sabato 21 dicembre 2024

Cocktail Vampiro: storia, ricetta e fascino del drink messicano dal colore rosso sangue

 

Il Vampiro è uno dei cocktail più caratteristici del Messico, una bevanda che colpisce immediatamente per il suo colore rosso intenso, tanto da ricordare il sangue e giustificare il suo nome inquietante e affascinante. Fresco, agrumato e leggermente speziato, è considerato da molti una valida alternativa al più celebre Margarita.

A differenza di molti cocktail tropicali, il Vampiro possiede una personalità più complessa, grazie all'unione tra tequila, agrumi e ingredienti dal carattere sapido e speziato.

Il Vampiro nasce in Messico, probabilmente nello stato di Jalisco, la patria della tequila.

Secondo la tradizione, il cocktail sarebbe stato creato negli anni Sessanta da un venditore ambulante che cercava una bevanda rinfrescante ma diversa dai classici drink a base di tequila.

Nel tempo il Vampiro è diventato particolarmente popolare nelle feste e nelle celebrazioni messicane, grazie alla sua capacità di unire freschezza e intensità aromatica.

La ricetta varia leggermente da regione a regione, ma gli ingredienti fondamentali sono:

  • 50 ml di Tequila blanco

  • 80 ml di succo di pomodoro o sangrita

  • 30 ml di succo d'arancia

  • 15 ml di succo di lime fresco

  • qualche goccia di salsa piccante

  • un pizzico di sale

  • ghiaccio

Alcune versioni prevedono anche l'aggiunta di soda al pompelmo.


Ingredienti per 1 cocktail

  • 50 ml di tequila blanco

  • 80 ml di sangrita

  • 15 ml di succo di lime

  • ghiaccio

  • sale per decorare il bordo del bicchiere


Procedimento

Step 1

Riempi un bicchiere highball con ghiaccio.

Step 2

Versa la tequila, il succo di lime e la sangrita.

Step 3

Mescola delicatamente con un bar spoon.

Step 4

Decora con una fetta di lime e servi immediatamente.


Cos'è la sangrita?

La sangrita è una bevanda tradizionale messicana spesso servita accanto alla tequila.

Contiene generalmente:

  • succo di pomodoro

  • succo d'arancia

  • lime

  • spezie

  • peperoncino

È proprio la sangrita a conferire al Vampiro il caratteristico colore rosso.

Il nome deriva principalmente dal colore della bevanda.

Quando viene preparato con una sangrita ricca di pomodoro e peperoncino, assume infatti una tonalità rosso scuro che richiama immediatamente l'immaginario vampirico.

Il gusto intenso e pungente contribuisce ulteriormente al fascino del nome.

Il Vampiro è molto diverso dai cocktail dolci a base di frutta.

Nel bicchiere troviamo:

  • acidità degli agrumi

  • note vegetali del pomodoro

  • freschezza della tequila

  • piccantezza del peperoncino

  • componente sapida

Il risultato è un cocktail sorprendentemente equilibrato.

Il Vampiro accompagna molto bene:

  • tacos

  • burritos

  • carne alla griglia

  • nachos

  • fajitas

  • cucina tex-mex

L'acidità e la componente speziata aiutano a pulire il palato dai sapori più intensi.

Pur condividendo la tequila come ingrediente principale, il Vampiro e il Margarita sono molto diversi.

Margarita

  • agrumato

  • elegante

  • secco

  • essenziale

Vampiro

  • speziato

  • sapido

  • più complesso

  • più gastronomico

Molti bartender hanno sviluppato interpretazioni contemporanee del Vampiro utilizzando:

  • succo di melograno

  • peperoncini affumicati

  • tequila reposado

  • agrumi differenti

Queste varianti mantengono il colore rosso e l'identità del cocktail, ma aggiungono nuove sfumature aromatiche.

Il Vampiro è uno dei cocktail più interessanti della tradizione messicana. Grazie alla combinazione di Tequila, agrumi e sangrita, offre un'esperienza diversa dai classici drink estivi: meno dolce, più speziata e decisamente più audace.

Il suo colore rosso intenso, il carattere vivace e il forte legame con la cultura gastronomica messicana lo rendono un cocktail capace di lasciare il segno fin dal primo sorso.


venerdì 20 dicembre 2024

B-52 Cocktail: storia, ricetta e curiosità del celebre shot a strati

 


Il B-52 è uno dei cocktail più famosi al mondo nella categoria degli shot. Piccolo nelle dimensioni ma grande nell'impatto visivo, è diventato un'icona dei bar grazie ai suoi tre strati perfettamente distinti e al suo gusto dolce, cremoso e intenso.

Il nome richiama il celebre Boeing B-52 Stratofortress, uno degli aerei militari più noti del XX secolo. Come il velivolo da cui prende il nome, anche il cocktail è diventato una leggenda nel proprio campo.

