martedì 4 febbraio 2025

Caffè Quadri: Il Caffè Letterario che Veglia su Piazza San Marco dal 1775



A Venezia, dove ogni angolo racconta una storia, c'è un locale che da oltre due secoli e mezzo è testimone silenzioso del passare dei secoli, delle mode e dei personaggi che hanno fatto la storia. Il Gran Caffè Quadri non è solo un bar, è un pezzo di Venezia viva, un salotto letterario affacciato sulla piazza più bella del mondo .

La storia del Quadri inizia nel 1775, quando il mercante veneziano Giorgio Quadri, di ritorno da una lunga permanenza a Corfù, all'epoca territorio della Repubblica di Venezia, decise di aprire un locale insieme alla moglie greca Naxina . La loro intuizione fu quella di puntare tutto su una bevanda che stava conquistando l'Europa: il caffè, allora chiamato "acqua negra bollente" .

Il locale aprì sotto i portici delle Procuratie Vecchie, rilevando una vecchia rivendita di vino già rinomata in città . All'epoca, Piazza San Marco contava già ben 24 botteghe del caffè su un totale cittadino di oltre 200, ma il Quadri seppe ritagliarsi un posto d'onore tra l'aristocrazia veneziana . La caffetteria non era solo il "primo" locale del fondatore, perché nella stessa piazza c'era già il più celebre Caffè Florian, ma seppe distinguersi per la sua atmosfera .

Il locale subì una prima importante ristrutturazione nel 1830, sotto la gestione dei fratelli Vaerini, che ampliarono gli spazi e aggiunsero il piano superiore, adibito a ristorante e che oggi è l'unico presente in Piazza San Marco . Il piano terreno venne decorato con stucchi in tinte pastello, con prevalenza di verde e giallo, e con scene di vita veneziana del pittore Giuseppe Ponga, ispirate allo stile di Pietro Longhi .

Il grande salto di qualità, però, è avvenuto nel 2011, quando il Caffè Quadri è passato sotto la gestione della famiglia padovana Alajmo, che ha riportato il locale ai massimi livelli . Nel 2018, un restauro firmato dal designer Philippe Starck e dall'architetto Marino Folin ha ridato vita agli spazi, lavorando con artigiani veneziani e recuperando l'antica bellezza del luogo . Come disse lo stesso Starck: "Dormiva, questo luogo, rintanato su se stesso, nascosto, e noi lo abbiamo risvegliato" .

Il Caffè Quadri è stato il rifugio di alcuni dei più grandi nomi della cultura mondiale . Durante i loro soggiorni a Venezia, furono clienti regolari del locale:

  • Stendhal, che trovò ispirazione tra le sue mura.

  • George Byron, il poeta ribelle che amava la laguna.

  • Alexandre Dumas padre, che cercava atmosfere da romanzo.

  • Richard Wagner, che qui trovò la serenità per le sue composizioni.

  • Marcel Proust, che osservava la vita veneziana.

In epoca contemporanea, il Quadri ha accolto Michail Gorbačëv, François Mitterrand e Woody Allen, confermandosi come un palcoscenico dove la storia e il jet-set si incontrano .

Oggi il Gran Caffè Quadri è un luogo "inclusivo", come lo definisce Giovanni Alajmo, che offre tre diverse esperienze in uno stesso spazio :

  1. Il Gran Caffè Quadri: al piano terra, con il celebre plateatico in Piazza San Marco, per gustare un caffè, un cocktail o un cicchetto .

  2. Il Bistrot Quadrino: un ambiente più raccolto per un pasto veloce ma di qualità .

  3. Il Ristorante Quadri: al piano superiore, con una stella Michelin, dove lo chef Massimiliano Alajmo reinterpreta la tradizione veneziana .

Nel 2025, il Caffè Quadri ha festeggiato 250 anni di vita. Per l'occasione, è stata creata una miscela speciale di caffè e un menù dedicato che esalta la versatilità di questa bevanda, con cocktail, cicchetti e piatti che raccontano la storia del locale .

