

  • Patatine fritte confezionate, noccioline e salatini, che nel dire comune rientrano a tutti gli effetti nella definizione di stuzzichini.

Negli ultimi anni, molti locali hanno elevato l'arte dello stuzzichino a vera e propria proposta gastronomica, offrendo buffet di aperitivi con una vasta scelta di stuzzichini caldi e freddi, trasformando l'happy hour in un momento di gusto e convivialità.

Preparare stuzzichini in casa è un'arte semplice e gratificante, perfetta per ricevere amici o per un antipasto sfizioso. Ecco alcune idee:

  • Spiedini di mozzarella e pomodorini: Alternare mozzarella ciliegina e pomodorini su uno stuzzicadenti, condire con olio, sale e origano.

  • Crostini al paté: Spalmare paté di olive o di funghi su crostini di pane tostato.

  • Involtini di melanzane: Grigliare fette di melanzana e avvolgerle con ricotta e pinoli.

  • Uova ripiene: Sbollentare uova sode, tagliarle a metà e riempire il tuorlo con maionese, senape e acciughe.

  • Frittatine mignon: Piccole frittatine di verdure o formaggi, tagliate a cubetti.

Curiosità

  • Lo stuzzicadenti: Il piccolo bastoncino di legno, spesso di betulla, è il simbolo stesso dello stuzzichino. La sua origine è antichissima, ma la produzione industriale iniziò nel XIX secolo negli Stati Uniti.

  • Il termine "stuzzichino": Deriva dal verbo "stuzzicare", che significa "provocare, stimolare". Lo stuzzichino, infatti, stuzzica l'appetito.

  • Il "giro degli stuzzichini": In molte città italiane, fare il "giro degli stuzzichini" significa andare da un bar all'altro, degustando i diversi stuzzichini offerti con l'aperitivo.

Lo stuzzichino è molto più di un semplice boccone: è un rituale sociale, un momento di condivisione, un piccolo piacere che accompagna la vita quotidiana italiana. Che sia un'oliva infilzata in uno stuzzicadenti al bancone di un bar, un crostino servito a una festa o un cicheto veneziano, lo stuzzichino rappresenta la capacità italiana di trasformare anche il gesto più semplice in un momento di gusto e convivialità.


sabato 18 gennaio 2025

Barista, Barman, Bartender: Le Professioni del Bancone

 


Il mondo del bar è molto più complesso di quanto appaia a chi si siede al bancone o al tavolo per ordinare un drink. Dietro ogni cocktail, ogni caffè, ogni servizio impeccabile, c'è una rete di figure professionali specializzate, ciascuna con competenze, responsabilità e percorsi formativi diversi. In Italia, il termine "barista" è spesso usato in modo generico, ma nel gergo professionale indica una figura ben precisa, distinta da barman, bartender e altre specializzazioni.

Il barista è la figura che opera nel bar di caffetteria, i cosiddetti "coffee shops". La sua competenza principale è la preparazione dell'espresso e di tutti i suoi derivati (cappuccino, latte macchiato, marocchino, ecc.) utilizzando la macchina per caffè espresso [dalle informazioni fornite]. Ma non è solo un esecutore: il barista deve avere una profonda conoscenza del prodotto che maneggia.

Le competenze di un barista includono:

  • Conoscere e distinguere le differenti varietà di caffè, per esaltare al meglio le peculiarità delle singole origini o della miscela [dalle informazioni fornite]

  • Conoscere le differenti tecnologie e i differenti gradi di tostatura

  • Padroneggiare l'acqua da utilizzare per le preparazioni

  • Conoscere le differenti tipologie di preparazione: caffè filtro, caffè alla turca, moka italiana, espresso, french press, aeropress [dalle informazioni fornite]

Il barman è la figura associata alla preparazione di bevande alcoliche secondo tecniche tradizionali. È colui che lavora con misurini, dosando con precisione gli ingredienti, curando la ricercatezza della ricetta, la presentazione del cocktail, i profumi e il sapore, a scapito di una minor velocità [dalle informazioni fornite].

Questa figura professionale è tipica dei Grandi Hotel, dei cocktail bar e dei lounge bar, dove l'attenzione al dettaglio e la qualità del servizio sono prioritarie.

Il bartender è il barman in chiave americana. Utilizza tecniche specifiche dell'American Bartending, basate sul freepouring, un sistema di conteggio verbale che permette di misurare gli alcolici senza misurini, e su prese multiple delle bottiglie (2-3-4-5 alla volta) che velocizzano la costruzione del singolo cocktail [dalle informazioni fornite].

