lunedì 3 marzo 2025

Pisco Sour: il cocktail conteso tra Perù e Cile che ha conquistato il mondo

 


Ci sono cocktail che nascono quasi per caso e altri che, con il tempo, finiscono per diventare molto più di una semplice ricetta. Il Pisco Sour appartiene decisamente alla seconda categoria. È un drink, ma anche un simbolo nazionale, una questione di identità e persino una disputa storica che da decenni divide Perù e Cile.

La sua struttura, apparentemente semplicissima, appartiene alla grande famiglia dei sour: un distillato, una componente acida, una componente dolce e, nella versione classica, l'albume d'uovo. Pochi ingredienti, dunque, ma un equilibrio tutt'altro che banale.

La storia più accreditata colloca la nascita del Pisco Sour a Lima, nei primi decenni del Novecento, e la lega a Victor Vaughen Morris, un statunitense che nel 1916 aprì il celebre Morris Bar. Secondo questa ricostruzione, fu proprio nel suo locale che il cocktail cominciò a prendere la forma che conosciamo oggi.

La storia, però, non è così lineare.

Alcuni documenti precedenti alla fama del Morris Bar suggeriscono infatti l'esistenza in Perù di preparazioni a base di pisco, zucchero, agrumi e albume già nei primi anni del Novecento. È quindi possibile che Morris non abbia inventato il cocktail dal nulla, ma abbia contribuito a standardizzarlo e soprattutto a renderlo popolare.

Il successo del drink non si fermò al Morris Bar. Dopo la chiusura del locale nel 1929, il Pisco Sour continuò a diffondersi nei bar di Lima e trovò importanti interpreti in bartender come Mario Bruiget, al quale viene attribuito un ruolo significativo nella sua evoluzione e nella definizione della versione più vicina a quella moderna, compreso l'utilizzo del bitter aromatico sulla schiuma.

Ed è proprio qui che comincia anche la parte più controversa della storia.

Perù e Cile condividono una lunga disputa sulla paternità del Pisco Sour e, più in generale, sull'identità del pisco. Il cocktail viene oggi generalmente riconosciuto nella sua forma classica come una preparazione peruviana e in Perù è considerato una vera istituzione nazionale. Il paese gli dedica persino una giornata ufficiale: il Día del Pisco Sour, celebrato il primo sabato di febbraio.

Ma per capire il cocktail bisogna prima capire il suo ingrediente fondamentale.

Il pisco è un distillato di vino, ottenuto dalla fermentazione e successiva distillazione dell'uva. Non è una grappa: la differenza fondamentale sta nella materia prima utilizzata. La grappa viene prodotta dalle vinacce, mentre il pisco viene ottenuto dal mosto d'uva fermentato secondo le rispettive normative di produzione.

Il pisco peruviano può essere prodotto utilizzando diverse varietà di uva, tra cui Quebranta, Italia, Torontel, Moscatel e altre varietà ammesse dalla normativa. Non viene normalmente sottoposto a un processo di invecchiamento in legno come avviene per molti whisky o distillati ambrati.

Il risultato è un distillato nel quale possono emergere caratteristiche fruttate, floreali e vinose, con profili molto diversi a seconda dell'uva utilizzata e dello stile produttivo.

Nel Pisco Sour, però, il distillato non deve semplicemente "sentirsi": deve trovare un equilibrio con gli altri ingredienti.

La ricetta classica prevede pisco, succo fresco di lime, sciroppo di zucchero e albume d'uovo. La proporzione può variare a seconda della scuola e del bartender, ma il principio rimane sempre lo stesso: alcol, acidità e dolcezza devono stare in equilibrio.

L'albume svolge invece una funzione completamente diversa.

Non serve principalmente a modificare il sapore, ma la struttura del cocktail. Durante lo shakeraggio incorpora aria e contribuisce a creare quella caratteristica superficie cremosa e spumosa che distingue il Pisco Sour da molti altri sour.

Per ottenere una schiuma stabile viene normalmente utilizzata la tecnica del dry shake, cioè uno shakeraggio iniziale senza ghiaccio. Successivamente si aggiunge il ghiaccio e si procede con un secondo shake, necessario per raffreddare e diluire il cocktail.

È un dettaglio tecnico apparentemente secondario, ma cambia completamente il risultato.