Per il momento più magico, Raffaele Alajmo consiglia di fermarsi in piazza San Marco fino a tarda notte, quando la piazza si svuota e si può ascoltare il silenzio rotto solo dal vento e dalle onde che si infrangono sul molo .


lunedì 3 febbraio 2025

L'Antico Caffè Greco: Un salotto culturale tra arte, storia e attualità a Roma

 


Nel cuore pulsante di Roma, a pochi passi dalla celebre scalinata di Piazza di Spagna, sorge un luogo che è molto più di un semplice caffè. L'Antico Caffè Greco, in via dei Condotti, è un monumento vivente alla storia culturale della città, una tappa obbligata non solo per i turisti, ma per chiunque voglia respirare l'aria di un'epoca in cui i caffè erano i veri salotti del pensiero e della creatività.

La sua storia inizia nel 1760, quando un certo Nicola della Maddalena, un uomo proveniente dal Levante, decise di aprire un locale che presto divenne un punto di riferimento . Fu proprio l'origine del fondatore, un levantino di probabili origini greche, a dare il nome al caffè: "Greco" . All'epoca, la comunità greca a Roma, seppur non numerosa, era attiva e influente, e un caffè che portava quel nome era un omaggio alle proprie radici in una città cosmopolita .

Fin dai suoi esordi, il Caffè Greco si distinse non solo per la qualità delle sue tazze, ma per l'atmosfera che vi si respirava. Diventò ben presto un luogo d'incontro per artisti, intellettuali e viaggiatori, un crocevia di lingue e culture che ne fece un autentico salotto europeo.

La fama dell'Antico Caffè Greco è indissolubilmente legata alla lunga lista di personaggi illustri che lo hanno frequentato. Ospitare i più grandi geni della storia è forse il suo vero "superpotere". Il locale divenne un ritrovo prediletto per gli artisti tedeschi in viaggio in Italia, come testimoniano gli schizzi e i ritratti di Carl Philipp Fohr, un giovane pittore che ambientò al Caffè Greco alcuni dei suoi disegni preparatori, immortalando figure come il poeta Friedrich Rückert, il pittore Joseph Anton Koch e il compositore Johann Friedrich Overbeck .

Ma la lista degli avventori è un vero e proprio "chi è chi" della storia e della cultura occidentale. Vi si sono seduti poeti come Johann Wolfgang von Goethe, Giacomo Leopardi, John Keats e James Joyce; scrittori come Stendhal, Mark Twain, Hans Christian Andersen e François-René de Chateaubriand; musicisti come Franz Liszt, Richard Wagner, Hector Berlioz e Felix Mendelssohn; filosofi come Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche; e persino personaggi come Buffalo Bill e il capo indiano Toro Seduto .

Non è solo un luogo del passato. L'Antico Caffè Greco è ancora oggi un centro di vita culturale. Dal secondo dopoguerra, è la sede ufficiale degli incontri del "Gruppo dei Romanisti", un'associazione di studiosi e appassionati della storia, dell'arte e delle tradizioni di Roma . Il gruppo si riunisce il primo mercoledì di ogni mese e, dal 1940, pubblica annualmente la "Strenna dei Romanisti", un volume di saggi e ricerche sulla città eterna che viene presentato il 21 aprile, giorno del "Natale di Roma" .

Oggi, l'Antico Caffè Greco è anche una delle più grandi gallerie d'arte private al mondo: le sue sale sono adornate da oltre 300 opere, tra dipinti, sculture e disegni, che lo rendono un museo a cielo aperto dove si può gustare un caffè.

E la sua storia non è finita. Il Caffè Greco ha fatto da sfondo a momenti della cultura popolare, come la foto di copertina del 45 giri "Minuetto" di Mia Martini, scattata nella celebre "Sala Rossa" nel 1973 .

Il locale è anche al centro di una questione di attualità che riguarda il suo futuro. La proprietà dell'edificio è dell'Ospedale Israelitico di Roma e, dopo una lunga controversia legale, il futuro dell'esercizio è stato a lungo incerto . Tuttavia, le opere d'arte e gli arredi sono protetti dal vincolo di "inamovibilità" perché considerati un patrimonio culturale di inestimabile valore .

