L’ideatore di questa follia – se così si può definire un progetto che ha richiesto più di un decennio di studi, viaggi e paziente apprendistato – si chiama Diego Assandri, classe 1973, ultimo erede di una dinastia che dal lontano 1830 custodisce e gestisce l’Antico Mulino di Sassello . Un mulino che è un pezzo di archeologia industriale vivente: la ruota in ferro battuto, ancora oggi movimentata dalle acque del Rio Sbruggia, aziona le macine di pietra francese che riducono in farina i cereali coltivati a poche centinaia di metri di distanza, senza fertilizzanti chimici, senza pesticidi, senza la fretta che caratterizza la produzione industriale. Qui, per decenni, si è prodotto pane, polenta e pasta per le famiglie della valle, seguendo un ciclo che il tempo sembrava aver dimenticato. E qui, a partire dal 2018, quando Diego ha posato i primi due alambicchi – uno tradizionale in rame, uno a colonna, entrambi realizzati su suo progetto tra gli Stati Uniti e il Sudafrica – è cominciata una nuova storia .
Ma, si sa, in Italia le parole hanno peso, e quella “whisky” è protetta da disciplinari severi che pochi produttori artigianali possono permettersi di infrangere. Perché un distillato di cereali possa fregiarsi di questo nome, deve infatti trascorrere almeno tre anni in botti di legno, maturando colore, complessità e quella rotondità che distingue i grandi spirit anglosassoni. E così, mentre le botti di rovere – realizzate su misura dalla piemontese Gamba, autentica Rolls Royce del settore – custodiscono pazientemente il futuro “Signor Camillo” whisky, ciò che esce oggi dall’alambicco di Diego Assandri si chiama Moonshine . Un new make, nel gergo tecnico: un distillato giovane, bianco come esce dal condensatore, che conserva intatti i profumi del cereale di partenza senza le addizioni del legno. E che, nella sua versione più pura, si presenta cristallino, di 40 gradi, con un naso che sorprende per freschezza e pulizia: note agrumate, un accenno di polenta appena sfornata, e un finale dolce che non tradisce la ruvidità che ci si aspetterebbe da un distillato così giovane .
Ciò che rende questo moonshine diverso da qualsiasi altro prodotto sul mercato – e ciò che ha convinto la giuria dei World Whiskies Awards a conferirgli la medaglia d’oro per tre anni consecutivi, dal 2023 al 2025 – è la filiera cortissima, il controllo assoluto di ogni fase . Il mais che Diego coltiva nei suoi trentadue minuscoli appezzamenti sparsi attorno a Sassello, la varietà “otto file” che un tempo nutriva le famiglie contadine, viene raccolto a mano, macinato a pietra nel mulino di famiglia, e poi trasformato in una sorta di “polenta liquida” che fermenta e viene distillata due volte: la prima in alambicco discontinuo di rame, che esalta i profumi più volatili; la seconda in colonna, che aggiunge struttura e raffinatezza . L’acqua, elemento cruciale in ogni distillazione, è quella gelida e pura del Rio Sbruggia, la stessa che da quasi due secoli muove la ruota del mulino. E il risultato è un distillato che, come sottolinea lo stesso Assandri, “sa di Liguria” – non per un’aggiunta aromatica postuma, ma per la capacità del territorio di imprimere il suo carattere nel cereale stesso.
Questa fedeltà alla materia prima è forse l’aspetto più rivoluzionario della filosofia produttiva del Mulino di Sassello. A differenza della maggior parte dei whisky tradizionali, che utilizzano orzo maltato (cioè germinato e poi essiccato per sviluppare enzimi che trasformano l’amido in zucchero), il moonshine di Diego Assandri non subisce alcuna maltazione. L’amido del mais viene reso disponibile alla fermentazione attraverso un’accurata extracottura, un processo che preserva intatte le caratteristiche organolettiche del cereale . È una scelta tecnica che ha profonde implicazioni di gusto: il distillato conserva infatti il sapore autentico del mais, senza le note affumicate o terrose che la torba o l’essiccazione a fuoco diretto possono conferire. E la stessa filosofia – cereali non maltati, macinati a pietra, distillati con acqua di fonte – verrà estesa al whisky che vedrà la luce nel 2026, quando le botti avranno completato il loro triennio di affinamento. Un whisky che sarà il primo al mondo ottenuto al 100% da farro non maltato, un cereale antico che la famiglia Assandri coltiva sui declivi del Beigua e che promette di raccontare una storia di sapori completamente nuova rispetto ai riferimenti scozzesi o irlandesi .
