martedì 29 ottobre 2024

Fernet: L'Amaro che gli Italiani Hanno Insegnato al Mondo (e che il Mondo ha Imparato Meglio di Noi)


Ovvero: come un digestivo milanese è diventato droga nazionale in Argentina, religione in Franciacorta e mistero in Scozia

C'è un liquido nero come la pece, amaro come un tradimento, erbaceo come un prato alpino dopo la pioggia, che divide l'umanità in due categorie: chi lo odia alla follia e chi ne fa una ragione di vita. Si chiama Fernet.

Se non sai cos'è, probabilmente sei una persona normale, con una vita sociale equilibrata e un fegato in buona salute. Se lo conosci, sai già che non esiste un "punto di vista intermedio" sul Fernet. O lo ami con la stessa intensità con cui i milanesi amano il Duomo, o lo detesti con la stessa violenza con cui i romanisti detestano la Juve.

E se sei argentino, probabilmente in questo momento stai già mescolando un Fernet con Coca-Cola senza nemmeno rendertene conto, perché per voi è come respirare.

Benvenuti nel mondo del liquore più controverso, più amato, più odiato e più frainteso d'Italia.

Siamo a Milano, 1845. Bernardino Branca è un tipo tosto: farmacista, imprenditore, con quella mentalità lombarda fatta di "io produco roba buona e chi non capisce sono cazzi suoi". Apre una fabbrica di liquori in Via Tre Monasteri (oggi Via Broggi) e comincia a sperimentare .

La sua idea è semplice: creare un amaro che non sia solo buono, ma anche salutare. Un digestivo che aiuti dopo i pasti, che risolva i problemi di stomaco, che rimetta in sesto chi ha mangiato troppo. Prende una montagna di erbe officinali (oltre 40 varietà), le mette a macerare nell'alcol, e ne tira fuori un liquido scuro, potentissimo, dal sapore che ancora oggi, quasi due secoli dopo, è rimasto identico .

Nasce così il Fernet Branca, destinato a diventare il più famoso amaro italiano nel mondo. Peccato che nessuno, all'epoca, potesse immaginare quanto lontano sarebbe arrivato.

Qual è la ricetta del Fernet? Bella domanda. Prova a chiederlo alla Branca. Ti rideranno in faccia. Perché il segreto è custodito come i codici nucleari: lo sanno in quattro gatti, e quei quattro gatti non parlano.

Quello che si sa è che le erbe sono oltre 40, provenienti da tutto il mondo: mirra, zafferano, camomilla, rabarbaro, genziana, menta, cardamomo, aloe, china calissaia (da cui deriva il chinino) . Roba che se le metti tutte insieme in una pentola, viene fuori un intruglio che potrebbe curare la peste o stendere un elefante.

La lavorazione è lunga e complessa. Le erbe vengono fatte macerare nell'alcol per settimane, poi distillate, poi invecchiate in botti di rovere per almeno un anno . Il risultato è un liquore che non assomiglia a nient'altro: denso, scuro, amaro ma con mille sfumature, capace di passare in un sorso dalla liquirizia alla menta, dal cacao alla genziana.

C'è una cosa che tutti notano quando versano un Fernet: sul fondo della bottiglia, dopo un po', si forma un deposito scuro, quasi fangoso. In gergo si chiama "passino" o "feccia".

I profani lo guardano con sospetto. "Ehi, questo è andato a male! C'è roba sul fondo!".

No, imbecille, è lì apposta. È il segno che il Fernet è stato fatto con ingredienti veri, con erbe vere, e che quelle erbe, col tempo, depositano i loro residui. Più passino c'è, più il Fernet è "vivo" .

La Branca, per la versione esportazione (quella che finisce in America e in Argentina), toglie il passino con un procedimento di filtrazione più spinta. Ma gli intenditori sanno che il vero Fernet è quello col deposito. Perché il deposito è garanzia di artigianalità, di roba vera, di tradizione che non si piega alle esigenze del mercato.

La storia del Fernet in Argentina comincia nel 1940, con un nome: Enrico Marone. Un imprenditore piemontese che decide di portare il liquore milanese dall'altra parte dell'oceano.

L'Argentina, all'epoca, è un paese in piena espansione, pieno di immigrati italiani che ricordano i sapori di casa. Il Fernet, con la sua potenza e il suo sapore inconfondibile, poteva essere un successo. E lo fu.

Ma la vera svolta arriva negli anni '90. Quando gli argentini scoprono una cosa che gli italiani non avevano mai considerato: mescolare il Fernet con la Coca-Cola.

Per un italiano tradizionalista, mettere il Fernet nella Coca-Cola è un sacrilegio. È come mettere il ketchup sulla pasta. È come bere il Barolo con la gassosa.

Ma gli argentini non hanno questi complessi. Prendono un bicchiere alto, lo riempiono di ghiaccio (tanto ghiaccio, siamo a Buenos Aires, fa caldo), ci versano il Fernet fino a riempire un terzo del bicchiere, e poi aggiungono la Coca-Cola. Freddissima. Possibilmente in bottiglia di vetro .

Il risultato è una bomba: l'amaro del Fernet si sposa con la dolcezza caramellata della Coca, le bollicine puliscono il palato, il ghiaccio lo rende bevibile anche a 40 gradi all'ombra. È dissetante, è forte, è perfetto per l'aperitivo.

Oggi, in Argentina, il Fernet con Coca è la bevanda nazionale. Si stima che il 70% del Fernet prodotto nel mondo venga consumato in Argentina . Ogni anno, gli argentini bevono 70 milioni di litri di Fernet, 50 milioni di bottiglie, 5 litri a testa. Roba da far sembrare gli italiani dei pivelli.

Ed ecco il paradosso. Il Fernet nasce a Milano. È italiano. È prodotto dalla Branca, che è italiana. Eppure, in Italia, il Fernet lo bevono solo:

  • I milanesi veraci, quelli che ancora vanno all'osteria e lo prendono dopo il caffè
  • I barman che lo usano nei cocktail
  • Quattro vecchi con la barba bianca che ricordano quando si faceva così

Il grosso della produzione? Finisce in Argentina. Gli argentini hanno fatto del Fernet la loro bandiera, il loro simbolo, la loro ragione di vita. Noi italiani l'abbiamo inventato. Loro lo hanno reso immortale.

C'è una lezione di marketing, in tutto questo, ma non è il caso di approfondire.