Un Pisco Sour preparato male può diventare semplicemente un distillato molto alcolico con limone o lime e zucchero. Uno preparato correttamente deve invece risultare fresco, equilibrato, aromatico e sorprendentemente morbido.

Per ragioni di sicurezza alimentare, quando si utilizza l'albume è preferibile ricorrere a albume pastorizzato. Esiste inoltre un'alternativa interessante per chi non vuole utilizzare l'uovo: l'aquafaba, cioè il liquido derivato dalla cottura dei ceci, che può contribuire a creare una schiuma simile.

Sulla superficie del Pisco Sour compare tradizionalmente qualche goccia di Amargo Chuncho, un bitter aromatico peruviano. Il suo ruolo non è semplicemente decorativo: poche gocce aggiungono una componente aromatica che completa il cocktail.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della ricetta. Il Pisco Sour non cerca di nascondere il distillato sotto una quantità enorme di ingredienti. Al contrario, costruisce il drink intorno a pochi elementi e lascia che siano le proporzioni a determinare il risultato.

È una filosofia che accomuna molti grandi cocktail classici.


Come si prepara

Per una versione classica si possono utilizzare circa 60 ml di pisco, 22-25 ml di succo fresco di lime, 15 ml di sciroppo di zucchero e circa 15 ml di albume pastorizzato.

Gli ingredienti vengono inizialmente shakerati senza ghiaccio per incorporare aria nell'albume. Successivamente si aggiunge il ghiaccio e si procede con un secondo shakeraggio energico.

Il cocktail viene quindi filtrato, preferibilmente con una doppia filtrazione, in una coppetta ben fredda.

La superficie viene completata con alcune gocce di Amargo Chuncho.

Il risultato dovrebbe essere un drink dalla consistenza morbida, con una schiuma compatta, una spiccata freschezza agrumata e un finale nel quale il carattere del pisco rimane riconoscibile.


Ma che sapore ha davvero?

È difficile descriverlo semplicemente come "dolce" o "aspro", perché la sua forza sta proprio nell'equilibrio.

Il lime porta acidità e freschezza. Lo zucchero arrotonda l'impatto dell'acido. Il pisco aggiunge la componente alcolica e aromatica. L'albume modifica la consistenza, rendendo il sorso più vellutato.

Il risultato è quindi molto diverso da quello di un semplice cocktail a base di distillato e succo di agrumi.

Ed è anche il motivo per cui il Pisco Sour può piacere persino a chi normalmente non ama i distillati bevuti lisci.

Gli abbinamenti

Qui il Pisco Sour dà il meglio di sé.

Ceviche: probabilmente l'abbinamento più naturale. Pesce, lime, peperoncino ed erbe aromatiche dialogano perfettamente con la componente agrumata del cocktail.

Tiradito: la delicatezza del pesce crudo affettato e le salse agrumate trovano nel Pisco Sour un accompagnamento fresco e profumato.

Gamberi e crostacei: l'acidità del drink contribuisce a ripulire il palato dalla componente grassa e dolce dei crostacei.

Antipasti di pesce: carpacci, marinati, tartare e preparazioni fredde sono ottimi compagni del cocktail.

Cucina piccante: il Pisco Sour può funzionare bene anche con piatti speziati, soprattutto quando sono presenti lime, coriandolo e altri aromi freschi.

Formaggi freschi: un abbinamento meno tradizionale ma interessante, soprattutto con formaggi morbidi e leggermente sapidi.

Cioccolato fondente: scelta più audace. L'amaro del cacao può creare un contrasto interessante con la componente dolce e agrumata del cocktail.

Se dovessimo scegliere tre combinazioni, potremmo quindi dire:

Abbinamento ideale: ceviche.
Abbinamento facile: antipasti e crostacei.
Abbinamento curioso: cioccolato fondente.

Il Pisco Sour, insomma, dimostra perfettamente una delle regole fondamentali della miscelazione: una ricetta breve non è necessariamente una ricetta semplice.

Dietro quei pochi ingredienti c'è una storia fatta di migrazioni, bar, tradizioni, identità nazionali e una disputa ancora oggi molto sentita. Ma c'è soprattutto un principio tecnico che rimane universale: quando acido, dolce, alcol e struttura sono bilanciati correttamente, non serve aggiungere altro.

Ed è probabilmente proprio questa semplicità controllata ad aver permesso al Pisco Sour di uscire dai bar di Lima e diventare un classico internazionale.

Non è soltanto il cocktail nazionale del Perù.