Inoltre, il bartender conosce tecniche di Speed Round che gli permettono di lavorare da solo servendo molte persone. È la figura che troviamo nelle discoteche, nei pub e nei grandi eventi dove l'affluenza richiede rapidità d'esecuzione [dalle informazioni fornite].

Il Japanese Bartender è una figura alternativa, quasi filosofica, che unisce la precisione giapponese alla tradizione occidentale. I barman giapponesi sono famosi per la loro meticolosità, la cura dei dettagli e la capacità di creare un'esperienza quasi teatrale intorno alla preparazione del cocktail.

In un bar di medio-alto livello, il personale è organizzato in una gerarchia precisa:

  • Capo Barman (o Bar Manager): ha la completa responsabilità del reparto. Deve essere dotato di ottime capacità di organizzazione e gestione, valutare la condotta dei dipendenti e, nelle grandi strutture, curare le pubbliche relazioni e la gestione della clientela [dalle informazioni fornite].

  • Primo Barman: cura l'area del banco bar e il rifornimento. I suoi principali interlocutori sono i clienti; deve quindi avere una buona cultura generale e conoscere almeno una lingua straniera [dalle informazioni fornite].

  • Secondo Barman: deve essere in grado di sostituire il primo barman, disponendo delle sue stesse competenze [dalle informazioni fornite].

  • Cameriere ai Tavoli: non è un semplice "porta bevande". Deve saper parlare almeno due lingue, avere una buona cultura generale, saper ascoltare i clienti, proporre e vendere i prodotti al tavolo [dalle informazioni fornite].

  • Barback: l'apprendista del bartender, che si occupa delle mansioni di supporto [dalle informazioni fornite].


Barchef e Molecular Mixologist: Il Futuro del Bancone

Sono i barman dell'ultima generazione. Sanno coniugare la creatività classica alla preparazione di cocktail insoliti, utilizzando tecniche moderne come spume, gelatine, capsule e sfere di bitter. Utilizzano attrezzi che fino a poco tempo fa erano appannaggio esclusivo delle cucine d'avanguardia: affumicatori, saldatori, blender [dalle informazioni fornite].


Le Figure Scomparse e quelle di Nicchia

  • Chef d'Hall: figura quasi scomparsa, un gradino inferiore al Capobarman, si occupava del servizio ai tavoli nei grandi saloni. Ora questo compito è svolto direttamente dal Capobarman o da un Secondo Barman [dalle informazioni fornite].

  • Demie Chef de Bar: qualifica quasi inesistente in Italia, ma presente in paesi come Germania e Svizzera. Si tratta di un giovane con qualche anno di esperienza, non ancora pronto per essere barman, che si occupa dell'apertura del bar al mattino [dalle informazioni fornite].

  • Flair Bartender: colui che utilizza tecniche del flair bartending, eseguendo acrobazie con bottiglie e shaker [dalle informazioni fornite].


In Italia, la formazione per queste professioni può avvenire attraverso diversi percorsi:

  • Istituti alberghieri (per il barman classico)

  • Corsi organizzati da Federazioni o Associazioni di categoria

  • Corsi organizzati da Regioni e Province

  • Corsi di American Bartending

  • Corsi di Japanese Bartending

[dalle informazioni fornite]

Il mondo del bar è quindi un universo di competenze specializzate, dove ogni figura ha un ruolo preciso e insostituibile, e dove la passione per il prodotto si unisce alla tecnica, alla velocità e all'arte del servizio.



venerdì 17 gennaio 2025

Spritz: l'aperitivo italiano che ha conquistato il mondo

 


Lo spritz è molto più di un semplice cocktail: è un rito, un simbolo, un'icona del lifestyle italiano. Questo long drink aperitivo, popolare in tutto il Triveneto e ormai diffusissimo in Italia e all'estero, è diventato negli anni il protagonista indiscusso dell'ora dell'aperitivo. Dal 2011 è anche un cocktail ufficiale della IBA, con il nome di "spritz veneziano".

Lo spritz è un long drink a base di vino bianco frizzante (solitamente prosecco), un bitter e una spruzzata di acqua frizzante o seltz. La sua formula semplice e rinfrescante lo rende perfetto per un aperitivo in compagnia, specialmente nelle calde giornate estive.