Nel 2022, la Branca ha vinto una battaglia legale importante: l'ufficio dell'Unione Europea per la proprietà intellettuale ha riconosciuto al marchio il diritto di usare in esclusiva il termine "Milano" sulle etichette dei propri prodotti .

La motivazione? "L'abbinamento di Milano all'idea di Fernet deriva proprio dalle capacità di Bernardino Branca". Tradotto: se dici Fernet, pensi a Milano. Se dici Milano, pensi al Fernet. Quindi nessun altro può usare quel nome.

È una vittoria che sembra scontata, ma non lo è. Perché negli anni sono nati decine di imitatori, di "Fernet alternativi", di "amari alla milanese". La Branca ha dovuto lottare per difendere il suo primato. E alla fine ha vinto.

Il 7 dicembre, giorno di Sant'Ambrogio (patrono di Milano), si celebra il Fernet-Branca Day . Non è una festa nazionale, ma a Milano lo è. I locali offrono Fernet a prezzi stracciati, i milanesi veri lo ordinano dopo ogni pasto, e per un giorno la città si tinge di nero.

È un rito laico, ma con qualcosa di religioso. Perché il Fernet, a Milano, è più di un amaro. È un'identità. È il sapore della città, della sua storia, della sua capacità di resistere al tempo e alle mode.

Se passate da Sesto San Giovanni, a due passi da Milano, potete visitare il Ristorante Fernet Branca

. Non è un ristorante qualsiasi: è un locale storico, legato alla fabbrica, dove si mangia la vera cucina milanese e si beve, ovviamente, Fernet in tutte le salse.

E poi c'è il Parco della Distilleria, un'area verde nata intorno allo stabilimento, dove ancora oggi si producono i liquori. È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe officinali e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra uscito da un'altra epoca.

Qual è il modo giusto di bere il Fernet? Domanda da un milione di dollari. Ecco alcune opzioni:

  • Liscio, dopo caffè: il rito dei veri. Un bicchierino, rigorosamente piccolo, rigorosamente freddo (ma non ghiacciato), rigorosamente dopo il caffè. Si beve in un sorso, come una medicina, e ti pulisce lo stomaco meglio di qualsiasi digestivo industriale.
  • Con ghiaccio e scorza d'arancia: per chi vuole allungare il momento, per chi lo tratta come un whisky, per chi ha tempo e voglia di assaporare le sfumature.
  • Fernet con Coca: versione argentina, da provare almeno una volta nella vita, magari in un'estate calda, magari dopo un pasto pesante.
  • Nel cocktail: il Fernet è un ingrediente potentissimo, usato dai barman per dare profondità e amarezza a drink complessi. Il Fernet and Coke (quello vero, con la Coca, non con la soda) è un classico dei bar di tutto il mondo.

C'è una curiosità che pochi conoscono. Nella gamma Branca esiste anche un "Misto", un amaro più leggero, meno aggressivo, pensato per chi vuole avvicinarsi al mondo del Fernet senza farsi male .

Ha una gradazione alcolica più bassa (intorno ai 20 gradi invece dei 40 del classico) e un sapore più dolce, più rotondo. Se il Fernet classico è una martellata in testa, il Misto è un colpo di tappeto. Fa male lo stesso, ma con più stile.

Il Fernet-Branca è il re, ma non è l'unico. Esiste un altro Fernet, prodotto dalla Stock, che in alcuni paesi (soprattutto in Argentina) è una valida alternativa.

Il Fernet Stock è nato a Trieste nel 1884, prodotto da Lionello Stock (un altro imprenditore italiano con la testa sulle spalle). La differenza? Il Fernet Stock è leggermente più dolce, meno erbaceo, più "morbido" del Branca. Gli argentini lo adorano quasi quanto l'originale, e in alcune regioni (come Córdoba) è addirittura preferito.

La guerra tra i due Fernet è una di quelle guerre sotterranee, che non si vedono ma si sentono. Nei bar di Buenos Aires, ordinare Fernet Branca o Fernet Stock è una scelta politica, quasi esistenziale. E guai a sbagliare.

Esiste anche un Fernet scozzese? Quasi. C'è un amaro prodotto in Scozia che si avvicina al concetto di Fernet, ma non è la stessa cosa. I britannici hanno una tradizione diversa di amari, più legata ai bitter da cocktail (come l'Angostura) che ai digestivi da fine pasto.

Ma il Fernet, in Scozia, è conosciuto e apprezzato. Soprattutto nei bar di Edimburgo e Glasgow, dove i barman lo usano per dare carattere ai loro drink. Perché il Fernet è una di quelle cose che, una volta che le scopri, non puoi più farne a meno.

Mettiamo i puntini sulle i. Che sapore ha il Fernet?

Se lo bevi veloce, senza pensarci, senti solo amaro. Un amaro potente, quasi aggressivo, che ti prende la lingua e non la molla più.

Se lo assaggi con calma, cominci a distinguere le note:

  • Menta: fresca, pungente, quasi balsamica. È la prima cosa che senti, quella che ti pulisce il naso.
  • Rabarbaro: amaro, terroso, che sa di radici e di terra bagnata.
  • Liquirizia: dolce-amara, che arriva dopo, quando l'amaro iniziale si è attenuato.
  • Cacao: tostato, amaro, quasi cioccolatoso. È la nota più complessa, quella che rende il Fernet unico.
  • Erbe alpine: genziana, achillea, camomilla, che affiorano qua e là come ricordi lontani.

È un sorso che cambia, che si evolve, che non sta mai fermo. Un po' come Milano: apparentemente grigia e dura, ma piena di sfumature per chi sa guardare.

Il Fernet classico ha una gradazione alcolica del 39% . Non è poco. Non è robetta da aperitivo. È roba da dopocena, da fine pasto, da momento in cui vuoi qualcosa che ti "sistema" lo stomaco e ti ricorda che esisti.

I 39 gradi non sono casuali: sono il risultato di una distillazione che preserva le proprietà delle erbe senza renderle troppo aggressive. Ma per un palato non abituato, possono essere una bella botta.

Ecco perché gli argentini lo tagliano con la Coca. Ecco perché i milanesi veri lo prendono in bicchierini piccoli, quasi da liquore. Perché il Fernet non si scherza. Il Fernet è roba seria.

Alla fine, cos'è il Fernet?