È uno dei più riusciti esempi di come un distillato possa trasformarsi, attraverso pochi ingredienti e una tecnica precisa, in qualcosa che racconta un intero paese.

Cesio Endrizzi


domenica 2 marzo 2025

Whisky Sour, la prova più semplice per capire se un cocktail è davvero equilibrato



Ci sono cocktail che impressionano per complessità, per quantità di ingredienti o per tecniche spettacolari, e poi ci sono quelli che mettono il bartender davanti a una difficoltà molto più severa: fare bene qualcosa che, sulla carta, sembra elementare. Il Whisky Sour appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Whisky, limone, zucchero e, nella versione più classica e strutturata, albume d'uovo: pochi elementi, nessun ingrediente esotico indispensabile, nessuna costruzione scenografica necessaria. Eppure proprio questa apparente semplicità lascia pochissimo spazio agli errori. Se l'acidità è eccessiva, il distillato scompare; se lo zucchero domina, il cocktail diventa stucchevole; se il whisky è troppo aggressivo, il limone non riesce a ricomporre l'equilibrio; se la parte proteica viene lavorata male, la consistenza perde quella caratteristica morbidezza che distingue un Sour ben eseguito da una semplice miscela alcolica e agrumata.

La famiglia dei Sour è una delle architetture fondamentali della miscelazione moderna. Il principio è quasi matematico: una componente alcolica, una componente acida e una componente dolce, alle quali può aggiungersi un ingrediente capace di modificare consistenza e struttura, tradizionalmente l'albume. Non è una formula rigida, perché la storia della miscelazione è piena di variazioni, sostituzioni e interpretazioni locali, ma è sufficiente per comprendere perché il Sour abbia attraversato epoche e mode senza perdere la propria centralità. Cambia il distillato, cambia l'agrume, cambia il dolcificante, cambiano le proporzioni, ma il principio rimane riconoscibile.

L'albume, in particolare, non serve semplicemente a rendere il drink «cremoso». La sua funzione è soprattutto strutturale. Durante lo shakeraggio, le proteine favoriscono la formazione di una schiuma che modifica profondamente la percezione del cocktail, rendendone la consistenza più morbida e vellutata. Per ragioni di sicurezza alimentare è preferibile utilizzare albume pastorizzato, mentre chi non desidera utilizzare prodotti animali può ricorrere all'aquafaba, cioè il liquido derivato dalla cottura dei ceci, che possiede proprietà schiumogene utili nella miscelazione.

Il Whisky Sour compare nelle fonti statunitensi già nella seconda metà dell'Ottocento e nel 1870 viene citato dalla stampa americana in un'epoca nella quale la famiglia dei Sour era già sufficientemente conosciuta da non richiedere necessariamente una spiegazione dettagliata. È un dettaglio significativo: quando un cocktail entra nel linguaggio comune prima ancora di essere fissato definitivamente in una ricetta universale, significa che non appartiene più soltanto al mondo dei bartender, ma è diventato parte della cultura quotidiana.

La scelta del whisky apre poi un capitolo completamente diverso. Il Bourbon, con la sua naturale componente morbida e spesso vanigliata e dolce, si presta particolarmente bene all'incontro con il limone. Un Rye, invece, può introdurre una dimensione più speziata e pungente, rendendo il risultato meno accomodante e più incisivo. Non esiste dunque un unico Whisky Sour «vero» nel senso assoluto del termine: esiste una struttura classica che può essere interpretata attraverso distillati differenti.

La scelta dell'Uncle Nearest, utilizzata nella preparazione descritta, aggiunge inoltre una dimensione storica che va oltre il bicchiere. Il marchio prende il nome da Nathan «Nearest» Green, figura fondamentale nella storia del whiskey del Tennessee e considerato il primo master distiller afroamericano documentato. La sua vicenda è intrecciata anche a quella di Jack Daniel e alla tradizione distillatoria del Tennessee. La storia del whiskey americano, troppo spesso raccontata attraverso pochi nomi celebri, è in realtà molto più complessa e comprende una quantità di artigiani, distillatori e lavoratori il cui contributo è rimasto per decenni ai margini della narrazione ufficiale.

Un whiskey morbido, speziato e con note di vaniglia può quindi risultare particolarmente efficace in questa preparazione, perché possiede sufficiente carattere per non essere cancellato dal limone ma anche una struttura capace di assorbire l'acidità senza trasformare il cocktail in una bevanda aggressiva.