L'origine del B-52 non è completamente certa, come accade per molti cocktail classici.

La teoria più diffusa attribuisce la sua creazione agli anni Settanta in Canada, dove alcuni bartender iniziarono a sperimentare cocktail a strati sfruttando le diverse densità dei liquori.

Il risultato fu uno shot elegante e scenografico che conquistò rapidamente i locali del Nord America prima di diffondersi in Europa e nel resto del mondo.

Il B-52 è composto da tre liquori serviti in parti uguali.


Ingredienti

  • 20 ml di Kahlúa

  • 20 ml di Baileys Irish Cream

  • 20 ml di Grand Marnier

La particolarità del B-52 è la stratificazione.

Step 1

Versare il Kahlúa sul fondo dello shot.

Step 2

Con l'aiuto del dorso di un cucchiaino, versare lentamente il Baileys sopra il Kahlúa.

Step 3

Ripetere la stessa operazione con il Grand Marnier, creando il terzo strato.

Il risultato sarà uno shot composto da tre livelli distinti e ben visibili.

La magia del B-52 è spiegata dalla densità dei liquori.

  • Kahlúa → più pesante

  • Baileys → densità intermedia

  • Grand Marnier → più leggero

Versando lentamente ogni ingrediente, gli strati rimangono separati senza mescolarsi.

Visivamente il B-52 è spettacolare:

  • base scura color caffè

  • centro crema color nocciola

  • superficie ambrata

Quando viene bevuto in un solo sorso, i tre liquori si fondono creando un gusto complesso e armonioso.

Il cocktail presenta:

  • note di caffè tostato

  • sentori di panna e vaniglia

  • aromi di arancia candita

  • finale caldo e liquoroso

È uno shot dolce, ideale come fine pasto.

Una delle varianti più spettacolari è il B-52 flambé.

In questo caso:

  • il Grand Marnier viene incendiato

  • il cocktail viene servito con una fiamma blu sulla superficie

Questa preparazione richiede attenzione e deve essere eseguita solo da personale esperto.

Il successo del B-52 ha generato numerose interpretazioni.

B-51

Sostituisce il Grand Marnier con un altro liquore.

B-53

Può includere liquori all'anice o alla sambuca.

B-54

Versione con liquori differenti ma stessa tecnica di stratificazione.

Grazie alle sue note dolci e aromatiche, il B-52 accompagna bene:

  • dessert al cioccolato

  • tiramisù

  • cheesecake

  • dolci al caffè

  • pasticceria secca

Viene spesso servito come digestivo.

Il B-52 ha conquistato i bartender per diversi motivi:

  • facilità di preparazione

  • forte impatto visivo

  • ingredienti facilmente reperibili

  • gusto piacevole anche per chi non ama i distillati secchi

È uno dei primi cocktail che molti appassionati imparano a preparare quando si avvicinano al mondo della mixology.

Per ottenere un B-52 perfetto:

  • non versare troppo velocemente

  • usare un cucchiaino per stratificare

  • rispettare le proporzioni

  • utilizzare liquori ben conservati

La precisione è fondamentale.

Il B-52 è uno dei cocktail più iconici della storia della mixology moderna. Con i suoi strati perfetti di Kahlúa, Baileys Irish Cream e Grand Marnier, unisce estetica e gusto in un formato compatto ma sorprendente.

Dolce, aromatico e scenografico, continua a essere uno degli shot più ordinati nei bar di tutto il mondo, dimostrando che anche un piccolo bicchiere può lasciare un grande ricordo.




giovedì 19 dicembre 2024

Coca-Cola Lemon: storia, caratteristiche e modi di gustare la celebre variante agrumata


La Coca-Cola Lemon è una delle varianti più conosciute della classica Coca-Cola. Nata per offrire una versione più fresca e agrumata della celebre bibita, unisce il gusto inconfondibile della cola alle note vivaci del limone, creando una bevanda particolarmente apprezzata nei mesi più caldi.

Pur non essendo presente in modo continuativo in tutti i mercati, Coca-Cola Lemon ha saputo conquistare molti consumatori grazie al suo profilo aromatico più fresco rispetto alla ricetta tradizionale.

L'idea di aromatizzare la cola con il limone non è nuova. Per decenni, nei bar e nei ristoranti di tutto il mondo, era comune servire una Coca-Cola accompagnata da una fetta di limone.

Osservando questa abitudine dei consumatori, The Coca-Cola Company decise di sviluppare una versione ufficiale della bevanda che incorporasse direttamente l'aroma agrumato.

La Coca-Cola Lemon fu lanciata in diversi paesi all'inizio degli anni 2000, ottenendo un buon successo soprattutto nei mercati asiatici ed europei.