L'Antico Caffè Greco è la perfetta sintesi tra storia e modernità. È un luogo dove il passato è ancora vivo, dove i fantasmi di poeti e artisti sembrano popolare gli angoli delle sue sale, e dove il presente, con le sue sfide, cerca di trovare un equilibrio con un'eredità che è di tutti. È un simbolo di ciò che Roma è stata e, si spera, continuerà a essere: un crocevia di culture, un laboratorio di idee e un palcoscenico di storie.


domenica 2 febbraio 2025

Armagnac: L’Anima più Antica della Francia in un Calice

 


Nella regione della Guascogna, dove la terra sa di storia e i fiumi raccontano di antichi commerci, nasce l'armagnac, un'acquavite che racchiude in sé l'essenza più autentica e longeva della Francia. Spesso messo in ombra dal più famoso cugino Cognac, questo distillato è in realtà il più antico brandy di Francia, con una tradizione che affonda le radici nel Medioevo . La sua storia, il suo metodo di produzione unico e i suoi aromi inconfondibili lo rendono un tesoro da scoprire per ogni appassionato.

Le prime testimonianze della distillazione in questa regione risalgono al 1310, quando il cardinale Vital du Four, abate del monastero di Eauze, scrisse di un'acquavite dalle straordinarie virtù medicinali, elencandone ben 40 proprietà benefiche . In quel tempo, l'armagnac era conosciuto come "Aygue Ardente", un'acqua di vita utilizzata nelle antiche università e nei monasteri come rimedio curativo .

La sua produzione voluttuaria, cioè per il piacere del consumo, iniziò a metà del Quattrocento, quando il distillato venne caricato su carri e trasportato attraverso la regione per essere esportato via mare verso i Paesi Bassi, il Regno Unito e i Paesi Baltici . La diffusione dell'armagnac fu quindi anteriore di almeno un secolo a quella del cognac, il cui commercio poté svilupparsi maggiormente grazie a più facili comunicazioni fluviali .

Il territorio dell'armagnac è suddiviso in tre zone di produzione, ciascuna con caratteristiche pedoclimatiche uniche che si riflettono nel distillato finale :

  • Bas-Armagnac: considerata la zona più prestigiosa, è caratterizzata da suoli sabbiosi e silicei, poveri di calcare. Questa terra, conosciuta come "sables fauves" (sabbie fulve), produce acquaviti leggere, fruttate e delicate, con una grande finezza aromatica e un'eccellente capacità d'invecchiamento . È la zona che produce la maggior parte dell'armagnac, circa il 62% della produzione totale .

  • Armagnac-Ténarèze: una zona intermedia che rappresenta circa il 37% della produzione. I terreni sono prevalentemente argillo-calcarei e argillo-sabbiosi. Le acquaviti che qui nascono sono generalmente più strutturate, corpose e potenti, raggiungendo il loro apice dopo un lungo invecchiamento .

  • Haut-Armagnac: questa zona, sfavorita da terreni prevalentemente calcarei, produce una quantità molto limitata di distillato (circa l'1%), con vigneti spesso situati sulle cime delle colline .


Il cuore dell'armagnac risiede nella sua materia prima e nel suo metodo di distillazione. Il vino base da cui si ottiene proviene da una varietà di vitigni che gli conferiscono una complessità aromatica unica . I principali sono:

  • Ugni Blanc: vitigno predominante e ideale per la distillazione, apprezzato per la sua elevata acidità che produce acquaviti fini e di alta qualità .

  • Baco 22A (o Baco blanc) : un ibrido unico creato dopo la crisi della fillossera incrociando Folle Blanche e Noah. Questo vitigno, tipico del Bas-Armagnac, conferisce rotondità, morbidezza e aromi di frutta matura, soprattutto dopo un lungo invecchiamento .

  • Folle Blanche: è il vitigno storico dell'armagnac, noto anche come "Piquepoult". Produce acquaviti fini ed eleganti, spesso floreali, particolarmente apprezzate nelle versioni giovani o Blanche .

  • Colombard: vitigno che apporta note fruttate e speziate, utilizzato sia per la distillazione che per la vinificazione .


Il metodo di distillazione è il tratto più distintivo dell'armagnac. A differenza del Cognac, che utilizza la doppia distillazione in alambicco discontinuo, l'armagnac è tradizionalmente distillato una sola volta in un alambicco a colonna continua (l'alambicco armagnacais) . Questo processo, brevettato nel 1818, è più lento e produce un distillato con un grado alcolico più basso (tra il 52% e il 60%), che conserva una maggiore quantità di composti aromatici e un profilo più ricco e rustico .