La ricetta proposta utilizza due once di whiskey, mezza oncia di sciroppo di zucchero, mezza oncia di albume pastorizzato e tre quarti di oncia di succo di limone fresco. È proprio il rapporto fra questi elementi a costituire il cuore tecnico della preparazione. Il limone deve essere fresco perché l'acidità e il profilo aromatico del succo appena spremuto sono difficilmente sostituibili con prodotti industriali. Lo sciroppo deve invece fornire dolcezza senza introdurre una consistenza eccessivamente pesante.

La tecnica dello shakeraggio è altrettanto importante. Il cosiddetto dry shake, cioè lo shakeraggio iniziale senza ghiaccio, consente di lavorare l'albume e favorire la formazione della schiuma. Solo successivamente viene aggiunto il ghiaccio, procedendo con un secondo shakeraggio che raffredda e diluisce il cocktail. È una procedura apparentemente banale, ma la diluizione rappresenta una componente fondamentale della ricetta: il ghiaccio non serve soltanto a raffreddare il drink, ma introduce acqua e modifica la concentrazione complessiva degli ingredienti.

Il Whisky Sour, quindi, è anche una piccola lezione di fisica applicata alla miscelazione. Un cocktail non viene semplicemente «mescolato»: viene trasformato attraverso temperatura, diluizione, emulsione, aerazione e interazione fra componenti aromatiche. Il bartender che ignora questi passaggi può possedere gli ingredienti corretti e ottenere comunque un risultato mediocre.

La scelta del servizio produce poi due interpretazioni differenti. In coppetta raffreddata, il cocktail conserva maggiormente la propria struttura e valorizza la schiuma; servito on the rocks in un bicchiere Old Fashioned, diventa più rilassato, diluito progressivamente dal ghiaccio e, per molti bevitori, più facile da accompagnare a una serata lunga. Non è una questione di corretto o scorretto: sono due esperienze diverse dello stesso cocktail.

Il lemon twist completa il quadro aromatico mentre le gocce di Angostura sulla schiuma aggiungono una componente aromatica e amaricante oltre a creare quel contrasto visivo che ormai è diventato quasi una firma dei Sour moderni. Anche qui, però, la decorazione non dovrebbe essere confusa con la sostanza. Un cocktail non diventa equilibrato perché è bello da fotografare.

Ed è proprio questa la ragione per cui il Whisky Sour continua a essere considerato una sorta di esame per chi lavora dietro il bancone. Non concede molte possibilità di nascondere gli errori. In un cocktail composto da dieci ingredienti si può perdere un difetto dentro la complessità; in un Sour ogni componente rimane esposto. La proporzione sbagliata si sente immediatamente.

Ma la parte più interessante arriva quando si comincia a considerare il Whisky Sour non come una ricetta conclusa, bensì come una matrice dalla quale partire.

Gli abbinamenti gastronomici più naturali sono quelli capaci di dialogare con la sua acidità e con la dolcezza del whisky. Un Whisky Sour classico può accompagnare molto bene carni arrosto e grigliate, soprattutto quando esiste una componente leggermente affumicata: l'acidità del limone aiuta a ripulire il palato dalla componente grassa, mentre il whisky mantiene il legame aromatico con la carne.

Con hamburger gourmet, pulled pork e costine glassate il cocktail assume invece una funzione quasi gastronomica, perché la sua acidità contrasta la dolcezza delle salse barbecue e la grassezza della carne. È probabilmente uno degli abbinamenti più intuitivi per una serata informale.

Il lato agrumato permette inoltre di avvicinarsi al pollo fritto e al pollo speziato, dove la freschezza del Sour può svolgere una funzione analoga a quella di una salsa acida. Con formaggi stagionati, invece, emerge il contrasto fra la componente sapida e grassa del formaggio e l'acidità del cocktail; particolarmente interessanti possono risultare parmigiano, pecorini non eccessivamente piccanti e cheddar stagionato.

Per chi preferisce il pesce, la scelta deve essere più selettiva. Il Whisky Sour può funzionare con salmone affumicato, crostacei alla griglia e preparazioni nelle quali esista una componente agrumata o leggermente affumicata, mentre risulta meno naturale accanto a pesci estremamente delicati, nei quali il carattere del whiskey rischierebbe di dominare.