È un amaro milanese nato nell'Ottocento per curare lo stomaco e diventato, quasi due secoli dopo, un simbolo globale.

È un liquore che gli italiani hanno dimenticato e gli argentini hanno fatto proprio.
È un sapore che divide, che non lascia indifferenti, che o ami o odi.
È un pezzo di storia industriale italiana che resiste, tra erbe segrete e botti di rovere, in un angolo di Lombardia che sembra fermo nel tempo.
È un rito, un'identità, un modo di dire "io sono di Milano" senza doverlo spiegare.

Se non l'hai mai provato, fallo. Ma fallo bene. Non con la Coca, non col ghiaccio, non dopo una pizza qualsiasi. Fallo dopo un vero pranzo milanese, dopo una cotoletta e un risotto, dopo un caffè forte. Prendi un bicchierino, versalo freddo, bevilo in un sorso.

E poi dimmi se hai capito.

Probabilmente no. Ma va bene così. Il Fernet non si capisce. Si vive.

Appendice Tecnica: Come Berlo (Le Regole Non Scritte)

Il Bicchiere

Quello da liquore, piccolo, panciuto. Non il tumbler, non il calice. Il bicchierino da nonna.

La Temperatura

Freddo, ma non ghiacciato. Dieci minuti in frigo sono l'ideale. Se lo metti in freezer, diventa troppo denso e perde le sfumature.

Il Momento

Dopo caffè. Sempre. Mai prima del pasto (a meno che tu non voglia rovinarti lo stomaco per il resto della serata).

La Quantità

Un dito. Non di più. Il Fernet non si beve a litri.

La Regola d'Oro

Se ordini un Fernet in un bar e il bartender ti guarda strano, cambia bar. Se ordini un Fernet in un bar di Milano e il bartender ti fa un inchino, sei nel posto giusto.

Gradazione alcolica: 39%

Difficoltà di approccio: Altissima

Probabilità di diventarne dipendenti: Bassa (perché dopo il primo, il secondo è una sfida)

Numero di erbe segrete: Oltre 40 (e non le saprai mai)

lunedì 28 ottobre 2024

Negroni: Tre Parti di Leggenda, Zero Cazzate

Ovvero: come un conte fiorentino, un barista distratto e una manciata di ghiaccio hanno creato il cocktail più imitato (e più tradito) del pianeta

C'è un colore che nei cocktail bar di tutto il mondo non passa mai di moda. Non è il marrone del whisky, non è il trasparente del vodka-tonic. È un rosso acceso, quasi fluorescente, che sembra uscito da una tavola di Tinto Brass.

È il rosso del Campari. Ed è il colore del Negroni.

Parlare del Negroni è come parlare della Ferrari: tutti credono di sapere tutto, tutti hanno un'opinione, tutti hanno un cugino che ne sa più degli altri. Ma la verità, come spesso accade, è più sporca, più contesa e infinitamente più interessante di qualsiasi leggenda da manuale.

Questo è il racconto di un drink nato per caso, cresciuto per necessità e diventato immortale per ostinazione.

La versione ufficiale, quella che trovate su Wikipedia e nei libri di storia dei cocktail, è questa: siamo a Firenze, nel raffinato Caffè Casoni di Via de' Tornabuoni . Il locale è frequentato dall'aristocrazia fiorentina, quella con la "a" maiuscola, quella che ancora si muove in carrozza e parla francese per non farsi capire dalla servitù.

Tra i clienti abituali c'è il conte Camillo Negroni, un tipo che sembra uscito da un romanzo di avventura: cowboy in America, maestro di scherma, giocatore d'azzardo, uno dei primi a guidare un'auto per le strade di Firenze, sempre elegantissimo con il suo cappello a cilindro . Roba da far sembrare James Bond un impiegato del catasto.

Il conte ha un'abitudine: ordinare l'Americano. Per chi non lo sapesse, l'Americano è un cocktail pre-esistente, nato dal cosiddetto "Milano-Torino" (Campari da Milano, vermouth da Torino) a cui veniva aggiunta soda water . Un drink elegante, dissetante, perfetto per l'aperitivo.

Ma il conte, reduce da viaggi a Londra e New York, ha imparato ad apprezzare i drink più "robusti" dei paesi anglosassoni. E così, un giorno del 1919, si presenta al bancone e dice al barman, che secondo alcune fonti si chiamava Fosco Scarselli (o forse Angelo Tesauro, le versioni divergono) : "Caro mio, l'American va bene, ma mettici una spruzzata di gin al posto della soda. Voglio qualcosa che tenga botta" .

Il barman obbedisce. Il conte assaggia. Gli piace. E il drink comincia a farsi conoscere come "l'Americano alla maniera del conte Negroni" . Poi, per comodità, semplicemente "Negroni".

C'è un dettaglio che pochi conoscono: il Negroni originale non aveva la fetta d'arancia. O meglio, non subito.

Secondo le ricostruzioni di Luca Picchi, l'autorità mondiale in materia di Negroni e barman del Caffè Gilli di Firenze, inizialmente si usava una scorza di limone . Era la prassi, per i cocktail dell'epoca.

Fu il conte Negroni, con la sua proverbiale eccentricità, a chiedere che venisse aggiunta una fetta d'arancia intera . Perché? Perché era un lusso. All'epoca, le arance non erano come oggi: costavano, erano un frutto pregiato, quasi esotico. Metterne una fetta intera nel bicchiere era un modo per distinguersi, per dire "io posso permettermelo" .

E così, quella fetta d'arancia è diventata il marchio di fabbrica del Negroni. Se qualcuno vi serve un Negroni con una scorza di limone, sapete cosa fare: chiamate la polizia del cocktail.

Ma non tutto è così lineare. Perché quando si parla di Italia e di orgogli regionali, niente è mai semplice.

Esiste una versione alternativa, gelosamente custodita dalla famiglia De Negroni della Corsica. Secondo questa ricostruzione, il vero inventore sarebbe stato Pascal-Olivier de Negroni, un militare corso di stanza a Saint-Louis du Sénégal tra il 1855 e il 1865 .

La prova? Una lettera del 1886 in cui Pascal-Olivier scrive al fratello: "Lo sai che il cocktail che ho inventato a Saint-Louis a base di vermouth provoca la follia al ballo degli ufficiali?" .