La Coca-Cola Lemon mantiene la struttura aromatica della cola tradizionale, ma introduce una nota agrumata che modifica sensibilmente l'esperienza di degustazione.

Le caratteristiche principali sono:

  • gusto di cola classico

  • aroma naturale di limone

  • finale più fresco

  • sensazione meno dolce rispetto alla percezione della Coca-Cola originale

Il limone non copre il sapore della cola, ma ne alleggerisce il profilo.

La composizione varia leggermente a seconda del mercato, ma generalmente comprende:

  • acqua gassata

  • zucchero o sciroppo di glucosio-fruttosio

  • colorante caramello

  • aromi naturali

  • aroma di limone

  • caffeina

  • acido fosforico

Nel corso degli anni la Coca-Cola Lemon è stata commercializzata in diversi paesi:

  • Giappone

  • Regno Unito

  • Germania

  • Italia

  • Australia

In alcuni mercati è rimasta disponibile stabilmente, mentre in altri è stata proposta come edizione limitata o stagionale.

Per apprezzarla al meglio, la Coca-Cola Lemon dovrebbe essere servita:

  • molto fredda

  • tra 4 e 6 °C

  • con abbondante ghiaccio

Una fetta di limone fresco può enfatizzare ulteriormente il carattere agrumato.

Grazie alla sua freschezza, si abbina bene a:

Street food

  • hamburger

  • hot dog

  • patatine fritte

Pizza

L'acidità del limone contribuisce a pulire il palato dopo ogni boccone.

Cucina speziata

  • tacos

  • burrito

  • piatti piccanti

Dolci agrumati

  • crostate al limone

  • cheesecake agli agrumi

  • biscotti al limone


Utilizzo nei cocktail

La Coca-Cola Lemon può essere utilizzata anche come mixer.

Si presta bene a combinazioni con:

  • Rum bianco

  • Vodka

  • Bourbon

Il limone già presente nella bevanda aggiunge una componente fresca che riduce la necessità di ulteriori agrumi.

Il successo della Coca-Cola Lemon deriva da un equilibrio interessante:

  • mantiene l'identità della cola

  • introduce una novità percepibile

  • aumenta la sensazione di freschezza

È una variazione che non stravolge il prodotto originale ma lo rende più adatto alle giornate calde.

La Coca-Cola Lemon rappresenta uno degli esperimenti più riusciti nel mondo delle bevande gassate aromatizzate. L'unione tra la classica Coca-Cola e il limone crea una bevanda fresca, versatile e piacevole, capace di accompagnare sia momenti di relax sia pasti informali.

Pur essendo una semplice variante della ricetta originale, ha saputo costruirsi una propria identità grazie a un profilo aromatico più vivace e dissetante.


mercoledì 18 dicembre 2024

Il profumo del tempo sospeso

  


Cigolii precedono il lento incedere dei passi, tra biliardi, caffè e fumose cucine da cui l'odore di pietanze contadine si spande per il locale. Marisa è andata presto al mercato di quartiere e ha scelto le verdure per un piatto speciale. Gino ha appena tirato l'asso sul panno verde. Gioca a briscola con Leonardo, suo coetaneo e settantenne in pensione. La trippa è quasi pronta, ma prima un "bianchino" con gli amici della stecca. Ieri Giorgio ha fatto filotto e paga per tutti. Dalla vecchia radio, in bella vista sul bancone in laminato, suona una canzone di Gaber e Jannacci. Si parla di politica, di calcio, di tutto. Mentre fuori il mondo corre, qui il tempo si è fermato. Sembra di essere trasportati dentro le atmosfere iconiche del "Bar Sport" di Stefano Benni, in salsa meneghina e con una vena più nostalgica. Questi luoghi sono i "Posti Sinceri" raccontati da una coppia di amici di Milano, con la passione per le atmosfere del passato.

La sincerità come ricerca della schiettezza, purezza e genuinità. L'autenticità di un codice che resiste all'iperconnetività di una società modaiola. Ed è proprio questo quello che hanno pensato Maurizio e Anna (utilizziamo due nomi di fantasia, giacché vogliono restare totalmente anonimi) quando hanno ideato questo progetto, nato dalla voglia di portare alla luce tesori della realtà di quartiere verace e dimenticata. Due amici uniti dalla passione per questa tipologia di ambienti, che nel tempo si è trasformata in una pagina Instagram con più di 40 mila seguaci. Numeri da influencer, ma mentalità rivoluzionaria. La loro idea dei social è in totale antitesi con il tessuto connettivo stesso di Instagram nel quale, come ci dicono, "la personalizzazione è alla base di ogni scatto"; da qui l'esigenza e la voglia di un anonimato che sa di anacronistico. Quasi si infastidiscono quando gli chiediamo i nomi e che lavoro fanno: "Vogliamo che gli unici protagonisti siano i locali, noi siamo solo un mezzo. Ci occupiamo di tutt'altro e non ci interessa apparire in nessun modo". E i posti (sinceri) di cui parlano sono dei luoghi dimenticati, ammantati di fascino, ricchi di storia e di storie. Fuori dai contesti modaioli della Milano da bere.

