Ricordo ancora la
prima volta. Era l’estate del 2004, un pomeriggio afoso, e un amico
più “sveglio” di me mi porse una lattina sottile, argentata e
blu, con due tori che sembravano sul punto di incornarsi. “Bevi”,
disse con aria complice. “Poi vedi”.
La bevvi. Aspettai.
Aspettai ancora.
Niente. Nessuna
scossa. Nessuna “ala”. Sentii esattamente lo stesso identico
effetto che avrei provato bevendo un bicchiere d’acqua fresca.
Forse anche meno, perché l’acqua quantomeno disseta.
Da quel giorno ho
ripetuto l’esperimento decine di volte, in contesti diversi: prima
di una notte in bianco per un esame, durante un turno di lavoro
massacrante, nel bel mezzo di un viaggio in autostrada. Il risultato
è stato sempre lo stesso: una delusione liquida e gassata. La Red
Bull, per me, è la più riuscita operazione di marketing del XXI
secolo. Ma dal punto di vista energetico? Un bluff.
E la domanda che mi
ronza in testa da quasi vent’anni è finalmente la stessa che
molti, ormai, iniziano a farsi ad alta voce: ma è così potente come
diceva la pubblicità? Oppure siamo tutti vittime di un gigantesco
effetto placebo con le ali?
La risposta, per
come la vedo io, è netta: no, la Red Bull non è
potente. È marketing con le ali.
Cerchiamo di essere
chiari, da adulti. La Red Bull non contiene nessuna sostanza
stupefacente, nessun composto segreto brevettato in un laboratorio
svizzero, nessuna essenza di meteora. Contiene esattamente ciò che
trovi scritto in etichetta, piccolo, quasi vergognandosene.
Andiamo per punti.
L’effetto che tu senti – o che io, come te, non
sento – dipende da tre soli fattori. E sono
tutt’altro che straordinari.
1. La
caffeina: 80 mg. Ottanta milligrammi. Per capirci: un
caffè espresso medio ne ha circa 60-80. Un caffè della moka (quello
che la tua nonna ti prepara alle sette di mattina) ne supera
tranquillamente i 100. Una tazzina di caffè al bar, a volte, arriva
a 120. Quindi no: la Red Bull non è “più carica di un caffè”.
È esattamente uguale, a volte meno. Solo che è fredda, dolce e
viene venduta in una lattina che sembra la scatola del nitrometano.
2. Lo
zucchero: tanto, ma tanto. Qui viene il bello. Una
lattina da 250 ml contiene circa 27 grammi di zucchero, l’equivalente
di sette zollette. E sai cosa fa lo zucchero? Ti dà un picco
energetico rapidissimo, della durata di circa 20-30 minuti. Poi
arriva il crollo, il famoso “crash”: insulina che sale,
sonnolenza che scende, e tu ti ritrovi più stanco di prima. È come
accendere un fuoco con la carta: divampa subito, ma dopo dieci minuti
hai solo cenere. Quella “energia” che sentono alcuni non è la
Red Bull. È il loro pancreas che suona l’allarme.
3. La
taurina: la grande sceneggiatrice. Ah, la taurina. Qui
il marketing ha fatto un capolavoro da Oscar. Il nome suona tecnico,
quasi chimico, vagamente muscolare. “Taurina”: sembra il
principio attivo di un siero della verità per supereroi. Invece, ed
è un dato di fatto poco poetico, la taurina è un amminoacido che si
trova naturalmente nel pesce, nella carne, persino nel latte materno.
Non “dà energia”. Non “attiva il cervello”. Non “fa
volare”. Non fa praticamente nulla se non accompagnare la caffeina
in un giro turistico nel tuo sangue. La taurina è come il prezzemolo
in una carbonara: sta dappertutto, ma se lo togli, nessuno se ne
accorge.
Quindi,
ricapitoliamo: caffeina nella media, zucchero a palate, taurina da
circo. Dove sarebbe la “potenza”?
Tu dici: “A me non
fa proprio nessun effetto, come se bevessi acqua”. Bene. Questo non
è un difetto. È anzi un pregio. Significa che il tuo sistema
nervoso centrale non è facilmente suggestionabile e che la tua
tolleranza alla caffeina è semplicemente normale.
Ci sono persone che
con una lattina di Red Bull saltano sul soffitto. Ma quelle persone,
in genere, sono le stesse che diventano rosse come peperoni dopo un
bicchiere di vino o che piangono con la pubblicità dell’Amuchina.
