Ovvero: come un digestivo milanese è diventato droga nazionale in Argentina, religione in Franciacorta e mistero in Scozia
C'è un liquido nero come la pece, amaro come un tradimento, erbaceo come un prato alpino dopo la pioggia, che divide l'umanità in due categorie: chi lo odia alla follia e chi ne fa una ragione di vita. Si chiama Fernet.
Se non sai cos'è, probabilmente sei una persona normale, con una vita sociale equilibrata e un fegato in buona salute. Se lo conosci, sai già che non esiste un "punto di vista intermedio" sul Fernet. O lo ami con la stessa intensità con cui i milanesi amano il Duomo, o lo detesti con la stessa violenza con cui i romanisti detestano la Juve.
E se sei argentino, probabilmente in questo momento stai già mescolando un Fernet con Coca-Cola senza nemmeno rendertene conto, perché per voi è come respirare.
Benvenuti nel mondo del liquore più controverso, più amato, più odiato e più frainteso d'Italia.
Siamo a Milano, 1845. Bernardino Branca è un tipo tosto: farmacista, imprenditore, con quella mentalità lombarda fatta di "io produco roba buona e chi non capisce sono cazzi suoi". Apre una fabbrica di liquori in Via Tre Monasteri (oggi Via Broggi) e comincia a sperimentare .
La sua idea è semplice: creare un amaro che non sia solo buono, ma anche salutare. Un digestivo che aiuti dopo i pasti, che risolva i problemi di stomaco, che rimetta in sesto chi ha mangiato troppo. Prende una montagna di erbe officinali (oltre 40 varietà), le mette a macerare nell'alcol, e ne tira fuori un liquido scuro, potentissimo, dal sapore che ancora oggi, quasi due secoli dopo, è rimasto identico .
Nasce così il Fernet Branca, destinato a diventare il più famoso amaro italiano nel mondo. Peccato che nessuno, all'epoca, potesse immaginare quanto lontano sarebbe arrivato.
Qual è la ricetta del Fernet? Bella domanda. Prova a chiederlo alla Branca. Ti rideranno in faccia. Perché il segreto è custodito come i codici nucleari: lo sanno in quattro gatti, e quei quattro gatti non parlano.
Quello che si sa è che le erbe sono oltre 40, provenienti da tutto il mondo: mirra, zafferano, camomilla, rabarbaro, genziana, menta, cardamomo, aloe, china calissaia (da cui deriva il chinino) . Roba che se le metti tutte insieme in una pentola, viene fuori un intruglio che potrebbe curare la peste o stendere un elefante.
La lavorazione è lunga e complessa. Le erbe vengono fatte macerare nell'alcol per settimane, poi distillate, poi invecchiate in botti di rovere per almeno un anno . Il risultato è un liquore che non assomiglia a nient'altro: denso, scuro, amaro ma con mille sfumature, capace di passare in un sorso dalla liquirizia alla menta, dal cacao alla genziana.
C'è una cosa che tutti notano quando versano un Fernet: sul fondo della bottiglia, dopo un po', si forma un deposito scuro, quasi fangoso. In gergo si chiama "passino" o "feccia".
I profani lo guardano con sospetto. "Ehi, questo è andato a male! C'è roba sul fondo!".
No, imbecille, è lì apposta. È il segno che il Fernet è stato fatto con ingredienti veri, con erbe vere, e che quelle erbe, col tempo, depositano i loro residui. Più passino c'è, più il Fernet è "vivo" .
La Branca, per la versione esportazione (quella che finisce in America e in Argentina), toglie il passino con un procedimento di filtrazione più spinta. Ma gli intenditori sanno che il vero Fernet è quello col deposito. Perché il deposito è garanzia di artigianalità, di roba vera, di tradizione che non si piega alle esigenze del mercato.
La storia del Fernet in Argentina comincia nel 1940, con un nome: Enrico Marone. Un imprenditore piemontese che decide di portare il liquore milanese dall'altra parte dell'oceano.
L'Argentina, all'epoca, è un paese in piena espansione, pieno di immigrati italiani che ricordano i sapori di casa. Il Fernet, con la sua potenza e il suo sapore inconfondibile, poteva essere un successo. E lo fu.
Ma la vera svolta arriva negli anni '90. Quando gli argentini scoprono una cosa che gli italiani non avevano mai considerato: mescolare il Fernet con la Coca-Cola.
Per un italiano tradizionalista, mettere il Fernet nella Coca-Cola è un sacrilegio. È come mettere il ketchup sulla pasta. È come bere il Barolo con la gassosa.
Ma gli argentini non hanno questi complessi. Prendono un bicchiere alto, lo riempiono di ghiaccio (tanto ghiaccio, siamo a Buenos Aires, fa caldo), ci versano il Fernet fino a riempire un terzo del bicchiere, e poi aggiungono la Coca-Cola. Freddissima. Possibilmente in bottiglia di vetro .