Trattorie in primis, ma anche gelaterie e pizzerie, bar con biliardi, bocciofile e circolini. Tutto quello che racconta una Milano d'antan che continua a esistere e resistere, nonostante tutti (e tutto), quasi esclusivamente in periferia. "Il centro storico è oramai una vetrina, non un quartiere. Si trovano solo luci e negozi. Non parla della città". Ed effettivamente è solo spostandosi dai centri storici, frequentati spesso da turisti, che si incontra "la verità", quella sincera di cui parlano. Una verità raccontata attraverso una galleria di immagini il cui fine è far conoscere agli utenti stessi queste realtà, lontane dai giri social, che diversamente non avrebbero modo di essere conosciute neanche dagli abitanti della città.

I due ideatori, che lavorano nell'anonimato come degli agenti segreti, spiegano: "In realtà non ci siamo mai presentati per paura di essere scambiati per dei critici. Ci avrebbero guardato male. Noi non parliamo dei piatti e non facciamo recensioni, mettiamo alla luce delle realtà. Quando abbiamo iniziato a catalogare i locali come 'posti sinceri', ci siamo resi conto che non erano conosciuti neanche dai milanesi. Ci siamo stupiti noi stessi dalla quantità di locali con questi requisiti in giro; il brutto è che sono di fatto invisibili. Come accade nelle grandi città, chi abita in una zona, difficilmente conoscerà le realtà di un'altra, difatti quando andavamo per fare gli scatti, le persone che ci trovavamo dentro erano abitanti delle zone limitrofe. Oggi grazie al richiamo dei social e al passa parola, insieme agli anziani che giocano a carte, ci troviamo spesso anche ragazzi che pranzano insieme. Questa dicitura è quasi entrata nel linguaggio comune e capita spesso di sentire persone dire 'Andiamo a mangiare in un posto sincero!'".

La loro opera, che sembra quasi avere una finalità culturale, si inserisce in un contesto di visione più ampia. "Il nostro motore è quello della conoscenza, il volere far capire che anche in una città come Milano, esiste un'alternativa. Non soltanto glamour, locali patinati, ristoranti alla moda e posti dove bisogna imbellettarsi per ostentare uno status. C'è la possibilità di avere qualcosa di diverso, non standardizzato, magari spostandosi dalle zone modaiole o vendute come rivalutate, verso quelle non ancora battute". Le caratteristiche che deve avere un posto per essere definito "sincero" sono cinque: accoglienza familiare e spesso a conduzione familiare; cucina casalinga, semplice, genuina e stagionale; arredamento démodé, antico e tendenzialmente fuori moda, che racconta atmosfere e storie dimenticate; identità di quartiere, dove il locale parla della città e del suo quartiere e gli avventori si conoscono tutti; prezzo sostenibile, a portata di tutte le tasche, che in molti casi non supera i 10 euro per un pasto completo.

Per chi volesse esplorare questa Milano nascosta, i fondatori di "Posti Sinceri" suggeriscono alcuni indirizzi imperdibili. Il Bar Principe, trattoria milanese e milanista, con dehor d'estate e cassœula d'inverno. Il Luka's Bar, immancabile nella stagione di raccolta dei funghi (ma non solo), un vero punto di riferimento della pausa pranzo ad Affori. La Trattoria Nova, la wunderkammer di Mac Mahon gestita dai coniugi Icio e Giovanna, dove il gusto di Icio traspare dagli oggetti in mostra e dai suoi impiattamenti originali. La Trattoria Sabbioneda, a Porta Venezia, dove la famiglia di Ivan e Patrizia lavora da tre generazioni, servendo piatti della cucina tipica lombarda circondati da memorabilia del cuoco harleyista Ivan. Il Bar Lucio, bar e tavola calda in fondo a Corvetto, gestito dal siciliano Lucio, da trent'anni punto di ritrovo per fumettisti, scrittori e studenti. E infine il Bar Massimo, che si trova in una traversa di Corso San Gottardo e che oltre alla sala bar in cui vengono servite colazioni e aperitivi, dispone di una scenografica sala da biliardo e una saletta dedicata ai giocatori di carte.