Dopo la distillazione, che avviene entro l'inverno, l'acquavite inizia il suo lungo riposo in botti di rovere, tradizionalmente provenienti dalle foreste della Guascogna o del Limousin . Durante l'invecchiamento, che può durare fino a 50 anni, il distillato si colora di ambra e sviluppa una complessità di aromi straordinaria: note di nocciola, scorza d'arancia, cacao, prugna, vaniglia e spezie .

La classificazione dell'armagnac si basa sull'età del distillato più giovane utilizzato nella miscela :

  • **VS (Very Special) o ***: da 1 a 3 anni di invecchiamento.

  • VSOP: da 4 a 9 anni di invecchiamento.

  • Napoleon: da 6 a 9 anni di invecchiamento.

  • XO e Hors d'Âge: da 10 a 19 anni di invecchiamento.

  • XO Premium: da 20 anni in su.

  • Vintages (Millesimati) : bottiglie che contengono acquavite di un unico anno, proveniente da una singola vendemmia.


L'armagnac è per eccellenza un distillato da fine pasto o da meditazione, da assaporare lentamente in piccoli calici a tulipano o a palloncino, scaldandolo con il calore della mano per liberarne i profumi . La temperatura di servizio consigliata è di circa 14°C .

Sebbene raramente utilizzato nei cocktail, l'armagnac è l'ingrediente principe di un aperitivo guascone chiamato pousse-rapière. Si sposa magnificamente con dessert a base di cioccolato fondente, formaggi stagionati e caffè, ed è un ingrediente prezioso per sfumare carni e pesce .



sabato 1 febbraio 2025

Suntory: dal sogno di un uomo alla conquista del mondo

 

Nel mondo delle bevande alcoliche, pochi nomi evocano un'eredità tanto profonda e un'influenza così globale come Suntory. Nata come un piccolo negozio di vini importati a Osaka nel lontano 1899, questa azienda giapponese ha saputo trasformarsi in un colosso internazionale, diventando la terza maggiore produttrice di alcolici al mondo [dalle informazioni fornite]. La sua storia è un affascinante viaggio che intreccia l'ambizione di un fondatore visionario con l'arte giapponese del "Monozukuri", una filosofia che trasforma la produzione in un'arte .

Tutto ebbe inizio con Shinjiro Torii, un uomo che incarnava lo spirito di "Yatte Minahare", un'espressione che significa "osare, provare, non arrendersi mai" . Nel 1899, aprì un negozio di vini d'importazione a Osaka, un'idea coraggiosa in un Giappone che non aveva familiarità con i gusti occidentali . Per quasi un decennio, il suo sogno faticò a decollare.

Il primo vero successo arrivò nel 1907 con la creazione dell'Akadama Port Wine, un vino dolce che conquistò il palato giapponese e gettò le basi per l'impero a venire . Ma Shinjiro Torii sognava in grande: voleva creare un whisky giapponese autentico, che rispecchiasse la sensibilità del suo popolo . Nel 1923, sfidando chi credeva fosse un'impresa impossibile, fondò la distilleria Yamazaki, la prima distilleria di whisky in Giappone, situata ai piedi del Monte Tennozan, vicino a Kyoto .

Il viaggio verso il whisky perfetto fu lungo e irto di ostacoli. Il primo prodotto, il Suntory White Label del 1929, era troppo affumicato per i gusti locali. Ma Shinjiro non si arrese. Nel 1937, dopo anni di sperimentazione, lanciò il Suntory Kakubin, il cui nome significa "bottiglia quadrata", un'icona dal design inconfondibile che divenne il whisky più venduto in Giappone e rimane tale ancora oggi .

Oggi, il nome Suntory è sinonimo di whisky di altissima qualità, acclamato in tutto il mondo. Il riconoscimento più alto è arrivato con la Yamazaki 12 Years Old, che nel 2015 ha conquistato il titolo di "Best Whisky in the World" al World Whisky Awards [1]. Nel 2024, Suntory ha raggiunto un nuovo apice con il lancio del Hibiki 40 Year Old, un blend che combina distillati provenienti dalle tre distillerie di punta (Yamazaki, Hakushu e Chita) invecchiati per quattro decenni, con un prezzo di listino di 35.000 dollari a bottiglia .