Il risultato è una bomba: l'amaro del Fernet si sposa con la dolcezza caramellata della Coca, le bollicine puliscono il palato, il ghiaccio lo rende bevibile anche a 40 gradi all'ombra. È dissetante, è forte, è perfetto per l'aperitivo.
Oggi, in Argentina, il Fernet con Coca è la bevanda nazionale. Si stima che il 70% del Fernet prodotto nel mondo venga consumato in Argentina . Ogni anno, gli argentini bevono 70 milioni di litri di Fernet, 50 milioni di bottiglie, 5 litri a testa. Roba da far sembrare gli italiani dei pivelli.
Ed ecco il paradosso. Il Fernet nasce a Milano. È italiano. È prodotto dalla Branca, che è italiana. Eppure, in Italia, il Fernet lo bevono solo:
- I milanesi veraci, quelli che ancora vanno all'osteria e lo prendono dopo il caffè
- I barman che lo usano nei cocktail
- Quattro vecchi con la barba bianca che ricordano quando si faceva così
Il grosso della produzione? Finisce in Argentina. Gli argentini hanno fatto del Fernet la loro bandiera, il loro simbolo, la loro ragione di vita. Noi italiani l'abbiamo inventato. Loro lo hanno reso immortale.
C'è una lezione di marketing, in tutto questo, ma non è il caso di approfondire.
Nel 2022, la Branca ha vinto una battaglia legale importante: l'ufficio dell'Unione Europea per la proprietà intellettuale ha riconosciuto al marchio il diritto di usare in esclusiva il termine "Milano" sulle etichette dei propri prodotti .
La motivazione? "L'abbinamento di Milano all'idea di Fernet deriva proprio dalle capacità di Bernardino Branca". Tradotto: se dici Fernet, pensi a Milano. Se dici Milano, pensi al Fernet. Quindi nessun altro può usare quel nome.
È una vittoria che sembra scontata, ma non lo è. Perché negli anni sono nati decine di imitatori, di "Fernet alternativi", di "amari alla milanese". La Branca ha dovuto lottare per difendere il suo primato. E alla fine ha vinto.
Il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio (patrono di Milano), si celebra il Fernet-Branca Day . Non è una festa nazionale, ma a Milano lo è. I locali offrono Fernet a prezzi stracciati, i milanesi veri lo ordinano dopo ogni pasto, e per un giorno la città si tinge di nero.
È un rito laico, ma con qualcosa di religioso. Perché il Fernet, a Milano, è più di un amaro. È un'identità. È il sapore della città, della sua storia, della sua capacità di resistere al tempo e alle mode.
Se passate da Sesto San Giovanni, a due passi da Milano, potete visitare il Ristorante Fernet Branca
. Non è un ristorante qualsiasi: è un locale storico, legato alla fabbrica, dove si mangia la vera cucina milanese e si beve, ovviamente, Fernet in tutte le salse.
E poi c'è il Parco della Distilleria, un'area verde nata intorno allo stabilimento, dove ancora oggi si producono i liquori. È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe officinali e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra uscito da un'altra epoca.
Qual è il modo giusto di bere il Fernet? Domanda da un milione di dollari. Ecco alcune opzioni:
- Liscio, dopo caffè: il rito dei veri. Un bicchierino, rigorosamente piccolo, rigorosamente freddo (ma non ghiacciato), rigorosamente dopo il caffè. Si beve in un sorso, come una medicina, e ti pulisce lo stomaco meglio di qualsiasi digestivo industriale.
- Con ghiaccio e scorza d'arancia: per chi vuole allungare il momento, per chi lo tratta come un whisky, per chi ha tempo e voglia di assaporare le sfumature.
- Fernet con Coca: versione argentina, da provare almeno una volta nella vita, magari in un'estate calda, magari dopo un pasto pesante.
- Nel cocktail: il Fernet è un ingrediente potentissimo, usato dai barman per dare profondità e amarezza a drink complessi. Il Fernet and Coke (quello vero, con la Coca, non con la soda) è un classico dei bar di tutto il mondo.
C'è una curiosità che pochi conoscono. Nella gamma Branca esiste anche un "Misto", un amaro più leggero, meno aggressivo, pensato per chi vuole avvicinarsi al mondo del Fernet senza farsi male .
Ha una gradazione alcolica più bassa (intorno ai 20 gradi invece dei 40 del classico) e un sapore più dolce, più rotondo. Se il Fernet classico è una martellata in testa, il Misto è un colpo di tappeto. Fa male lo stesso, ma con più stile.
Il Fernet-Branca è il re, ma non è l'unico. Esiste un altro Fernet, prodotto dalla Stock, che in alcuni paesi (soprattutto in Argentina) è una valida alternativa.