Sono individui con una sensibilità altissima agli stimoli chimici o,
più spesso, con una bassissima abitudine alla caffeina. Se bevi un
caffè al giorno da dieci anni, Red Bull per te è acqua fresca. Se
non hai mai toccato la caffeina in vita tua, mezza lattina e chiami
l’ambulanza perché ti tremano le mani.
La verità
impopolare è questa: la Red Bull non è oggettivamente potente. Noi
siamo soggettivamente diversi. Ma la pubblicità non può dirti
“dipende dalla tua sensibilità”. La pubblicità deve urlare che
“ti mette le ali”. E noi, per decenni, abbiamo creduto a quelle
ali come se fossero omologate dall’aeronautica militare.
Personalmente, di
queste brodaglie chimiche – e di tutte le loro cugine “energy”
con nomi da videogame anni Novanta – non sento nemmeno il bisogno.
Le ho studiate, assaggiate, analizzate con la pazienza di un chimico
mancato. Le ho bevute ghiacciate, a temperatura ambiente, lisce, con
ghiaccio, persino annusate prima del sorso per captare eventuali
tracce di speranza. Niente.
L’unica volta in
cui ho creduto di sentire “qualcosa” è stato dopo tre lattine in
venti minuti a un party studentesco. Ma quel “qualcosa” era la
nausea. E un leggero, inconfondibile, senso di vergogna.
Non sto dicendo che
la Red Bull sia un’acqua sporca. Sto dicendo che il suo rapporto
tra promessa e realtà è il più sballato della storia delle bevande
industriali, forse secondo solo a quelle acque “miracolose” del
nineteenth century che promettevano di curare il colera.
E allora, ecco il
mio suggerimento, che mutuo con affetto da una vecchia canzone
napoletana: “Pigliate nu buono cafè, siente a me”. Perché un
buon caffè, magari amaro, magari bevuto lentamente davanti a una
finestra, ha tre vantaggi: costa meno, non ti riempie di zuccheri
inutili e, soprattutto, un effetto ce l’ha davvero.
Almeno quello non ti tradisce. Alza la pressione, sveglia i neuroni,
ti fa fare la seconda colazione con un briciolo di dignità.
La Red Bull, invece,
ti promette le ali e ti consegna un tremolio – e solo se sei a
stomaco vuoto e particolarmente suggestionabile.
E qui arriviamo al
punto nodale, quello che pochi hanno il coraggio di confessare.
La Red Bull non è
solo una bevanda. È un simbolo. La Red Bull non finisce nelle tue
mani per caso: finisce lì perché per vent’anni hai guardato la
Formula 1, i jump spericolati di Felix Baumgartner dalla stratosfera,
gli sport estremi, i tori giganti che sembrano uscire da un mito
norreno. La Red Bull ha speso una montagna di soldi per legare il suo
nome all’idea di velocità, rischio, polvere,
adrenalina. E ha funzionato.
Ma quella lattina
che tieni in mano non ha nulla a che fare con la RB19 di Verstappen.
La benzina delle monoposto Red Bull è una miscela di idrocarburi ad
altissimo numero di ottani che brucia a temperature infernali e
spinge un motore da mille cavalli. La tua lattina, invece, è acqua,
zucchero, caffeina e anidride carbonica. L’unica cosa che hanno in
comune è il logo.
E sì, lo ammetto:
se bevi quella benzina, ti mette le ali. E pure in orbita. Ma anche
in terapia intensiva. Quindi, per favore, non confondiamo i piani.
La Red Bull non è
“così potente come diceva la pubblicità”. Non lo è mai stata.
È sempre stata un prodotto costruito a tavolino per sembrare ciò
che non è: una bevanda rivoluzionaria con un effetto energetico
miracoloso. In realtà è una semplice soda alla caffeina con un nome
azzeccato e una strategia di marketing geniale.
A te non fa effetto?
Benissimo. Sei tra i pochi che non si fanno ipnotizzare dalla
confezione. La prossima volta che qualcuno ti offre una lattina
dicendoti “ti tira su”, sorridi, ringrazia e chiedi un caffè. O,
ancora meglio, un bicchiere d’acqua. Tanto – diciamocelo – per
te sarà la stessa identica cosa.
Con la differenza
che l’acqua non mente. E non ti promette ali che non ha mai avuto.