La Suntory non è solo whisky. L'azienda ha dimostrato una straordinaria capacità di diversificarsi, entrando con successo nel mercato della birra con il suo marchio di punta, The Premium Malt's, negli anni '60 [dalle informazioni fornite]. Ha poi conquistato il mercato delle bevande analcoliche, diventando imbottigliatore di Pepsi Cola in Giappone e acquisendo marchi globali come Orangina [dalle informazioni fornite].

La vera svolta verso una dimensione globale è avvenuta nel 2014, con l'acquisizione di Beam Inc., il colosso americano del bourbon proprietario di marchi come Jim Beam e Maker's Mark, per 16 miliardi di dollari [dalle informazioni fornite]. Questa mossa ha unito l'eccellenza giapponese a quella americana, creando Beam Suntory, che nel 2024 è stato rinominato Suntory Global Spirits per "sbloccare il vantaggio unificato del suo portfolio" . Oggi, questo gigante delle bevande alcoliche possiede un portfolio che include marchi leggendari come Laphroaig e Bowmore per lo Scotch whisky, Courvoisier per il cognac, e Sauza per la tequila .

Parte del fascino globale di Suntory risiede nella sua cultura aziendale, che unisce la filosofia "Yatte Minahare" all'impegno di "restituire alla società" . Questi valori si riflettono nel sostegno all'arte, alla cultura e alla conservazione ambientale, come testimonia la costruzione della Suntory Hall a Tokyo, una delle sale da concerto più prestigiose del Giappone [dalle informazioni fornite].

La sua influenza si estende anche alla cultura pop occidentale. Il Hibiki Suntory Whisky è diventato un'icona dopo essere apparso in una scena fondamentale del film "Lost in Translation" con Bill Murray . Questo momento ha catturato perfettamente l'essenza di un marchio che, pur essendo profondamente radicato nella tradizione giapponese, ha saputo parlare un linguaggio universale di qualità ed eleganza, affascinando il mondo intero.


venerdì 31 gennaio 2025

Tiziano: il Bellini viola che dipinge l’estate veneziana

 


Venezia è la città dei riflessi, dei colori che si specchiano nell’acqua e dei cocktail che raccontano storie. Tra i suoi capolavori liquidi, il Bellini è forse il più celebre, ma esiste un suo parente meno noto, dal colore intenso e dal nome altisonante: il Tiziano. Un long drink che unisce la freschezza del Prosecco alla dolcezza dell’uva fragola, regalando una nuance violacea che evoca le tele del grande maestro rinascimentale. Il Tiziano non è solo un cocktail: è un omaggio alla Serenissima, un brindisi ai suoi colori e un viaggio nel gusto.

Il Tiziano è una variante del Bellini, il celebre cocktail a base di Prosecco e purea di pesca bianca, inventato tra il 1934 e il 1948 da Giuseppe Cipriani all’Harry’s Bar di Venezia. Mentre la nascita del Bellini è documentata e leggendaria, le origini del Tiziano sono invece avvolte nel mistero. Non si hanno notizie certe su chi lo abbia creato o quando sia apparso per la prima volta. Il suo nome rimanda al grande pittore Tiziano Vecellio, ma il legame con l’artista è puramente iconografico: il suo colore violaceo ricorda solo alcune delle tonalità calde e profonde che caratterizzano le sue opere .

Come il Bellini, anche il Tiziano si prepara direttamente nel bicchiere, con un gesto semplice ma che richiede attenzione alla qualità degli ingredienti.


Ingredienti:

  • 7/10 di Prosecco (o Champagne) ben freddo

  • 3/10 di succo d'uva fragola


Preparazione:

  1. Versare il succo d'uva fragola in una flûte ghiacciata.

  2. Aggiungere con delicatezza il Prosecco ben freddo.

  3. Mescolare dolcemente con un cucchiaino per amalgamare gli ingredienti.

  4. Servire immediatamente.


In alcune varianti, si aggiunge anche un cucchiaio di succo di limone per bilanciare la dolcezza, oppure un goccio di vodka per renderlo più alcolico .

Il vero protagonista del Tiziano è l’uva fragola, un vitigno antico che deve il suo nome al profumo e al sapore che ricordano la fragola. I suoi acini sono piccoli, dolcissimi e di un colore rosso violaceo intenso. Non è un caso che il vitigno sia chiamato anche "Uva di Venezia" per il suo legame storico con il territorio della Serenissima. La sua presenza nel cocktail è ciò che conferisce al Tiziano la sua tonalità inconfondibile, più scura e vibrante rispetto al Bellini, e un sapore ricco di sentori di frutti di bosco.