Il problema, come fa notare l'esperto di cocktail David Wondrich, è che in quella lettera si parla di vermouth ma non di gin, né di Campari, né di amari in generale . Inoltre, all'epoca, la parola "cocktail" non era ancora in uso in quel contesto. Insomma, la prova è debole.

Ma prova a dirlo a un corso che il Negroni è fiorentino. Ti guardano come se avessi bestemmiato in chiesa.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Il Negroni non è né solo italiano né solo francese. È il prodotto di un'epoca in cui le culture si mescolavano:

  • Il vermouth è piemontese (Torino)

  • Il Campari è lombardo (Milano)

  • Il gin è inglese (e il conte lo aveva scoperto a Londra)

  • L'idea di bere drink miscelati viene dall'America

  • La famiglia è di origine italiana (toscana o corsa? Boh.)

Il Negroni è, in sostanza, il primo cocktail globale. Un'Europa in miniatura dentro un bicchiere.

Se il Negroni è il re, il Negroni Sbagliato è la regina. Ed è nato esattamente come suggerisce il nome: da un errore.

Siamo a Milano, tra gli anni Sessanta e Settanta, nel mitico Bar Basso di Via Plinio . Il locale è uno di quelli storici, con le luci al neon, i divani di velluto e quell'aria un po' decadente che solo Milano sa dare.

Il bartender, Mirko Stocchetto, è nel pieno del caos del servizio. La sala è piena, tutti vogliono tutto, e lui corre da una parte all'altra. A un certo punto, deve preparare un Negroni. Afferra una bottiglia, la versa, e solo dopo si accorge di aver preso lo spumante brut invece del gin .

L'errore è fatto. Il cocktail è servito. Il cliente beve.

E indovina? Gli piace. La leggerezza delle bollicine, combinata con l'amaro del Campari e la dolcezza del vermouth, crea un drink più facile, più beverino, perfetto per l'aperitivo .

Oggi il Negroni Sbagliato è uno dei cocktail più ordinati al mondo, secondo solo al classico. E tutto grazie a un bartender che aveva troppa fretta.

Da lì, il delirio. Perché quando un drink diventa iconico, tutti vogliono metterci le mani. Ecco alcune delle varianti più famose (o più blasfeme, a seconda dei punti di vista):

  • Negroski: la vodka sostituisce il gin . Per chi trova il gin troppo "profumato".

  • Boulevardier: il whisky (preferibilmente bourbon) prende il posto del gin . Nato a Parigi negli anni '20, è il preferito dei beveroni veri.

  • Old Pal: come il Boulevardier, ma con vermouth dry invece che rosso . Più secco, più amaro, più cattivo.

  • Cardinale: vermouth dry al posto del rosso, servito in coppetta . Inventato negli anni '50 all'Hotel Excelsior di Roma per un cardinale americano.

  • Kingston Negroni: rum jamaicano invece del gin . Per chi vuole farsi male con stile.

  • Punt e Mes Negroni: si usa il Punt e Mes come vermouth, più amaro e complesso. Luis Buñuel, il regista surrealista, lo chiamava "Buñueloni" e ne rivendicava la paternità .

E poi ci sono quelli col mezcal, quelli col sakè, quelli col jenever olandese. Praticamente, se esiste un alcolico, qualcuno ha già provato a farci un Negroni.

La ricetta del Negroni è la più semplice del mondo: un terzo gin, un terzo Campari, un terzo vermouth rosso .

Tre ingredienti. Parti uguali. Fine.

Sembra facile, vero? Lo è, se vuoi fare un Negroni mediocre. Se vuoi fare un grande Negroni, la faccenda si complica.

Perché quei tre ingredienti hanno densità diverse . Il vermouth è più denso, il gin è più leggero, il Campari sta nel mezzo. Se li butti nel bicchiere alla cazzo di cane, non si mescolano bene. Tendono a stratificarsi, a litigare tra loro.

Il trucco? L'ordine: prima il gin (il più leggero), poi il vermouth, poi il Campari . E poi si mescola, ma non come un ossesso: con delicatezza, alzando il ghiaccio, facendo respirare il drink.

E qui arriviamo al punto cruciale: il ghiaccio.

Sembra una cazzata, ma il ghiaccio è l'ingrediente più importante del Negroni. Perché?

Perché il Negroni non si shakera. Si preparon the rocks, direttamente nel bicchiere . Questo significa che il raffreddamento e la diluizione dipendono totalmente dalla qualità e dalla temperatura del ghiaccio.

Se il ghiaccio è scarso, tiepido, si scioglie subito e annacqua il drink. Risultato: un brodino amarognolo che non assomiglia per niente a un Negroni.

L'ideale? Ghiaccio a -18/-23°C, cubetti grandi e compatti, che si sciolgono lentamente . E il bicchiere deve essere freddo, possibilmente tenuto in frigo prima dell'uso.

Sembrano fissazioni da maniaci, ma provate a fare un assaggio comparativo. Poi ne riparliamo.

E poi c'è l'arancia. Non una scorza, non un pezzetto, ma una fetta intera .

Perché? Perché la fetta d'arancia non è solo decorazione. È funzionale. Gli oli essenziali della buccia, rilasciati lentamente nel drink, interagiscono con le note amare del Campari e quelle aromatiche del gin. È un'esplosione di profumi che cambia con il passare dei minuti.

E poi, diciamocelo, è bellissima. Quel disco arancione che galleggia nel rosso vivo è una delle immagini più iconiche della mixology mondiale.

Il Negroni è un drink amaro, strutturato, con una gradazione alcolica intorno al 28% . Non è roba per principianti. Ma proprio per la sua complessità, si presta a un'infinità di abbinamenti.

L'abbinamento più scontato, ma anche più azzeccato: un bel tagliere di salumi e formaggi . Il prosciutto crudo in particolare: il suo sapore delicato e aromatico si sposa alla perfezione con l'amarezza del Campari e la dolcezza del vermouth . Olive, pane abbrustolito, qualche formaggio di media stagionatura. Roba che non si può sbagliare.

Il Negroni ha la stoffa per reggere piatti importanti. Una guancia di manzo cotta a bassa temperatura , per esempio, o un piatto di anatra. La grassezza della carne viene tagliata dall'amaro del drink, mentre le note aromatiche del gin esaltano i sapori del piatto .

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il Negroni funziona anche con il pesce, soprattutto se grasso. Salmone, per esempio, o tono scottato . La punta di acidità dell'arancia e l'amaro del Campari puliscono il palato dalla grassezza.

