sabato 14 dicembre 2024

Un’epopea al profumo di anice (e di limone): i 152 anni di Pallini

 


Chiunque abbia ordinato un caffè “corretto” in un bar romano ha, senza saperlo, reso omaggio a una storia iniziata in un piccolo borgo abruzzese più di un secolo e mezzo fa. Il Mistrà, quel liquore all’anice secco e trasparente che trasforma un espresso in un rito laico della capitale, è solo uno dei capitoli di un’epopea familiare che si snoda attraverso cinque generazioni, due guerre mondiali, un trasferimento nella Città Eterna e una silenziosa conquista dei mercati globali. L’azienda di cui parlo è la Pallini, fondata nel 1875 ad Antrodoco, un paese di confine tra Lazio e Abruzzo, da un commerciante di tessuti che non immaginava certo di dare vita a uno dei marchi più iconici della liquoristica italiana contemporanea.

La genesi di questa vicenda imprenditoriale è, a suo modo, esemplare di un’epoca in cui l’iniziativa privata poteva ancora costruire imperi partendo da un banco di mercato. Nicola Pallini, nato a Civitella del Tronto da una famiglia di pastori e contadini, aveva cominciato a quindici anni come mercante ambulante di stoffe e castagne, imparando a leggere da autodidatta – un lusso per pochi, nell’Italia postunitaria. Fu questa fame di conoscenza e di crescita a spingerlo, appena ventenne, ad aprire ad Antrodoco l’Antica Casa Pallini, un emporio dove si vendevano tessuti pregiati, semi e, cosa destinata a cambiare il destino della famiglia, liquori prodotti artigianalmente seguendo antiche ricette domestiche. Era il 1875, dieci anni dopo l’Unità, e Nicola aveva appena sposato Concetta Egidi: due eventi che avrebbero dato vita a una dinastia.

Il vero salto di qualità avvenne nel 1922, quando Virgilio, figlio di Nicola, trasferì l’azienda a Roma, vicino al Pantheon. Fu in quegli anni che la distilleria cominciò a produrre in proprio, e il Mistrà – un liquore secco all’anice – divenne rapidamente un marchio di famiglia, il compagno ideale per “correggere” il caffè espresso, un’abitudine romana che non ha mai smesso di essere attuale. Gli anni Trenta videro l’ingresso nella compagine familiare della terza generazione, i nipoti Nicola jr e Giorgio, e il consolidamento della reputazione di Pallini come produttrice di liquori all’anice di altissima qualità. Ma fu nel 1962, in piena epoca del boom economico, che l’azienda compì un’altra scelta strategica decisiva: lasciò il centro storico di Roma per trasferirsi in via Tiburtina, in un’area industriale che avrebbe permesso l’espansione degli stabilimenti e l’incremento della produzione. Due anni dopo, nel 1964, arrivò l’esclusiva per la produzione della Sambuca Romana, un nuovo liquore all’anice che, grazie all’abilità di Virgilio Pallini jr – giornalista televisivo prima di diventare capo delle esportazioni – conquistò rapidamente il mercato americano.

E qui si innesta un altro capitolo, forse il più sorprendente della storia Pallini. Alla fine degli anni Novanta, l’azienda riscoprì una ricetta antica che Giorgio Pallini aveva ereditato dalla moglie, signora Casella: un limoncello preparato secondo la tradizione familiare di lei, che prevedeva l’uso dei limoni Sfusato della Costiera Amalfitana, raccolti a mano senza pesticidi né fertilizzanti chimici. Fu una svolta. Il Limoncello Pallini, lanciato sul mercato con un nuovo packaging curato, divenne in pochi anni il prodotto di punta dell’azienda, scalando le classifiche internazionali fino a diventare, nel 2024, il limoncello più venduto al mondo sia in volume sia in valore, con oltre un milione di litri distribuiti in più di quarantacinque paesi. Oggi l’export rappresenta il 78 per cento del fatturato, che nel 2024 ha raggiunto i 24,5 milioni di euro, con un incremento del 12,5 per cento rispetto all’anno precedente. L’azienda è presente in settanta mercati, tra cui Repubblica Ceca, Serbia, Messico, Brasile, Argentina, Cile, India e Filippine – una capillarità che pochi concorrenti possono vantare.

Ma l’anice non è stato dimenticato. Nel 2010, per celebrare i 135 anni della fondazione, Pallini ha lanciato la Sambuca 313, una formula rinnovata con aggiunte di bacche di sambuco, cannella e cardamomo, confezionata in una bottiglia serigrafata che ha vinto numerosi premi internazionali. E oggi, mentre l’Amaro Formidabile – lanciato nel 2023 – sta conquistando i mercati oltreoceano, lo storico Mistrà si prepara a un restyling che lo modernizzerà senza alterarne l’identità, mantenendo intatta quella riconoscibilità che da cento anni lo rende “l’unico modo per correggere un caffè”.

Il 2025 è stato un anno di celebrazioni importanti. A maggio, Pallini ha tagliato il traguardo dei 150 anni dalla fondazione con un grande evento a Roma, e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha emesso un francobollo celebrativo per l’occasione – un riconoscimento che pochi marchi privati ricevono e che testimonia il ruolo dell’azienda come ambasciatrice dell’italianità nel mondo. Alla guida c’è oggi Micaela Pallini, quinta generazione e prima donna presidente di Federvini, che ha ereditato un’eredità ponderosa e l’ha trasformata in un progetto globale senza tradire le radici. E mentre si guarda al futuro – con nuove acquisizioni e prodotti pronti a debuttare – il profumo dell’anice e del limone continua a raccontare la storia di un sogno cominciato in un piccolo emporio di provincia, dove le stoffe si vendevano accanto alle bottiglie di liquore fatte in casa.





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