La ricetta veneziana tradizionale prevede:

  • 1/3 di vino bianco frizzante

  • 1/3 di bitter

  • 1/3 di acqua frizzante

La ricetta ufficiale IBA (Spritz Veneziano):

  • 5 cl di prosecco

  • 4 cl di Aperol

  • q.b. di soda/seltz

Per prepararlo, si versa il vino in un bicchiere old-fashioned (o un calice da vino, come suggerisce la retroetichetta dell'Aperol) contenente ghiaccio, si aggiunge il bitter, poi l'acqua frizzante e si guarnisce con mezza fetta d'arancia.

Le origini dello spritz sono avvolte nel mistero, ma la storia più accreditata lo lega all'occupazione austriaca del Veneto. Si racconta che i soldati dell'Impero austriaco, abituati a birre meno alcoliche, trovassero i vini veneti troppo forti e decidessero di allungarli con seltz o acqua frizzante. Da qui il nome, che deriverebbe dal verbo tedesco austriaco spritzen, che significa "spruzzare", il gesto appunto di allungare il vino con l'acqua.

Questa usanza si è conservata inalterata a Trieste (città asburgica fino al 1918) e in molte località del Nord-est, dove ancora oggi gli anziani chiamano "vin sprizato" il vino allungato con l'acqua.

Lo spritz come cocktail vero e proprio nasce presumibilmente tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, tra Padova e Venezia, quando si pensò di unire a questa tradizione l'Aperol (presentato alla Fiera di Padova nel 1919) o il Select (prodotto dai fratelli veneziani Pilla). Diventato popolarissimo a Venezia e Padova a partire dagli anni Settanta, lo spritz ha poi conquistato l'intero Veneto, per diffondersi poi nel resto del Centro-Nord.

Il bitter è l'ingrediente che caratterizza lo spritz, e la sua scelta determina il gusto e il colore del cocktail.

  • Aperol – il più famoso e diffuso in Italia e nel mondo. Di colore arancione brillante, è più dolce e meno amaro del Campari, ed è utilizzato nella ricetta ufficiale IBA dello "spritz veneziano".

  • Campari – più amaro e intenso, di colore rosso rubino, dà origine a uno spritz più secco e deciso.

  • Select – il bitter veneziano per eccellenza, utilizzato per il "Select Spritz". Di colore rosso rubino, è considerato da molti il vero bitter della tradizione veneziana.

  • Cynar – amaro a base di carciofo, per uno spritz più amarognolo e complesso.

  • China Martini – o altri amari simili, per varianti più particolari.

Per chi vuole provare la variante veneziana, le proporzioni sono:

  • 7 cl di Select

  • 7 cl di prosecco

  • una spruzzata di soda

  • ghiaccio e una grande oliva verde in guarnizione

Lo spritz si prepara nel bicchiere, senza shakerare, versando prima il bitter, poi il prosecco e infine la soda.

La notorietà dello spritz a livello nazionale è esplosa nel 2008, quando l'Aperol ha lanciato un'intensa campagna pubblicitaria inneggiante al consumo del cocktail. Da lì, la bevanda si è diffusa in Lombardia, Emilia-Romagna, e in tutto il Centro-Sud, diventando un fenomeno di costume, il simbolo dell'aperitivo italiano esportato in tutto il mondo.

Oggi lo spritz è servito in ogni angolo del globo, da New York a Londra, da Tokyo a Sydney, ed è ormai diventato un'icona del "made in Italy" insieme a pizza, pasta e caffè.


Curiosità

  • La ricetta ufficiale IBA è con Aperol, ma i veneziani conoscono anche la versione con Select, considerata la più autentica.

  • In Alto Adige e a Trieste, con "spritz" ci si riferisce ancora alla maniera originale: vino bianco e acqua frizzante. La versione con il bitter viene chiamata "veneziano".

  • Il Pirlo, il cocktail tipico bresciano, è una variante dello spritz che utilizza vino bianco fermo (invece del frizzante).

  • Il cocktail ha ispirato anche la creazione dello Spritz al Limone con limoncello e prosecco, e lo Spritz al Melograno con succo di melograno fresco.

Spritz fatto in casa

Preparare uno spritz a casa è semplice:

  1. Riempire un bicchiere con ghiaccio

  2. Versare il bitter (Aperol, Campari o Select) e il prosecco

  3. Aggiungere un goccio di soda

  4. Mescolare delicatamente

  5. Guarnire con una fetta d'arancia (per l'Aperol Spritz) o un'oliva (per il Select Spritz)

Si consiglia di servire in un calice ampio, per esaltare il perlage e gli aromi.


 
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