E arriviamo al panettone. Il dolce natalizio per eccellenza, con la sua complessità di uvetta, canditi, burro e lievito. Come ci si abbina un Negroni?

Secondo i bartender interpellati da Beverfood, il panettone ha bisogno di drink che abbiano acidità e freschezza per bilanciarne la struttura burrosa e lievitata . Il Negroni classico può funzionare, ma forse è meglio orientarsi su varianti più leggere (come lo Sbagliato) o su twist specifici.

Simone Covan del Fede Cocktail Lab di Firenze suggerisce il suo Figroni, un Negroni rivisitato con fichi e burro, che richiama le atmosfere natalizie e dialoga perfettamente con la struttura del panettone . Mario Farulla del Veleno a Roma, invece, preferisce un Old Fashioned con una goccia di Pedro Ximénez, che riprende la frutta candita del dolce .

Morale: se volete azzardare l'abbinamento panettone-Negroni, fatelo con consapevolezza. E magari tenete a portata di mano anche una bottiglia di Franciacorta, per sicurezza.

Alla fine di questo viaggio nel rosso più famoso del mondo, qual è il vero segreto del Negroni?

Non è la ricetta. Quella la sanno tutti.
Non è la storia. Quella è bella ma non fa la differenza.
Non è nemmeno la qualità degli ingredienti, per quanto importante.

Il vero segreto è che il Negroni è un drink democratico e aristocratico allo stesso tempo.

Puoi berlo in uno squallido baretto di periferia, con un gin di merda e il ghiaccio del freezer, e sarà comunque un Negroni.
Puoi berlo al Connaught Bar di Londra, con ingredienti artigianali e un bartender che lo mescola come se stesse eseguendo un rito sacro, e sarà comunque un Negroni.

Non cambia. La formula è talmente perfetta che sopravvive a qualsiasi interpretazione, a qualsiasi tradimento, a qualsiasi errore.

Il Negroni è come la Coca Cola: puoi metterci dentro quello che vuoi, ma il sapore di base resta sempre quello. È un'icona talmente potente che resiste a tutto. Alle mode, ai twist, agli sbagli, ai secoli.

Compie oltre cent'anni e non li dimostra. Anzi, più invecchia e più diventa cool. I giovani lo scoprono e lo fanno proprio. I vecchi lo riscoprono e si sentono giovani.

Forse, il vero segreto del Negroni è questo: non ha bisogno di te. Sei tu che hai bisogno di lui.

Appendice Tecnica: Come Farlo a Casa (Senza Fare Cagate)

La Ricetta 

  • 30 ml Gin (un buon London Dry, non quelle schifezze aromatizzate)

  • 30 ml Campari (l'originale, non ci sono alternative)

  • 30 ml Vermouth Rosso (Carpano, Martini, Cocchi: scegliete voi, ma che sia di qualità)

  • Ghiaccio (tanto, freddissimo)

  • Mezza fetta d'arancia (biologica, possibilmente non trattata)

Il Procedimento

  1. Riempite un tumbler basso (old fashioned) di ghiaccio fino all'orlo.

  2. Versate il gin, poi il vermouth, poi il Campari .

  3. Mescolate delicatamente per 10-15 secondi, sollevando il ghiaccio.

  4. Guarnite con la fetta d'arancia.

  5. Bevete. Piano. Pensateci.

L'Errore da Non Fare

Non mettete la soda. Non mettete il selz. Non mettete roba strana. Il Negroni è tre ingredienti. Se ne mettete un quarto, non è più Negroni. È un'altra cosa. Può anche essere buona, ma non chiamatelo Negroni.

E ricordate: un Negroni sbagliato è meglio di un Negroni corretto ma fatto male.

Gradazione alcolica: circa 28%
Difficoltà: Bassa
Tempo di preparazione: 3 minuti
Probabilità di diventare dipendenti: Alta


domenica 27 ottobre 2024

L'Arte della Mescita: Storia, Scienza e Poesia del Bere Bene


C'è un momento, nella vita di un uomo o di una donna, in cui si smette di bere per ubriacarsi e si inizia a bere per capire. È il passaggio dall'istinto alla consapevolezza, dalla quantità alla qualità, dal caos all'armonia. È il momento in cui ci si siede davanti a un bicchiere non come davanti a un nemico da abbattere, ma come davanti a un libro da leggere, a una sinfonia da ascoltare, a un quadro da contemplare.

Questo è il mondo della mixology e dell'enologia. Un mondo fatto di storia, chimica, pazienza e, soprattutto, amore per il particolare.

L'umanità beve da quando è umanità. Il vino accompagna l'uomo da 8.000 anni, la birra forse anche di più. Ma il concetto di "bere bene", di mescolare con intenzione, di creare qualcosa che sia più della somma delle sue parti, è relativamente moderno.

La mixology, intesa come arte, nasce negli Stati Uniti della seconda metà dell'Ottocento. L'epoca d'oro dei saloon, dei bar di lusso, dei barman in giacca bianca che non erano semplici versatori ma veri e propri alchimisti. Jerry Thomas, considerato il padre della mixology americana, pubblica nel 1862 "How to Mix Drinks", il primo manuale che codifica ricette e tecniche. È l'inizio di tutto.

Poi arriva il Proibizionismo (1920-1933) e l'arte di mescolare diventa clandestina, si rifugia negli speakeasy, si impoverisce. La qualità lascia spazio alla quantità, l'arte alla sopravvivenza. Ci vorranno decenni perché la mixology risorga, e oggi, finalmente, possiamo dire di vivere in una nuova epoca d'oro. Quella in cui il bartender è tornato ad essere un artigiano, uno scienziato, un artista.

Prima di mescolare, però, bisogna capire cosa si mescola. E il vino è la base di tutto. Non solo perché è una bevanda a sé, ma perché è la scuola del gusto. Imparare a bere vino significa imparare a riconoscere la terra, il clima, l'uva, l'anno, la mano dell'uomo.

Un vino non è "buono" o "cattivo" in assoluto. È giusto o sbagliato per quel momento, per quel piatto, per quella compagnia. Un Barolo richiede rispetto e tempo, si apre lentamente come una persona riservata. Un Sauvignon Blanc è immediato, fresco, quasi impertinente. Un Amarone ti avvolge come un abbraccio invernale.