In era Covid, i posti sinceri si sono attrezzati per l'asporto e il delivery, ma la maggior parte di loro non fa delivery nel senso tradizionale del termine, solo asporto. Come spiegano gli ideatori del progetto, "Preferiamo che, anche in periodo di pandemia, la conoscenza e il sorriso fra chi cucina e chi porta a casa il cibo, sia preferibile ad un algido delivery effettuato da terzi, spesso in condizioni di vergognosa precarietà, sia la soluzione migliore. Il calore umano è sempre la risposta". Una filosofia che, in un'epoca di freddezza digitale, suona come un manifesto di resistenza culturale, un invito a riscoprire il piacere di un pasto condiviso e di una chiacchiera al bancone, dove il tempo sembra essersi fermato per lasciare spazio all'autenticità.

Cesio Endrizzi


martedì 17 dicembre 2024

L'intelligenza del pasticcere: come un avanzo di tuorli divenne un'icona italiana


La storia del Vov, liquore a base di uova che da quasi due secoli scalda le serate invernali e accompagna i dopocena, è una di quelle narrazioni che la retorica pubblicitaria ama definire "geniali", ma che in realtà possiedono il fascino più autentico dell'invenzione nata dalla necessità. L'intuizione del pasticcere padovano Gian Battista Pezziol, nel 1845, non fu il frutto di una ricerca di laboratorio, ma di una constatazione empirica tanto semplice quanto dirompente: la preparazione dei torroni, la sua specialità, richiedeva grandi quantità di albumi, lasciando un'esuberanza di tuorli che lo spreco, in un'epoca in cui il cibo era una risorsa preziosa, non poteva tollerare . Mescolando quei tuorli con zucchero, Marsala e alcol, Pezziol diede vita a uno zabaione liquoroso che, per le sue proprietà energetiche e il suo sapore avvolgente, ebbe un successo immediato, tanto da varcare presto i confini regionali e conquistare persino la corte di Vienna .

Il nome stesso, "Vov", è un piccolo capolavoro di marketing ante litteram: contratto del dialettale "vovi", che significa uova, è un palindromo monosillabo che suona come il verso di un volatile, evocando con immediatezza l'ingrediente principale . Un'identità così forte che, come hanno osservato gli storici dell'alimentazione, il Vov è uno dei rari casi in cui il prodotto industriale ha preceduto la diffusione della ricetta casalinga, e non il contrario: fu solo dopo che il liquore Pezziol invase le case e i bar italiani che le massaie cominciarono a riprodurlo in casa, generando un'imitazione che era, di fatto, un omaggio . La bottiglia cilindrica in vetro bianco, divenuta poi un'icona del design popolare italiano, e l'etichetta che ancora oggi riporta il profilo della Basilica di Sant'Antonio a testimonianza della sua origine padovana, ne hanno fatto un oggetto di culto, capace di attraversare le generazioni e le mode .

La parabola del Vov, del resto, è anche una storia di adattamento e di resistenza. Durante la Seconda Guerra Mondiale, le sue riconosciute proprietà ricostituenti lo trasformarono in un alimento per le truppe, tanto che il liquore venne ribattezzato VAV2, acronimo di Vino Alimento Vigoroso, e confezionato in contenitori di cartone pressato per essere più facilmente trasportabile sul fronte . Nel secondo dopoguerra, con il boom economico e la diffusione del turismo invernale, il Vov trovò una nuova e inaspettata consacrazione: sulle piste da sci, mescolato con brandy e panna montata, divenne il "bombardino", un cocktail caldo che ancora oggi è il rito collettivo delle baite alpine . Un caso emblematico di come un prodotto, nato come liquore da meditazione, abbia saputo reinventarsi come drink conviviale, conquistando nuove generazioni di consumatori che magari non ne conoscono la storia, ma ne apprezzano il gusto e la capacità di riscaldare le serate più fredde.

Oggi, dopo passaggi di proprietà che hanno portato il Vov sotto il controllo del gruppo Molinari, il liquore all'uovo di Padova continua a rappresentare un pezzo di storia italiana, un'eredità gastronomica che parla di un'Italia artigiana, capace di trasformare uno scarto in un tesoro e di costruire un'icona duratura con la semplice, geniale, combinazione di uova, zucchero e vino . In un'epoca ossessionata dalla riduzione dello spreco alimentare, la storia di Pezziol appare più attuale che mai, e il suo Vov, con il suo sapore di zabaione e di memoria, rimane il monumento a un'Italia che sapeva fare di necessità virtù.

Cesio Endrizzi




lunedì 16 dicembre 2024

L’era del bicchiere vuoto: da Berlino a Tokyo, il mondo si scopre "sober"


Il fenomeno che sta ridefinendo il concetto stesso di "bar" è ormai un movimento globale che non ha più bisogno di presentazioni né di scuse. Da Berlino a Tokyo, passando per New York e Milano, i locali che servono esclusivamente cocktail senza alcol stanno trasformando quella che fino a pochi anni fa era una curiosità da nicchia in una tendenza consolidata, e la domanda che si affaccia nei menu di tutto il mondo, "Un cocktail analcolico, per favore", è diventata un atto di consapevolezza sociale prima ancora che una scelta di gusto. Il mercato delle bevande no-low alcohol ha ormai superato gli undici miliardi di dollari a livello globale, con una crescita del sessantacinque per cento registrata tra il 2024 e il 2025, e le nuove generazioni, i Millennials e la Gen Z, ne sono i principali motori, sostenendo quello che gli esperti definiscono il movimento "sober curious", che invita a vivere il momento dell'aperitivo privilegiando la qualità dell'esperienza senza rinunciare alla convivialità .