Anche il mondo dei dessert offre possibilità interessanti. Cheesecake al limone, torta di mele, crostate agli agrumi e dessert al caramello possono creare un ponte fra la componente zuccherina del cocktail e quella del dolce, mentre la sua acidità impedisce all'abbinamento di diventare eccessivamente pesante. Con il cioccolato fondente, soprattutto ad alta percentuale di cacao, il risultato può essere più adulto e meno immediato, ma proprio per questo interessante.

Il Whisky Sour, dunque, non è semplicemente un cocktail storico da imparare a memoria. È una struttura. Ed è probabilmente questo il motivo per cui continua a sopravvivere alle mode: perché insegna una regola fondamentale della miscelazione che vale molto oltre il singolo bicchiere.

La qualità di un cocktail non dipende dal numero degli ingredienti, ma dalla precisione con cui pochi ingredienti vengono messi d'accordo.

E quando whisky, limone, zucchero, aria, acqua e ghiaccio trovano finalmente il loro equilibrio, quella che sembrava una ricetta elementare diventa una delle dimostrazioni più eleganti di quanto possa essere complessa la semplicità.

Cesio Endrizzi

sabato 1 marzo 2025

Paloma, il cocktail messicano che ha scelto la semplicità per diventare un classico

 



Fra i cocktail che raccontano meglio il rapporto fra una bevanda e il luogo nel quale è nata, il Paloma occupa una posizione particolare. Non possiede la fama internazionale della Margarita, non ha costruito intorno a sé lo stesso immaginario turistico e non necessita di una lunga lista di ingredienti per dichiarare la propria identità. Eppure, in Messico, il suo rapporto con la cultura del bere è profondo e radicato, al punto che la sua apparente semplicità finisce per essere precisamente la sua forza.

La storia della Paloma, tuttavia, è meno certa di quanto le ricostruzioni divulgative lascino talvolta intendere. Una delle versioni più diffuse attribuisce la creazione del cocktail a Don Javier Delgado Corona, celebre bartender di Tequila e proprietario del bar La Capilla, al quale viene attribuita anche l'invenzione della Batanga. Il problema è che lo stesso Corona avrebbe negato di essere l'autore della Paloma. È una circostanza tutt'altro che irrilevante, perché ricorda quanto sia difficile ricostruire l'origine di molti cocktail diventati popolari attraverso la tradizione orale, la pratica dei bar e la progressiva codificazione delle ricette.

La Paloma viene generalmente associata alla diffusione in Messico delle bibite gassate al pompelmo e alla combinazione fra tequila, agrume e componente frizzante. La ricetta moderna può assumere forme differenti, ma il principio rimane riconoscibile: la tequila costituisce la struttura alcolica, il pompelmo introduce profumi, acidità e una caratteristica componente amarognola, il lime aggiunge tensione e freschezza, mentre la componente zuccherina serve a ricomporre l'equilibrio.

È proprio quest'ultimo elemento a rendere interessante la preparazione artigianale della soda al pompelmo. Utilizzare un prodotto industriale è certamente più semplice, e non c'è nulla di sbagliato nel farlo; preparare invece una propria soda significa intervenire direttamente sull'equilibrio del cocktail, decidendo quanto pompelmo, quanta acqua, quanto zucchero e quanta acidità debbano entrare nel bicchiere.

La ricetta proposta utilizza 250 millilitri di succo fresco di pompelmo, 150 millilitri d'acqua, 30 millilitri di sciroppo d'agave e 30 millilitri di succo di lime, completando il composto con poche gocce di soluzione salina. Quest'ultimo dettaglio potrebbe sembrare marginale, ma nella mixology contemporanea il sale viene utilizzato proprio per modificare la percezione sensoriale del cocktail, riducendo la percezione dell'amaro e contribuendo a rendere più evidente la componente dolce e aromatica.

Naturalmente, non si tratta di trasformare il sale in un ingrediente magico. Quattro gocce di una soluzione salina non cambiano la natura della bevanda; possono però modificare l'equilibrio percepito. È una differenza importante, perché la buona miscelazione non consiste nell'aggiungere ingredienti in quantità crescenti, ma nel comprendere come interagiscono fra loro.

Anche la scelta della tequila è tutt'altro che secondaria. La Gritona citata nella preparazione appartiene a un progetto produttivo particolarmente riconoscibile, legato alla distillatrice Melly Barajas e a una distilleria caratterizzata dalla presenza femminile in un settore storicamente dominato dagli uomini. La produzione utilizza agave blu e il marchio ha costruito una parte della propria identità anche attraverso il recupero del vetro per le bottiglie e una presentazione volutamente distintiva.

