Ci sono cocktail che
perdonano quasi tutto. Puoi sbagliare leggermente le proporzioni,
usare un gin diverso, cambiare la guarnizione e ottenere comunque un
drink riconoscibile. Poi c'è il Martini.
Il Martini è
un'altra cosa.
È probabilmente uno
dei cocktail più famosi della storia e, allo stesso tempo, uno dei
meno definiti. La sua particolarità non consiste soltanto negli
ingredienti, ma nel fatto che per più di un secolo bartender e
bevitori hanno continuato a modificarlo senza mai riuscire a
stabilire una formula universalmente accettata.
Ed è proprio questa
apparente contraddizione ad averlo reso immortale.
La sua origine è
incerta. Le genealogie più frequentemente citate conducono al
Martinez della California, al cocktail culture di San Francisco della
seconda metà dell'Ottocento e alle prime formulazioni che compaiono
nei manuali dell'epoca. Il problema è che il passaggio dal Martinez
al Martini non è documentato attraverso una singola nascita
ufficiale.
Non c'è una sala
parto del Martini.
C'è un'evoluzione.
Le prime versioni
erano molto diverse dal cocktail che immaginiamo oggi. Il gin poteva
essere un Old Tom, più morbido e leggermente dolce rispetto al
London Dry contemporaneo. Il vermouth poteva essere dolce, spesso
accompagnato da bitter e maraschino. Il risultato apparteneva a una
cultura del cocktail nella quale dolcezza, spezie e aromi avevano un
ruolo molto più importante.
Poi il gusto cambiò.
Il vermouth dry
prese il posto di quello dolce. Il London Dry Gin diventò
progressivamente il riferimento. Le proporzioni si spostarono verso
una maggiore presenza del distillato.
Ed è qui che
comincia la vera storia del Martini moderno.
Perché il Martini
non ha mai smesso di cambiare.
Una proporzione 1:1
produce un Martini molto più ricco di vermouth, quello che oggi
viene generalmente definito Wet Martini. Spostandosi verso 3:1 si
entra in un equilibrio più asciutto. 5:1 accentua ulteriormente il
gin. Da lì si può arrivare a proporzioni ancora più estreme, nelle
quali il vermouth diventa quasi una presenza simbolica.
E a quel punto
qualcuno potrebbe chiedere: qual è quella giusta?
La risposta più
onesta è: dipende da quale Martini vuoi bere.
Questo è uno dei
pochi casi in cui la domanda "qual è la ricetta originale?"
rischia di essere meno interessante della domanda "che cosa
voglio ottenere nel bicchiere?".
Il Martini è
diventato personale.
Anche la tecnica
contribuisce alla sua identità.
La preparazione
tradizionale prevede normalmente il mixing glass e lo stir, cioè la
miscelazione con ghiaccio attraverso una rotazione controllata. Il
risultato è un cocktail freddissimo, limpido e con una diluizione
relativamente controllata.
Poi è arrivato
James Bond.
"Shaken, not
stirred" ha trasformato una preferenza tecnica in una delle
frasi più celebri della cultura popolare. Ma il Martini agitato
nello shaker non è semplicemente lo stesso cocktail preparato più
velocemente.
Lo shaker aumenta
l'agitazione e modifica la diluizione e la consistenza del drink. Può
produrre un risultato diverso da quello ottenuto con lo stir.
E va benissimo.
Il problema nasce
soltanto quando si confonde la preferenza personale con una legge
universale.
Lo stesso vale per
la guarnizione.
Oliva o twist di
limone?
È una domanda che
può sembrare marginale, ma non lo è affatto. Gli oli essenziali
della scorza di limone modificano immediatamente il profilo
aromatico. L'oliva introduce invece una componente salina e grassa
completamente diversa.
E poi arriva il
Dirty Martini, nel quale la salamoia dell'oliva entra direttamente
nel cocktail.
Oppure il Gibson,
con la cipollina sottaceto.