Il vino insegna la pazienza. Insegna che le cose migliori hanno bisogno di tempo. Insegna che l'acidità non è un difetto ma un equilibrio, che i tannini non sono un nemico ma una struttura, che il legno non è un sapore ma un abbraccio.

La mixology è la sorella minore del vino, ma non meno nobile. È l'arte di prendere distillati, liquori, amari, sciroppi, frutta, erbe, e trasformarli in qualcosa che nessuno di loro sarebbe mai stato da solo.

Un grande cocktail è come un grande amore: deve avere equilibrio, sorpresa, profondità. Non deve urlare, deve parlare. Non deve sopraffare, deve sedurre.

I distillati di base sono la struttura. Il gin, con le sue note botaniche, è architettura leggera. Il whisky, affumicato o morbido, è architettura pesante, da cattedrale. Il rum, dolce e complesso, è architettura tropicale. La vodka, neutra per definizione, è la tela bianca su cui dipingere.

Poi arrivano i modificanti. Vermouth, amari, liquori. Sono loro che danno profondità, che aggiungono strati, che trasformano un miscuglio in un cocktail. E infine gli aromatizzanti: agrumi, erbe, spezie. Il tocco finale, la firma dell'artista.

Oggi vi propongo un classico rivisitato. Non il solito Negroni, che tutti conoscono. Ma una variante elegante, fresca, adatta a chi vuole stupire senza cadere nel banale.

Storia: Il Negroni nasce a Firenze, al Caffè Casoni (oggi Caffè Giacosa), intorno al 1919. Il Conte Camillo Negroni chiese al barman di rinforzare il suo Americano sostituendo la soda con il gin. Nacque un mito. La versione "sbagliata" con il prosecco al posto del gin è un'aggiunta più recente, nata per caso a Milano negli anni '70, e diventata celebre per la sua preparazione facile e la sua eleganza.


Ingredienti:


Preparazione:

  1. Prendete un tumbler basso, dalla base larga. Il vetro deve essere spesso, pesante, che si senta in mano.

  2. Riempite il bicchiere di ghiaccio fino all'orlo. Il ghiaccio deve essere bello grosso, che si sciolga lentamente, perché l'acqua di fusione è nemica dell'equilibrio.

  3. Versate il Campari e il Vermouth Rosso direttamente nel bicchiere. Mescolate delicatamente per 5-6 secondi con un cucchiaino dal manico lungo. Non dovete scuotere, dovete sposare.

  4. Aggiungete il Prosecco. Versatelo lentamente, inclinando il bicchiere, per preservare le bollicine. Il Prosecco non va mescolato dopo, deve rimanere leggero, frizzante, quasi impertinente.

  5. Guarnite con una fetta d'arancia fresca. Non una scorza, non uno spicchio. Una fetta sottile, che galleggi tra il ghiaccio e che rilasci il suo olio essenziale sulla superficie.

Il risultato: Un cocktail ambrato, rosato, con le bollicine che salgono lente. Al naso senti l'arancia, le erbe del Campari, la vaniglia del vermouth. In bocca è amaro ma non troppo, dolce ma non stucchevole, fresco ma strutturato. Un equilibrio perfetto tra la tradizione del Negroni e la leggerezza italiana.

Il Negroni Sbagliato è un cocktail versatile, adatto all'aperitivo ma anche a un dopo cena leggero. Ecco alcuni abbinamenti raffinati:

  • Con il cibo: Perfetto con taglieri di formaggi di media stagionatura (un Parmigiano 24 mesi, un pecorino toscano). Ottimo con salumi non troppo grassi (prosciutto crudo di Parma, bresaola). Si sposa a meraviglia con olive in salamoia, magari quelle grandi e verdi della Sicilia.

  • Con il momento: Ideale per un aperitivo elegante, magari sul terrazzo al tramonto, con la luce che cala e gli amici che arrivano. Perfetto anche come aperitivo prima di una cena di pesce, perché la sua acidità pulisce la bocca e prepara al pasto.

  • Con lo stato d'animo: Da bere quando si vuole rallentare. Quando si ha voglia di parlare, non di urlare. Quando la compagnia è quella giusta, e non servono eccessi per divertirsi.


C'è una regola che vale per il vino come per i cocktail: bevi quello che ti piace. Sembra banale, ma non lo è. Quanti di noi si sono fatti intimidire da un sommelier o da un bartender? Quanti hanno ordinato un vino "importante" solo per status, per poi berlo senza capirlo?

Il vino e i cocktail sono piacere, non competizione. Sono cultura, non snobismo. Sono condivisione, non esibizione.

Un bicchiere ben fatto è un piccolo miracolo quotidiano. È la sintesi di storia, tecnica, passione. È un momento di pausa in un mondo che corre troppo. È, in fondo, un modo per volersi bene.

E allora, alzate il bicchiere. Che sia un Negroni Sbagliato, un Barolo o una semplice birra artigianale. L'importante è che quel bicchiere lo alziate con consapevolezza, con gratitudine, e magari con qualcuno che vale la pena di avere accanto.


sabato 26 ottobre 2024

Prosecco Versus Champagne: due visioni delle bollicine tra identità, metodo e cultura del lusso


Nel mondo del vino globale, poche rivalità sono iconiche quanto quella tra Prosecco e Champagne, due simboli della cultura enologica europea che dominano mercati, celebrazioni e trend del consumo premium. Dietro l’apparente somiglianza — bollicine, freschezza, ritualità — si nasconde una differenza profonda fatta di territorio, metodo produttivo, varietà d’uva, struttura aromatica e posizionamento commerciale. Comprendere il confronto Prosecco vs Champagne significa leggere una storia di terroir, tecnologia vinicola e identità culturale.

La prima differenza è geografica e normativa.
Il Prosecco nasce nel Nord-Est italiano, soprattutto in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ed è prodotto prevalentemente con uva Glera, con disciplinari DOC e DOCG che regolano qualità e produzione.
Lo Champagne, invece, può essere chiamato così solo se prodotto nell’omonima regione francese, usando tipicamente Chardonnay, Pinot Noir e Pinot Meunier.

Questa tutela territoriale non è solo marketing: influenza clima, suolo, maturazione dell’uva e quindi identità sensoriale del vino.

Qui sta la vera linea di separazione tecnica.

Prosecco — Metodo Charmat (o Martinotti)

Questo metodo produce vini brillanti, aromatici, immediati, con bollicine più vivaci e meno cremose.