Qui, tuttavia, bisogna separare il racconto del marchio dalla qualità effettivamente percepibile nel bicchiere. L'origine dell'agave, il metodo produttivo, la maturazione della pianta e la distillazione contribuiscono al carattere del distillato, ma il consumatore non dovrebbe lasciarsi convincere dal semplice accumulo di elementi narrativi. Una tequila può avere una storia affascinante e risultare poco convincente in un determinato cocktail; allo stesso modo, un distillato meno celebrato può integrarsi perfettamente con gli altri ingredienti.

Nel Paloma, peraltro, la tequila non deve necessariamente dominare tutto il resto. È un cocktail costruito sull'equilibrio, nel quale il distillato deve rimanere riconoscibile senza impedire al pompelmo di svolgere la propria funzione. È proprio per questo che una tequila particolarmente caratterizzata può richiedere una soda altrettanto accuratamente calibrata.

Il procedimento domestico descritto nella preparazione segue una logica quasi da laboratorio. Il succo viene estratto, filtrato per eliminare la componente solida e successivamente diluito. Il composto viene quindi trasferito in un sifone e raffreddato prima della carbonazione. L'utilizzo della CO₂ permette di ottenere una bevanda effervescente senza ricorrere necessariamente a una soda industriale già pronta.

Il passaggio della filtrazione è particolarmente interessante perché mostra una delle differenze fondamentali fra il semplice «fare un cocktail» e costruire una ricetta con un controllo maggiore della materia prima. Un succo ricco di particelle, polpa e materiale sospeso non si comporta allo stesso modo di un liquido filtrato quando viene utilizzato in un sifone e successivamente carbonato. La limpidezza non è soltanto estetica: può influire sulla consistenza e sulla stabilità della preparazione.

Anche il bicchiere e il ghiaccio partecipano alla costruzione finale. La Paloma viene normalmente servita in un bicchiere alto, con ghiaccio abbondante, e il bordo può essere parzialmente ricoperto di sale. La scelta di salare soltanto una parte del bordo è tutt'altro che ornamentale: consente a chi beve di decidere, sorso dopo sorso, quanto sale introdurre nella percezione complessiva del cocktail.

È un principio semplice ma intelligente, perché evita di rendere uniforme l'esperienza gustativa. Il bevitore può alternare sorsi con maggiore presenza salina ad altri nei quali prevalgono pompelmo, lime e tequila.

Alla fine, il risultato è quasi l'opposto di quella mixology che tende a costruire cocktail sempre più complessi, nei quali ogni ingrediente sembra dover dimostrare di avere diritto a stare nel bicchiere. La Paloma funziona perché non pretende di essere complicata. Ha bisogno di pochi elementi, ma richiede che quegli elementi siano equilibrati.

È anche per questo che il cocktail è particolarmente adatto all'estate. La componente agrumata e la carbonazione producono una percezione immediata di freschezza, mentre il ghiaccio e la diluizione progressiva rendono la bevanda meno aggressiva con il passare del tempo. Ma proprio questa facilità può essere ingannevole: la Paloma rimane una bevanda alcolica e la sua struttura fresca e dissetante può rendere meno evidente la presenza della tequila.

Il suo successo, dunque, non dipende soltanto dalla temperatura esterna o dalla moda dei cocktail messicani. È il risultato di una combinazione più intelligente: un distillato identitario, un agrume amarognolo, acidità, dolcezza, effervescenza e una moderata componente salina. Pochi elementi, ciascuno con una funzione precisa.

La Margarita ha forse conquistato l'immaginario internazionale, ma la Paloma racconta qualcosa di altrettanto interessante sulla cultura messicana del bere: la capacità di trasformare un prodotto profondamente territoriale come la tequila in una bevanda quotidiana, accessibile e sorprendentemente moderna senza bisogno di costruirle intorno una liturgia.

In fondo, è questa la caratteristica dei grandi cocktail: non devono dimostrare continuamente di essere grandi. Devono semplicemente funzionare.

E quando pompelmo, lime, ghiaccio, tequila e bollicine trovano il loro punto di equilibrio, la Paloma non ha bisogno di altre spiegazioni.

Cesio Endrizzi

 
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