Il Martini diventa
così una famiglia di cocktail costruita intorno a un'idea comune.
E forse è proprio
questa la sua caratteristica più affascinante: non è un monumento
immobile, ma un territorio.
Naturalmente
esistono punti fermi.
Il bicchiere a coppa
è diventato talmente associato al Martini da finire per dare il
nome, nell'immaginario comune, a un'intera categoria di cocktail. Ma
il bicchiere non definisce da solo il drink: mettere qualsiasi
cocktail in una coppa Martini non lo trasforma magicamente in un
Martini.
Poi c'è la
temperatura.
Qui, invece, non c'è
molto da discutere.
Un Martini deve
essere molto freddo.
Il ghiaccio non
serve soltanto a raffreddare. Serve anche a diluire. E la diluizione
non è un incidente da evitare a tutti i costi: è una parte
essenziale della preparazione.
Gin e vermouth
appena versati nel mixing glass non sono il cocktail finito.
Sono gli
ingredienti.
Durante lo stir, una
parte dell'acqua del ghiaccio entra nel drink, abbassa la gradazione
alcolica percepita, modifica la consistenza e permette agli aromi di
integrarsi.
Eliminare
completamente la diluizione significa spesso ottenere un cocktail
aggressivo e sbilanciato.
Il Martini
apparentemente minimalista è quindi un esercizio di controllo.
Pochi ingredienti
significano che ogni ingrediente conta moltissimo.
Se prepariamo un
cocktail con dieci componenti, un errore piccolo può perdersi nella
complessità. Nel Martini, dove abbiamo essenzialmente gin, vermouth
e, se previsto, bitter o garnish, ogni variazione diventa
immediatamente evidente.
Anche il vermouth
merita attenzione.
È un vino
aromatizzato e fortificato, non un distillato. Una volta aperta la
bottiglia, l'ossidazione ne modifica progressivamente le
caratteristiche. Per questo il vermouth aperto va conservato in
frigorifero e consumato in tempi ragionevoli.
È un dettaglio che
può sembrare insignificante.
Non lo è.
Un Martini preparato
con una bottiglia di vermouth dimenticata per mesi in credenza può
essere completamente diverso da quello immaginato dal bartender.
E questo ci porta al
cuore del problema.
Il Martini è uno
dei pochi cocktail nei quali il bevitore può diventare quasi
ossessivo nel controllo della preparazione.
Quanto gin?
Quanto vermouth?
Quale gin?
Quale vermouth?
Stir o shake?
Quanto tempo?
Quanto ghiaccio?
Oliva o limone?
Una o più olive?
Salamoia oppure no?
Eppure, dopo aver
costruito tutto questo apparato di regole, rimane una verità
piuttosto semplice.
Il Martini non è
stato creato per essere studiato come una formula matematica.
È stato creato per
essere bevuto.
La tecnica serve a
ottenere un risultato. Non è il risultato.
Se qualcuno
preferisce un Martini 5:1, non sta necessariamente sbagliando. Se un
altro lo preferisce 1:1, non sta necessariamente bevendo un cocktail
inferiore. Stanno cercando esperienze diverse.
Naturalmente un
bartender può preparare male un Martini. Un drink troppo caldo,
eccessivamente diluito, privo di equilibrio o costruito con
ingredienti deteriorati può essere tecnicamente difettoso.
Ma entro una certa
zona di equilibrio esiste una quantità enorme di spazio per la
preferenza personale.
Ed è questo che
rende il Martini diverso.
È un cocktail
talmente semplice da lasciare pochissimo spazio per nascondere gli
errori e talmente aperto alle interpretazioni da rendere impossibile
stabilire una sola versione definitiva.
Forse è proprio per
questo che è diventato un'icona.
Non perché abbia
trovato una formula perfetta.
Ma perché, dopo più
di un secolo, continua a permettere a chi lo beve di dire: "Questo
è il mio Martini."