L'evoluzione del mercato, tuttavia, non è solo una questione di numeri, ma di una profonda trasformazione culturale che ha investito il modo stesso di intendere il bere. L'alcol, un tempo al centro della socialità, viene sempre più spesso percepito come un ostacolo al benessere fisico e mentale, e la parola chiave che circola tra i bartender più attenti è "traduzione" piuttosto che "imitazione". I cosiddetti "mocktail", che cercavano di riprodurre fedelmente i classici della mixology senza i gradi alcolici, sono stati spesso giudicati come versioni svuotate del loro fascino, e i professionisti del settore hanno così iniziato a lavorare per costruire drink che siano esperienze a sé stanti, basate su ingredienti come i tè ossidati, le infusioni a freddo, e le riduzioni controllate che permettono di ottenere struttura, astringenza e complessità senza ricorrere all'alcol . A Berlino, dove la scena dei "sober bar" è tra le più vivaci, e dove molti locali, pur non essendo completamente dedicati al no-alcol, hanno sviluppato una selezione di vini e drink analcolici di alta qualità, alcuni wine bar, come il celebre Gräfes Wein & Fein di Radebeul, vantano da oltre venticinque anni una scelta di oltre quaranta prodotti non alcolici, mentre a Dresda e in altre città tedesche il concetto di "enoteca alcol free" ha attecchito con una rapidità che sorprende persino gli osservatori più esperti .

La Germania, in particolare, si è rivelata un laboratorio ideale per questa rivoluzione del gusto, come dimostra anche la crescente attenzione dedicata al settore da parte della ProWein di Düsseldorf, la fiera leader mondiale del vino e degli spirits, che ha dedicato al no/low alcohol per l'edizione 2026 un'area interamente rinnovata, la "ProWein Zero Bar", con oltre 180 espositori e una gamma che spazia dai vini dealcolizzati agli spirits senza etanolo . L'Italia, dal canto suo, non è da meno: il Dry January, un tempo visto come un esercizio di stile per pochi adepti, è ormai una ricorrenza consolidata, e hotel di lusso come il Six Senses di Roma e il Metropole di Venezia propongono menu di cocktail analcolici tutto l'anno, curati nei minimi dettagli e pensati come veri e propri percorsi di degustazione, segno che il bere consapevole non è più un'alternativa di ripiego, ma un'opzione che dialoga alla pari con la tradizione alcolica .

Il fenomeno, per quanto in ascesa, conserva tuttavia un'ambivalenza di fondo che gli operatori del settore non possono ignorare. Nonostante la crescita vertiginosa, il segmento no-low rappresenta ancora una fetta minuscola del mercato alcolico globale, e oltre il novanta per cento di chi consuma prodotti analcolici continua a bere anche alcolici, il che indica che più che una sostituzione, si tratta di un affiancamento, di una nuova possibilità che si aggiunge a quelle esistenti, senza cancellarle . La sfida che i "sober bar" e le "enoteche alcol free" si trovano ad affrontare è quindi duplice: da un lato, quella di dimostrare che un locale completamente privo di alcol può essere economicamente sostenibile nel lungo periodo, superando la fragilità che ha portato alla chiusura di alcune sperimentazioni nel Regno Unito; dall'altro, quella di costruire un'identità culturale forte, capace di attrarre non solo i "sobri" per scelta o per necessità, ma anche i curiosi che cercano un'esperienza di gusto autentica e innovativa . Come hanno osservato diversi bartender italiani, il rischio di un format troppo verticale è quello di escludere una parte della clientela, ma se il concetto saprà evolversi integrandosi con il mondo della cultura, dell'arte e della gastronomia, come già sta accadendo in Germania e in altri paesi, allora il bicchiere vuoto potrebbe davvero diventare il simbolo di un nuovo, più consapevole modo di abitare il mondo.

