C’era una volta una bottiglia polverosa, dimenticata in fondo al mobile bar, accanto al bitter mai aperto e alla bottiglia di maraschino ereditata da un parente scomparso. Quella bottiglia era il vermouth. Simbolo di un’epoca in cui l’aperitivo era un rituale austero e il “vermutino” delle cinque un appuntamento con la tradizione. Poi arrivarono gli anni Settanta, gli aperitivi frizzanti, i cocktail frullati e il vermouth finì nell’oblio, relegato al ruolo di comprimario in qualche Negroni mal fatto.
Oggi, quella bottiglia non è più polverosa. È tornata in primo piano, lucida e orgogliosa, e sta vivendo una seconda giovinezza che ha dell’incredibile. Il vermouth, il re degli aperitivi italiani, è redivivo. E non è solo una moda passeggera: è una vera e propria rinascita culturale, che unisce il gusto per la tradizione a una nuova consapevolezza del bere.
Il 2026 segna un anniversario significativo per questa bevanda: il vermouth compie ufficialmente 240 anni . La data di nascita è fissata al 1786, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega vicino a Piazza Castello a Torino, ebbe l’intuizione di addizionare del Moscato di Canelli con un’infusione di erbe e spezie . L’invenzione fu geniale: il vino aromatizzato che creò, inizialmente concepito come “vino medicinale”, divenne rapidamente una bevanda alla moda, apprezzata prima dalla corte sabauda e poi dalla borghesia torinese .
Il nome deriva dal tedesco Wermut, che significa assenzio (Artemisia absinthium), l’erba che costituisce l’ingrediente caratterizzante e obbligatorio di questa bevanda . Un dettaglio che racconta di radici profonde, che affondano addirittura nell’antichità: già greci e romani aromatizzavano il vino con erbe e resine per renderlo più gradevole .
Dopo un lungo periodo di crisi, iniziato negli anni Settanta, il vermouth ha conosciuto una forte riscoperta a partire dal 2010 . Il motore di questa rinascita è stata la voglia di riscoprire i prodotti artigianali autentici, le ricette originali, i metodi di produzione lenti e rispettosi delle materie prime .
A testimoniare questo entusiasmo ci sono i numeri. A fine febbraio 2026 si è tenuta a Torino la terza edizione del Salone del Vermouth, ospitata nella splendida cornice del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano a Palazzo Carignano . L’evento ha visto la partecipazione di 30 espositori e oltre 6mila presenze, con un ricco programma di degustazioni, masterclass e un fuorisalone diffuso in tutta la città .
L’interesse per il vermouth non si limita più al solo Piemonte. Al Salone di quest’anno è stato presentato, tra gli stand, “Il Vermouth del Citto”, il primo vino liquoroso toscano a base di Sangiovese, a dimostrazione di come questa rinascita stia contaminando positivamente anche altre regioni italiane . Anche storiche aziende vitivinicole come la Tenuta San Felice, nel cuore del Chianti Classico, hanno lanciato il loro Vermouth Rosso artigianale in edizione limitata, prodotto con un IGT Toscana e botaniche selezionate .
Cosa c’è dietro questa riscoperta? La risposta è nella qualità. Oggi, accanto ai grandi marchi storici come Carpano, Cinzano e Martini & Rossi (fondata nel 1863), sono nate o rinate piccole realtà produttive che hanno riportato in auge i metodi tradizionali . Si parla di “mastri vermuttieri” che selezionano le erbe, le raccolgono nel periodo giusto e le lasciano macerare per i tempi corretti .
Il processo produttivo, ancora oggi, non è cambiato molto rispetto a due secoli fa: le erbe, le spezie, le scorze e i fiori vengono fatte macerare in grandi vasche; si aggiunge il vino (almeno il 75%, secondo il disciplinare UE) e poi zucchero e alcol per rendere la bevanda più rotonda . La gradazione alcolica si attesta generalmente tra il 16° e il 18°, un grado perfetto per incontrare il gusto delle nuove generazioni che cercano bevande di carattere ma a bassa gradazione .
Nel 2017 è nato anche un disciplinare a tutela del Vermouth di Torino I.G., che prevede vino 100% italiano, l’uso di artemisie piemontesi e altri fattori restrittivi che ne garantiscono l’autenticità .
La rinascita del vermouth passa anche attraverso la riscoperta dei modi tradizionali di berlo. I puristi lo amano “liscio”, servito a 12 gradi con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e una buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere . In Piemonte, l’ordine classico è “vermouth di Torino, rosso o bianco, con ghiaccio” .
Ma il vermouth è anche, e forse soprattutto, l’ingrediente base di cocktail storici che hanno fatto la storia della mixology mondiale . Il Negroni (vermouth rosso, bitter e gin), l’Americano (vermouth bianco, bitter e soda), il Manhattan (vermouth dolce, bourbon e angostura) e il Dry Martini (vermouth dry e gin) sono solo alcuni dei classici che oggi impazzano nei cocktail bar di tutto il mondo .
A Torino, poi, c’è un cocktail che porta la città nel nome: il Milano-Torino, o Mi-To, che unisce vermouth e bitter in parti uguali .
Il vermouth non è solo una bevanda da bere, ma anche un ingrediente da gustare a tavola. L’abbinamento più classico è con il cioccolato, specialmente quello torinese: un rituale urbano che unisce due eccellenze della città .
Per l’aperitivo, si accompagna perfettamente con i sapori salati e grassi: acciughe al verde, giardiniera, tramezzini, grissini lunghi . Il vermouth rosso, con le sue note speziate e amarognole, esalta i formaggi stagionati e i salumi. Il bianco, più floreale, si sposa meglio con formaggi cremosi e canapé delicati . E per finire, un abbinamento sorprendente: il vermouth rosso artigianale, con la sua dolcezza equilibrata e le note di arancia e vaniglia, è ideale anche a fine pasto con cioccolato fondente o addirittura con il panettone .
La rinascita del vermouth non è solo una questione di gusto, ma anche di stile. È il ritorno a un’idea di aperitivo come momento conviviale, lento, fatto di chiacchiere e di piccoli riti . È il piacere di ordinare un “vermutino” al bancone di un caffè storico, di scoprire un nuovo produttore artigianale, di mescolare con cura un Negroni.
A Torino, città natale di questa bevanda, l’esperienza può diventare un vero e proprio viaggio. Si può partire da Caffè Mulassano in Piazza Castello per un primo assaggio, proseguire verso gli specchi di Baratti & Milano in Galleria Subalpina, e concludere al Quadrilatero Romano da Vermuttino, una piccola bottega dedicata a degustazioni e vendita . Per i più appassionati, c’è la possibilità di visitare Casa Martini a Pessione o il Museo Carpano all’Eataly Lingotto, e persino partecipare a laboratori per creare il proprio vermouth personalizzato .
Oggi, a 240 anni dalla sua nascita, il vermouth non è più una bottiglia dimenticata. È tornato a essere protagonista, simbolo di un’eleganza senza tempo e di un piacere semplice e autentico. Redivivo, appunto. E si torna a bere classico.