Champagne — Metodo Classico (Champenoise)

Il risultato è una struttura più complessa, bollicine finissime e note evolute.

Profilo aromatico: freschezza contro complessità

Prosecco

Tipicamente esprime:

  • mela verde

  • pera

  • pesca bianca

  • fiori bianchi

  • agrumi leggeri

È pensato per essere bevuto giovane, con freschezza immediata e leggerezza.

Champagne

Mostra aromi più stratificati:

  • brioche

  • pane tostato

  • burro

  • frutta secca

  • mineralità

Questo deriva dall’invecchiamento sui lieviti e dal metodo produttivo più lento.

Gradazione alcolica: differenze sottili

In media:

  • Champagne: circa 11–13% ABV

  • Prosecco: circa 10–12% ABV

La differenza non è enorme, ma riflette stile e struttura del vino.

Il costo racconta molto della filosofia produttiva.

Lo Champagne è più caro perché:

  • Metodo lungo e laborioso

  • Stoccaggio per anni

  • Produzione limitata territoriale

Il Prosecco è più accessibile perché:

  • Metodo più rapido

  • Produzione più ampia

  • Consumo orientato alla freschezza

In media:

  • Prosecco entry: circa 15–20€

  • Champagne entry: spesso oltre 40–50€

Il Prosecco è spesso associato a:

  • aperitivi

  • cocktail (Bellini, Spritz)

  • consumo quotidiano

Lo Champagne è legato a:

  • celebrazioni

  • lusso

  • occasioni formali

Questa distinzione non implica qualità superiore assoluta, ma differente vocazione culturale.

Le bollicine del Prosecco:

  • più grandi

  • più giocose

  • meno persistenti

Quelle dello Champagne:

  • finissime

  • cremose

  • persistenti nel calice

La vera domanda: meglio Prosecco o Champagne?

La risposta professionale è: dipende dal contesto.

Scegli Prosecco se vuoi:

  • freschezza immediata

  • prezzo accessibile

  • aperitivo o cocktail

Scegli Champagne se cerchi:

Il Prosecco è cresciuto come simbolo di democratizzazione del lusso: accessibile ma elegante.
Lo Champagne resta invece icona di prestigio storico e produzione artigianale ad alta intensità.

Entrambi rappresentano eccellenza, ma con filosofie opposte:

  • Prosecco = immediatezza, socialità, freschezza

  • Champagne = profondità, ritualità, longevità

Ridurre il confronto Prosecco vs Champagne a una semplice gara di qualità è un errore. Sono due mondi diversi che raccontano due idee di vino e di piacere.

Il Prosecco parla la lingua della convivialità moderna, veloce, accessibile.
Lo Champagne resta il racconto liquido della tradizione europea più aristocratica.

La vera scelta non è quale sia migliore.
È capire quale storia vuoi bere nel tuo bicchiere.


venerdì 25 ottobre 2024

Gli studiosi medievali brindavano con… cosa, esattamente?

Quando immaginiamo uno studioso medievale — magari chino su un manoscritto in una biblioteca monastica o intento a discutere teologia nelle prime università europee — difficilmente pensiamo al contenuto della sua coppa. Eppure le bevande alcoliche erano parte integrante della vita quotidiana, anche negli ambienti più eruditi. Non si trattava solo di piacere: spesso era una scelta pratica, culturale e perfino sanitaria.

Per gli studiosi del Mediterraneo e delle regioni dove la vite cresceva facilmente, il vino era centrale. Era:

  • bevanda quotidiana

  • simbolo religioso (pensiamo all’Eucaristia)

  • alimento energetico

  • elemento sociale e conviviale

Nel Medioevo il vino era considerato quasi “salutare”: si riteneva che riscaldasse il corpo, rafforzasse lo spirito e proteggesse dai malanni. Veniva consumato da tutte le classi sociali, anche se la qualità variava molto.

In generale, nella maggior parte dell’Europa medievale il vino rimase la bevanda principale da pasto, soprattutto nelle aree meridionali dove la vite era diffusa.

Per gli studiosi universitari italiani, francesi o spagnoli, bere vino era quindi assolutamente normale.

Se ci spostiamo verso Germania, Inghilterra, Paesi Bassi o Scandinavia, cambia tutto. Qui dominavano:

  • birra

  • ale (birra senza luppolo)

  • “small beer” (birra leggerissima)

La birra era consumata quotidianamente da tutte le classi sociali, spesso a ogni pasto.

Nei monasteri — veri centri culturali del sapere — il consumo era enorme: alcune fonti parlano perfino di diversi litri al giorno per monaco. Non era visto come eccesso, ma come parte della dieta e fonte calorica.

La ragione era anche pratica:

Le versioni più diffuse erano spesso a bassissima gradazione, più simili a un “pane liquido” che a un alcolico moderno.

L’idromele — fermentato di miele — era ancora presente in molte aree europee, soprattutto nel Nord. Era considerato una bevanda antica, quasi sacra in alcune culture.

Non era necessariamente la bevanda quotidiana degli studiosi, ma sicuramente faceva parte della cultura alcolica del tempo.

Il tipo di bevanda dipendeva molto dal territorio:

  • Francia e regioni con molti frutteti → sidro

  • Nord Europa → birra e ale

  • Mediterraneo → vino dominante

Questa varietà rifletteva l’economia agricola locale più che le preferenze personali.

Non esiste una “bevanda degli intellettuali” separata dal resto della società medievale. Gli studiosi bevevano:

ciò che bevevano tutti
ciò che era disponibile localmente
ciò che era socialmente accettato

Considera che le università medievali nascono dentro città vive, piene di taverne e luoghi di socialità dove il bere era parte della vita culturale. La realtà è più sfumata. L’acqua esisteva e si beveva, ma:

  • non sempre era sicura

  • spesso era meno affidabile di bevande fermentate

Per questo birra, vino e altre bevande erano fondamentali per l’idratazione quotidiana.