Cesio Endrizzi



domenica 15 dicembre 2024

Una distilleria, un mulino e la voglia di osare: ecco il primo “whisky” prodotto in Liguria


C’è stata un’epoca, non così remota come si potrebbe credere, in cui la parola “moonshine” evocava notti di contrabbando, fuochi nascosti tra i boschi e alambicchi improvvisati nei quali i distillatori clandestini dei Monti Appalachi trasformavano il granturco in un liquido potente e pericoloso. Il chiaro di luna, appunto, l’unica luce che poteva accompagnare un’attività che il governo federale degli Stati Uniti, negli anni ruggenti del Proibizionismo, aveva reso più redditizia di quanto fosse legale. Oggi, quella stessa parola – “raggio di luna” – ha trovato casa in un luogo inaspettato, lontano millenni dal Kentucky e dalla sua tradizione di bourbon, in un piccolo borgo dell’entroterra savonese, tra i boschi del Parco del Beigua. A Sassello, dove la nebbia sale dalle valli e l’aria sa di castagno e di mare lontano, un mugnaio di quinta generazione ha deciso di trasformare il grano dei suoi campi nel primo distillato della storia della Liguria .

L’ideatore di questa follia – se così si può definire un progetto che ha richiesto più di un decennio di studi, viaggi e paziente apprendistato – si chiama Diego Assandri, classe 1973, ultimo erede di una dinastia che dal lontano 1830 custodisce e gestisce l’Antico Mulino di Sassello . Un mulino che è un pezzo di archeologia industriale vivente: la ruota in ferro battuto, ancora oggi movimentata dalle acque del Rio Sbruggia, aziona le macine di pietra francese che riducono in farina i cereali coltivati a poche centinaia di metri di distanza, senza fertilizzanti chimici, senza pesticidi, senza la fretta che caratterizza la produzione industriale. Qui, per decenni, si è prodotto pane, polenta e pasta per le famiglie della valle, seguendo un ciclo che il tempo sembrava aver dimenticato. E qui, a partire dal 2018, quando Diego ha posato i primi due alambicchi – uno tradizionale in rame, uno a colonna, entrambi realizzati su suo progetto tra gli Stati Uniti e il Sudafrica – è cominciata una nuova storia .

Ma, si sa, in Italia le parole hanno peso, e quella “whisky” è protetta da disciplinari severi che pochi produttori artigianali possono permettersi di infrangere. Perché un distillato di cereali possa fregiarsi di questo nome, deve infatti trascorrere almeno tre anni in botti di legno, maturando colore, complessità e quella rotondità che distingue i grandi spirit anglosassoni. E così, mentre le botti di rovere – realizzate su misura dalla piemontese Gamba, autentica Rolls Royce del settore – custodiscono pazientemente il futuro “Signor Camillo” whisky, ciò che esce oggi dall’alambicco di Diego Assandri si chiama Moonshine . Un new make, nel gergo tecnico: un distillato giovane, bianco come esce dal condensatore, che conserva intatti i profumi del cereale di partenza senza le addizioni del legno. E che, nella sua versione più pura, si presenta cristallino, di 40 gradi, con un naso che sorprende per freschezza e pulizia: note agrumate, un accenno di polenta appena sfornata, e un finale dolce che non tradisce la ruvidità che ci si aspetterebbe da un distillato così giovane .

Ciò che rende questo moonshine diverso da qualsiasi altro prodotto sul mercato – e ciò che ha convinto la giuria dei World Whiskies Awards a conferirgli la medaglia d’oro per tre anni consecutivi, dal 2023 al 2025 – è la filiera cortissima, il controllo assoluto di ogni fase . Il mais che Diego coltiva nei suoi trentadue minuscoli appezzamenti sparsi attorno a Sassello, la varietà “otto file” che un tempo nutriva le famiglie contadine, viene raccolto a mano, macinato a pietra nel mulino di famiglia, e poi trasformato in una sorta di “polenta liquida” che fermenta e viene distillata due volte: la prima in alambicco discontinuo di rame, che esalta i profumi più volatili; la seconda in colonna, che aggiunge struttura e raffinatezza . L’acqua, elemento cruciale in ogni distillazione, è quella gelida e pura del Rio Sbruggia, la stessa che da quasi due secoli muove la ruota del mulino. E il risultato è un distillato che, come sottolinea lo stesso Assandri, “sa di Liguria” – non per un’aggiunta aromatica postuma, ma per la capacità del territorio di imprimere il suo carattere nel cereale stesso.

Questa fedeltà alla materia prima è forse l’aspetto più rivoluzionario della filosofia produttiva del Mulino di Sassello. A differenza della maggior parte dei whisky tradizionali, che utilizzano orzo maltato (cioè germinato e poi essiccato per sviluppare enzimi che trasformano l’amido in zucchero), il moonshine di Diego Assandri non subisce alcuna maltazione. L’amido del mais viene reso disponibile alla fermentazione attraverso un’accurata extracottura, un processo che preserva intatte le caratteristiche organolettiche del cereale . È una scelta tecnica che ha profonde implicazioni di gusto: il distillato conserva infatti il sapore autentico del mais, senza le note affumicate o terrose che la torba o l’essiccazione a fuoco diretto possono conferire. E la stessa filosofia – cereali non maltati, macinati a pietra, distillati con acqua di fonte – verrà estesa al whisky che vedrà la luce nel 2026, quando le botti avranno completato il loro triennio di affinamento. Un whisky che sarà il primo al mondo ottenuto al 100% da farro non maltato, un cereale antico che la famiglia Assandri coltiva sui declivi del Beigua e che promette di raccontare una storia di sapori completamente nuova rispetto ai riferimenti scozzesi o irlandesi .