Accanto alla versione classica – che rimane il fiore all’occhiello, il distillato puro che più di ogni altro esprime la personalità del mais sassellese – Diego ha saputo costruire una piccola famiglia di prodotti che esplorano le possibilità dell’affinamento e dell’aromatizzazione senza tradire la vocazione territoriale. C’è il “Cuore di Legno”, che pur non invecchiando in botte (non avendo ancora la qualifica di whisky) viene affinato in tank d’acciaio con l’aggiunta di chips di rovere: ne esce un distillato ambrato, con note dolci di vaniglia, leggeri sentori tannici e una rotondità che lo rende più accessibile al palato non avvezzo ai giovani spirit . E poi c’è il “Chinotto e miele”, forse l’omaggio più esplicito alla Liguria: un moonshine aromatizzato con il chinotto di Savona – agrume dalla buccia verde e dal sapore amarognolo che da secoli caratterizza i prodotti tipici della Riviera – e con il miele di Sassello, chiaro, delicato, raccolto dagli alveari che costellano i boschi di castagno circostanti . Un’idea che trae ispirazione dal Southern Comfort americano, ma che ne ribalta completamente lo spirito: non si tratta di addolcire un distillato anonimo, ma di esaltare, attraverso due eccellenze locali, la personalità già ricca di un cereale che, da solo, ha molto da raccontare.
La produzione, comprensibilmente, non è industriale. Oggi la distilleria del Mulino di Sassello imbottiglia tra le sette e le diecimila bottiglie da mezzo litro all’anno . Un numero che potrebbe crescere se Diego riuscirà a convincere gli agricoltori della zona a tornare a coltivare mais, invertendo quella tendenza allo spopolamento e all’abbandono dei terreni che da decenni affligge l’Appennino ligure. Ma la cifra più notevole dell’impresa di Diego Assandri non sta tanto nelle quantità, quanto nella qualità del messaggio: un’azienda agricola che, da sola, ha saputo costruire una filiera completa – dalla semina alla macinazione, dalla fermentazione alla distillazione, fino all’imbottigliamento – e l’ha fatto senza mai tradire il territorio, anzi, mettendolo al centro di una narrazione capace di conquistare i palati più esigenti del mondo. La distribuzione, affidata al 1492 Coloniale group, evita accuratamente la grande distribuzione organizzata per privilegiare enoteche e negozi specializzati . E ai Beigua Docks, i locali ricavati dagli ex magazzini sopra il mulino, i visitatori possono degustare il moonshine in abbinamento a panini, focacce e primi piatti preparati con le farine della famiglia Assandri, chiudendo così il cerchio di un’economia circolare che ha pochi eguali in Italia.
Sulla mensola di una vecchia credenza, in un angolo della distilleria, Diego tiene allineate più di cinquanta mignon di whisky provenienti da tutto il mondo – Scozia, Irlanda, Stati Uniti, Giappone – tutte rigorosamente intatte, a testimonianza di una passione che non si è mai placata . Tra queste, presto troverà posto anche la versione in formato ridotto del suo stesso moonshine, completando una collezione che è insieme autobiografia e dichiarazione d’intenti. Perché ciò che Diego Assandri ha realizzato a Sassello non è semplicemente un distillato di qualità. È la prova che anche in una terra senza tradizione whisky – senza le torbe scozzesi, senza i rickhouse del Kentucky, senza le leggende dei contrabbandieri – si può costruire un’eccellenza globale, a patto di avere una materia prima eccezionale, una visione chiara e la pazienza di aspettare che il tempo, e il legno, facciano il loro dovere. Quando, nel 2026, le botti verranno aperte e il primo whisky ligure della storia farà il suo ingresso nel mondo, avremo modo di giudicare se la scommessa è stata vinta. Ma a giudicare dai riconoscimenti che già piovono sul “Signor Camillo” – medaglie d’oro, premi internazionali, l’attenzione dei critici più influenti – c’è da scommettere che quella che oggi è una curiosità artigianale diventerà presto un punto di riferimento obbligato per chiunque voglia capire dove sta andando la distillazione italiana. E magari, chissà, tra qualche anno saremo noi a raccontare che il primo whisky della Liguria nacque al chiaro di luna, in un mulino ad acqua tra i boschi di Sassello, grazie a un mugnaio che non aveva paura di sognare in grande.