Il Tiziano è un cocktail che evoca l’arte, la storia e la dolce vita veneziana. È un aperitivo perfetto per un brindisi al tramonto, magari davanti a un riflesso dorato sull’acqua del Canal Grande, e ha saputo conquistare anche oltreoceano: si può trovare nei menu di hotel di lusso a New York e in molte città internazionali, spesso in versione "punch" per grandi eventi .

Il suo colore e la sua storia lo rendono una scelta ideale anche per feste a tema artistico o per chi cerca un cocktail che sia un piacere per il palato e per la vista.




giovedì 30 gennaio 2025

Vino di Serpente: l'elisir estremo tra mito, medicina e tradizione

 


Nel vasto universo delle bevande alcoliche, poche hanno un'origine tanto affascinante e, per i palati occidentali, inquietante quanto il vino di serpente. Conosciuto in Asia come shéjiǔ in Cina o rượu thuốc in Vietnam, questo infuso alcolico rappresenta un perfetto esempio di come la tradizione, la medicina popolare e la cultura si intreccino in una formula che sfida il concetto stesso di bevanda.

Le radici di questa pratica sono antichissime. Alcune fonti fanno risalire la sua origine alla dinastia Zhou occidentale, che governò la Cina tra il 1040 e il 770 a.C. . Da allora, la sua produzione e il suo consumo si sono diffusi in tutto il Sud-est asiatico, fino a diventare una vera e propria istituzione culturale in paesi come Cina, Vietnam, Corea, Giappone e Thailandia .

In Giappone, il vino di serpente è conosciuto come habushu ed è una specialità dell'arcipelago di Okinawa. Qui, la tradizione prevede che il serpente habu, un trimeresurus endemico dell'isola, venga immerso nell'awamori, il distillato di riso locale .

Per comprendere il vino di serpente, bisogna guardare oltre il suo aspetto estremo. La sua ragion d'essere è profondamente legata alla medicina tradizionale cinese, dove il serpente è considerato un animale dalle importanti proprietà ricostituenti e rivitalizzanti .

Non si tratta quindi di una bevanda concepita per il piacere del palato, ma di un vero e proprio elisir curativo. Nella cultura popolare asiatica, gli vengono attribuiti poteri benefici per curare diversi malanni:

  • Reumatismi e dolori articolari

  • Mal di schiena e artrite

  • Perdita di capelli

  • Disturbi della circolazione

  • In generale, per aumentare la virilità e la longevità

Secondo la credenza popolare, il veleno dell'animale, una volta reso innocuo dall'alcol, costituirebbe l'elemento più prezioso per le sue proprietà terapeutiche .

Il processo di produzione del vino di serpente è un rituale che si tramanda da generazioni. La ricetta più comune prevede l'immersione di un serpente intero in un contenitore di vetro o ceramica riempito con vino di riso o un altro alcol a base di cereali. In alcune varianti, il serpente viene lasciato a macerare vivo all'interno del liquore per diversi mesi, fino a diversi anni. Nei mercati e nelle farmacie tradizionali, è possibile trovare queste bottiglie esposte al sole, dove il processo di infusione viene accelerato e la bevanda assume un caratteristico colore ambrato.

Esistono diverse varianti regionali:

  • Nella tradizione vietnamita, il serpente viene spesso associato a radici, erbe e altre componenti animali, come i gechi, per creare un tonico rinvigorente .

  • In alcune zone del Vietnam, l'usanza prevede di estrarre il cuore e il sangue del serpente ancora battente e mescolarlo all'alcol per creare un intruglio particolarmente potente .

  • In Corea e Giappone, invece, si utilizzano solitamente serpenti non velenosi, come i serpenti d'acqua .

  • In Laos e altre zone del Sud-est asiatico, il serpente, ancora vivo, viene affogato nell'alcol e lasciato macerare, spesso con l'aggiunta di radici e insetti .