Se entrassi in una università medievale, probabilmente troveresti:

Nel Sud Europa

  • vino (soprattutto diluito o speziato)

Nel Nord Europa

  • birra

  • ale

  • small beer

Ovunque, più occasionalmente

Bere non era visto come vizio automatico. Era:

  • nutrizione

  • medicina

  • rituale sociale

  • parte della spiritualità

Perfino nei monasteri, la birra poteva essere considerata quasi “acqua nutritiva”.

giovedì 24 ottobre 2024

Un cocktail che nasce al Savoy

L’Hanky Panky è molto più di un cocktail classico: è un manifesto di eleganza moderna, un punto di svolta nella storia della mixology e uno dei rari drink capaci di raccontare, in pochi centilitri, un’intera epoca culturale. Nato a cavallo tra Ottocento e Novecento, questo cocktail a base di gin, vermouth rosso e Fernet-Branca rappresenta l’incontro tra rigore britannico e audacia aromatica, anticipando di decenni il gusto contemporaneo per l’amaro e la complessità.

L’Hanky Panky viene creato a Londra, nel cuore pulsante dell’alta società edoardiana, al Savoy Hotel, uno dei templi mondiali della storia dei cocktail. La sua autrice è Ada “Coley” Coleman, prima donna a ricoprire il ruolo di head bartender al celebre American Bar del Savoy. Un fatto già di per sé rivoluzionario, in un settore allora quasi esclusivamente maschile.

Secondo la tradizione, il drink nasce per soddisfare il palato dell’attore Sir Charles Hawtrey, che chiese qualcosa di “diverso”, più deciso rispetto ai classici gin cocktail dell’epoca. Coleman rispose con una miscela apparentemente sobria, ma arricchita da una spruzzata di Fernet-Branca. Al primo sorso, Hawtrey avrebbe esclamato: “By Jove! That is the real hanky-panky!” — un’espressione colloquiale che indicava qualcosa di sorprendente, quasi magico. Il nome rimase.

La struttura dell’Hanky Panky è essenziale:

  • Gin

  • Vermouth rosso

  • Fernet-Branca

Ma è proprio questa semplicità a renderlo insidioso. Il gin fornisce la spina dorsale alcolica e botanica, con le sue note di ginepro, agrumi ed erbe. Il vermouth rosso introduce dolcezza, spezie e una vena ossidativa che ammorbidisce l’impatto del distillato. Il vero colpo di genio, però, è il Fernet-Branca: non un ingrediente protagonista, ma un accento deciso, una pennellata amara che cambia radicalmente il profilo del drink.

In un’epoca in cui l’amaro era ancora visto come medicinale, l’uso del Fernet in un cocktail da salotto fu un atto di rottura. L’Hanky Panky è, a tutti gli effetti, uno dei primi esempi di cocktail “adulto” nel senso moderno del termine.

Al naso l’Hanky Panky è profondo, balsamico, con note di erbe officinali, spezie scure e un leggero richiamo mentolato. Al palato è secco ma avvolgente, con un equilibrio raffinato tra dolcezza, amarezza e struttura alcolica. Il Fernet non sovrasta mai, ma lascia una scia lunga e persistente, quasi meditativa.

È un cocktail che non cerca il consenso immediato. Richiede attenzione, educa il palato, premia chi sa aspettare. Non è un caso che oggi venga riscoperto proprio mentre cresce l’interesse per cocktail amari, vermouth artigianali e distillati complessi.

L’Hanky Panky va miscelato, non shakerato, per preservarne la chiarezza e la precisione aromatica. Si serve straight up, in coppetta fredda, con una twist di arancia espressa sulla superficie: un dettaglio fondamentale che lega gli agrumi del gin alle note scure del Fernet.

È un cocktail da pre-dinner, ma anche da conversazione serale. Non accompagna il rumore: accompagna il pensiero.

In un panorama dominato da mode passeggere, l’Hanky Panky resiste perché è onesto, strutturato, senza compromessi. È un drink che anticipa il presente: l’amore per l’amaro, la riscoperta dei classici, il rispetto per la storia della mixology.

Bere un Hanky Panky oggi significa riconoscere che l’innovazione non nasce sempre dall’aggiungere, ma spesso dal dosare con intelligenza. E significa rendere omaggio a una donna che, con un gesto silenzioso e un cocktail perfetto, ha cambiato per sempre il linguaggio del bar.




mercoledì 23 ottobre 2024

Il Chrysanthemum

Il Chrysanthemum è uno di quei cocktail che non cercano di sedurre con effetti speciali, ma conquistano con misura, profondità e una certa austerità d’altri tempi. Un drink da intenditori, nato quando il concetto stesso di “cocktail” stava ancora prendendo forma e l’eleganza era sinonimo di sottrazione.

Il Chrysanthemum compare per la prima volta alla fine del XIX secolo, citato in manuali fondamentali come The Flowing Bowl di William Schmidt (1892). È un cocktail pre-Proibizionismo, figlio di un’epoca in cui i distillati erano più ruvidi e i liquori aromatici servivano a dare equilibrio e struttura, non dolcezza. Non a caso, qui non c’è gin né whisky: scelta radicale allora come oggi.

Il nome richiama il fiore del crisantemo, simbolo di longevità e sobrietà in Asia, ma anche di malinconia e rigore in Europa. Una metafora perfetta per questo drink.

La ricetta classica è essenziale:

Nulla di più. Nulla di meno.

Il Dry Vermouth è l’ossatura: secco, erbaceo, leggermente amaro. La Bénédictine entra in punta di piedi, con la sua complessità monastica fatta di miele, spezie e botaniche segrete. Non deve dominare, ma arrotondare. L’assenzio, infine, non è un ingrediente ma una firma: un rinse o poche gocce, sufficienti a lasciare un’ombra di anice e mistero.

Al palato il Chrysanthemum è asciutto, aromatico, meditativo. Non è un drink immediato: cresce sorso dopo sorso. Prima arrivano le erbe del vermouth, poi la dolcezza controllata della Bénédictine, infine l’eco lunga e quasi spettrale dell’assenzio.

È un cocktail che non perdona distrazioni: richiede attenzione, silenzio, tempo.

Servito rigorosamente straight up, in coppetta fredda, senza garnish appariscenti (al massimo una scorza di limone espressa e subito scartata). È un drink da fine giornata, da biblioteca, da conversazioni lente. Non accompagna il rumore, ma il pensiero.

In un’epoca dominata da cocktail iper-zuccherati, schiume e infusi esotici, il Chrysanthemum è quasi un atto politico. Ricorda che l’eleganza non ha bisogno di gridare e che la complessità può stare anche in tre soli ingredienti, se scelti con intelligenza.

Un classico dimenticato, sì. Ma soprattutto un classico necessario.


 
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