Il Fernet Stock è nato a Trieste nel 1884, prodotto da Lionello Stock (un altro imprenditore italiano con la testa sulle spalle). La differenza? Il Fernet Stock è leggermente più dolce, meno erbaceo, più "morbido" del Branca. Gli argentini lo adorano quasi quanto l'originale, e in alcune regioni (come Córdoba) è addirittura preferito.
La guerra tra i due Fernet è una di quelle guerre sotterranee, che non si vedono ma si sentono. Nei bar di Buenos Aires, ordinare Fernet Branca o Fernet Stock è una scelta politica, quasi esistenziale. E guai a sbagliare.
Esiste anche un Fernet scozzese? Quasi. C'è un amaro prodotto in Scozia che si avvicina al concetto di Fernet, ma non è la stessa cosa. I britannici hanno una tradizione diversa di amari, più legata ai bitter da cocktail (come l'Angostura) che ai digestivi da fine pasto.
Ma il Fernet, in Scozia, è conosciuto e apprezzato. Soprattutto nei bar di Edimburgo e Glasgow, dove i barman lo usano per dare carattere ai loro drink. Perché il Fernet è una di quelle cose che, una volta che le scopri, non puoi più farne a meno.
Mettiamo i puntini sulle i. Che sapore ha il Fernet?
Se lo bevi veloce, senza pensarci, senti solo amaro. Un amaro potente, quasi aggressivo, che ti prende la lingua e non la molla più.
Se lo assaggi con calma, cominci a distinguere le note:
- Menta: fresca, pungente, quasi balsamica. È la prima cosa che senti, quella che ti pulisce il naso.
- Rabarbaro: amaro, terroso, che sa di radici e di terra bagnata.
- Liquirizia: dolce-amara, che arriva dopo, quando l'amaro iniziale si è attenuato.
- Cacao: tostato, amaro, quasi cioccolatoso. È la nota più complessa, quella che rende il Fernet unico.
- Erbe alpine: genziana, achillea, camomilla, che affiorano qua e là come ricordi lontani.
È un sorso che cambia, che si evolve, che non sta mai fermo. Un po' come Milano: apparentemente grigia e dura, ma piena di sfumature per chi sa guardare.
Il Fernet classico ha una gradazione alcolica del 39% . Non è poco. Non è robetta da aperitivo. È roba da dopocena, da fine pasto, da momento in cui vuoi qualcosa che ti "sistema" lo stomaco e ti ricorda che esisti.
I 39 gradi non sono casuali: sono il risultato di una distillazione che preserva le proprietà delle erbe senza renderle troppo aggressive. Ma per un palato non abituato, possono essere una bella botta.
Ecco perché gli argentini lo tagliano con la Coca. Ecco perché i milanesi veri lo prendono in bicchierini piccoli, quasi da liquore. Perché il Fernet non si scherza. Il Fernet è roba seria.
Alla fine, cos'è il Fernet?
È un amaro milanese nato nell'Ottocento per curare lo stomaco e diventato, quasi due secoli dopo, un simbolo globale.
È un liquore che gli italiani hanno dimenticato e gli argentini hanno fatto proprio.
È un sapore che divide, che non lascia indifferenti, che o ami o odi.
È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe segrete e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra fermo nel tempo.
È un rito, un'identità, un modo di dire "io sono di Milano" senza doverlo spiegare.
Se non l'hai mai provato, fallo. Ma fallo bene. Non con la Coca, non col ghiaccio, non dopo una pizza qualsiasi. Fallo dopo un vero pranzo milanese, dopo una cotoletta e un risotto, dopo un caffè forte. Prendi un bicchierino, versalo freddo, bevilo in un sorso.
E poi dimmi se hai capito.
Probabilmente no. Ma va bene così. Il Fernet non si capisce. Si vive.
Appendice Tecnica: Come Berlo (Le Regole Non Scritte)
Il Bicchiere
Quello da liquore, piccolo, panciuto. Non il tumbler, non il calice. Il bicchierino da nonna.
La Temperatura
Freddo, ma non ghiacciato. Dieci minuti in frigo sono l'ideale. Se lo metti in freezer, diventa troppo denso e perde le sfumature.
Il Momento
Dopo caffè. Sempre. Mai prima del pasto (a meno che tu non voglia rovinarti lo stomaco per il resto della serata).
La Quantità
Un dito. Non di più. Il Fernet non si beve a litri.
La Regola d'Oro
Se ordini un Fernet in un bar e il bartender ti guarda strano, cambia bar. Se ordini un Fernet in un bar di Milano e il bartender ti fa un inchino, sei nel posto giusto.
Gradazione alcolica: 39%
Difficoltà di approccio: Altissima
Probabilità di diventarne dipendenti: Bassa (perché dopo il primo, il secondo è una sfida)
Numero di erbe segrete: Oltre 40 (e non le saprai mai)