Oggi, il vino di serpente continua a essere prodotto e commercializzato, rappresentando un souvenir estremamente popolare per i turisti in visita in Vietnam e in Cina . Bottiglie di diverse dimensioni, con all'interno il rettile perfettamente conservato, vengono vendute in numerosi negozi di souvenir, testimonianza di una tradizione che non accenna a scomparire.


mercoledì 29 gennaio 2025

Vino di Visciole: l'antico elisir delle Marche

 

Nelle dolci colline marchigiane, dove la terra sa ancora di storia e di tradizione, esiste un nettare che affonda le sue radici nel Medioevo: il Vino di Visciole. Un'antica bevanda che custodisce il sapore asprigno e genuino delle ciliegie selvatiche, capace di evocare ricordi lontani e di unire le persone attorno a un calice.

La storia del Vino di Visciole affonda le sue origini in un'epoca lontana, probabilmente il Medioevo, quando era consuetudine aromatizzare i vini per i banchetti nobiliari . Dai castelli dei signori, l'usanza si diffuse nelle campagne, dove ogni famiglia aveva il proprio albero di visciole nell'orto e custodiva gelosamente la propria ricetta segreta .

Un aneddoto particolarmente affascinante riguarda il duca Federico da Montefeltro. Come documentato dal suo biografo, il celebre condottiero rinascimentale non beveva alcun vino che non fosse quello con ciliegie o visciole . Il Duca era così appassionato che amava visitare le cantine in cui si produceva questa bevanda per esprimere il suo giudizio, utilizzando una curiosa scala di valutazione: "Bono" (pessimo), "Bono Bono" (sufficiente), "Bono Bono Bono" (buono), "Bono Forte" (straordinario) .

Nonostante il nome con cui è universalmente conosciuto, definire il Vino di Visciole "vino" è tecnicamente scorretto. Per legge, il termine "vino" può essere utilizzato esclusivamente per bevande ottenute dalla fermentazione dell'uva . Si tratta invece di un vino aromatizzato, prodotto con ciliegie acide (Prunus cerasus) .

Le visciole sono una varietà di ciliegia selvatica dal sapore acidulo e dalla polpa rossa, simili alle amarene ma più dolci e di colore più scuro . Per la loro preparazione concorrono, oltre alle ciliegie, zucchero, spezie e mosto d'uva o vino fermo .

La tradizione del Vino di Visciole si manifesta in due modalità di preparazione, profondamente radicate in due diverse aree geografiche delle Marche: la Vallesina, in provincia di Ancona, e l'entroterra di Pesaro e Urbino .

Nella Vallesina, in particolare nei comuni di San Paolo di Jesi, Cupramontana e Staffolo, le visciole appena raccolte vengono immediatamente poste a macerare con zucchero al sole, all'interno di damigiane di vetro, per tutta l'estate . Il prodotto che si ottiene, uno sciroppo profumato, viene poi aggiunto al mosto di uve rosse durante il periodo della vendemmia, avviando così una lenta fermentazione che può durare fino a 12 mesi . Questa versione è comunemente chiamata "vino di visciola" .

Nella zona di Pesaro e Urbino, che coinvolge le comunità montane del Montefeltro, del Catria e Nerone e dell'Alto e Medio Metauro, le visciole raccolte a fine giugno vengono invece messe a macerare direttamente nel vino rosso dell'anno precedente, con l'aggiunta di zucchero . Questa macerazione a freddo dura circa quattro mesi, in vasche di acciaio . Il prodotto finale è noto come "visner" . In alcune varianti di questa ricetta, le visciole vengono prima lasciate appassire al sole per alcuni giorni, per sprigionare al meglio i loro aromi .

La produzione di questa bevanda, sebbene apprezzata in tutta Italia, rimane di nicchia e legata al territorio . Il risultato, indipendentemente dal metodo di produzione, è un vino dolce dal colore rosso scuro, intenso e fragrante, da degustare o da dessert . Il suo profilo è caratterizzato da un'alta gradazione alcolica, che si attesta intorno ai 14-15 gradi, e da un sapore che gioca su un piacevole equilibrio tra dolcezza e una sottile acidità .

Il Vino di Visciole è un vero e proprio patrimonio enogastronomico, un'eredità che le generazioni hanno saputo custodire e tramandare, facendone un simbolo della cultura e delle tradizioni delle Marche. Un sorso di questo elisir è un viaggio nel tempo, un racconto di antiche nobiltà e di sapiente laboriosità contadina.


 
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