Accanto alla versione classica – che rimane il fiore all’occhiello, il distillato puro che più di ogni altro esprime la personalità del mais sassellese – Diego ha saputo costruire una piccola famiglia di prodotti che esplorano le possibilità dell’affinamento e dell’aromatizzazione senza tradire la vocazione territoriale. C’è il “Cuore di Legno”, che pur non invecchiando in botte (non avendo ancora la qualifica di whisky) viene affinato in tank d’acciaio con l’aggiunta di chips di rovere: ne esce un distillato ambrato, con note dolci di vaniglia, leggeri sentori tannici e una rotondità che lo rende più accessibile al palato non avvezzo ai giovani spirit . E poi c’è il “Chinotto e miele”, forse l’omaggio più esplicito alla Liguria: un moonshine aromatizzato con il chinotto di Savona – agrume dalla buccia verde e dal sapore amarognolo che da secoli caratterizza i prodotti tipici della Riviera – e con il miele di Sassello, chiaro, delicato, raccolto dagli alveari che costellano i boschi di castagno circostanti . Un’idea che trae ispirazione dal Southern Comfort americano, ma che ne ribalta completamente lo spirito: non si tratta di addolcire un distillato anonimo, ma di esaltare, attraverso due eccellenze locali, la personalità già ricca di un cereale che, da solo, ha molto da raccontare.

La produzione, comprensibilmente, non è industriale. Oggi la distilleria del Mulino di Sassello imbottiglia tra le sette e le diecimila bottiglie da mezzo litro all’anno . Un numero che potrebbe crescere se Diego riuscirà a convincere gli agricoltori della zona a tornare a coltivare mais, invertendo quella tendenza allo spopolamento e all’abbandono dei terreni che da decenni affligge l’Appennino ligure. Ma la cifra più notevole dell’impresa di Diego Assandri non sta tanto nelle quantità, quanto nella qualità del messaggio: un’azienda agricola che, da sola, ha saputo costruire una filiera completa – dalla semina alla macinazione, dalla fermentazione alla distillazione, fino all’imbottigliamento – e l’ha fatto senza mai tradire il territorio, anzi, mettendolo al centro di una narrazione capace di conquistare i palati più esigenti del mondo. La distribuzione, affidata al 1492 Coloniale group, evita accuratamente la grande distribuzione organizzata per privilegiare enoteche e negozi specializzati . E ai Beigua Docks, i locali ricavati dagli ex magazzini sopra il mulino, i visitatori possono degustare il moonshine in abbinamento a panini, focacce e primi piatti preparati con le farine della famiglia Assandri, chiudendo così il cerchio di un’economia circolare che ha pochi eguali in Italia.

Sulla mensola di una vecchia credenza, in un angolo della distilleria, Diego tiene allineate più di cinquanta mignon di whisky provenienti da tutto il mondo – Scozia, Irlanda, Stati Uniti, Giappone – tutte rigorosamente intatte, a testimonianza di una passione che non si è mai placata . Tra queste, presto troverà posto anche la versione in formato ridotto del suo stesso moonshine, completando una collezione che è insieme autobiografia e dichiarazione d’intenti. Perché ciò che Diego Assandri ha realizzato a Sassello non è semplicemente un distillato di qualità. È la prova che anche in una terra senza tradizione whisky – senza le torbe scozzesi, senza i rickhouse del Kentucky, senza le leggende dei contrabbandieri – si può costruire un’eccellenza globale, a patto di avere una materia prima eccezionale, una visione chiara e la pazienza di aspettare che il tempo, e il legno, facciano il loro dovere. Quando, nel 2026, le botti verranno aperte e il primo whisky ligure della storia farà il suo ingresso nel mondo, avremo modo di giudicare se la scommessa è stata vinta. Ma a giudicare dai riconoscimenti che già piovono sul “Signor Camillo” – medaglie d’oro, premi internazionali, l’attenzione dei critici più influenti – c’è da scommettere che quella che oggi è una curiosità artigianale diventerà presto un punto di riferimento obbligato per chiunque voglia capire dove sta andando la distillazione italiana. E magari, chissà, tra qualche anno saremo noi a raccontare che il primo whisky della Liguria nacque al chiaro di luna, in un mulino ad acqua tra i boschi di Sassello, grazie a un mugnaio che non aveva paura di sognare in grande.





 
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