Il 25 gennaio ricorre, al di là dell’Atlantico e ormai anche in molte altre latitudini, il National Irish Coffee Day, celebrazione ufficiosa ma ormai radicata di una delle poche grandi invenzioni della miscelazione calda del Ventesimo secolo . A differenza del Negroni o del Manhattan, nati nei primi decenni del Novecento nelle vivaci atmosfere dei caffè europei e americani, l’Irish Coffee appartiene a una generazione più recente e a una geografia più periferica: quella dell’Irlanda rurale degli anni della seconda guerra mondiale, quando un aeroporto sperduto sulle sponde dell’estuario dello Shannon divenne involontaria culla di una leggenda liquida .
La versione più accreditata, sostenuta da molteplici fonti e dalla tradizione orale del luogo, colloca la nascita della bevanda nell’inverno del 1942 (alcune cronologie parlano più precisamente del 1943) presso il ristorante dell’aeroporto di Foynes, piccolo scalo sulla rotta atlantica degli idrovolanti . Qui lavorava come capo cuoco Joe Sheridan, figura che i resoconti descrivono come un uomo pratico e dal gesto generoso . Una notte di maltempo, un volo diretto in America fu costretto a tornare indietro dopo ore di turbulenza, lasciando i passeggeri infreddoliti, irritati e provati . Sheridan, forse mosso da quel senso dell’ospitalità che l’Irlanda ha eretto a tratto distintivo, decise di non limitarsi a servire il solito caffè nero. Versò in una tazza del whiskey irlandese – si narra un Paddy o un Tullamore Dew, certamente non uno Scotch torbato – aggiunse caffè bollente e zucchero, e completò l’opera con uno strato di panna montata così densa da galleggiare senza mescolarsi . La leggenda vuole che un passeggiò, stupito, chiedesse: "Ma è caffè brasiliano?". Sheridan, con quel candore che solo i miti fondativi sanno regalare, rispose: "No, è caffè irlandese" .
Per quasi un decennio, l’Irish Coffee rimase una specialità locale, conosciuta dai pochi viaggiatori che attraversavano lo Shannon. La sua ascesa planetaria iniziò nel 1952, quando lo scrittore e giornalista di viaggi del San Francisco Chronicle Stanton Delaplane, durante uno scalo, lo assaggiò e ne rimase talmente folgorato da decidere di importarlo negli Stati Uniti . Giunto a San Francisco, si presentò al Buena Vista Café, un locale storico sull’Hyde Street che guarda la baia, e sfidò il proprietario Jack Koeppler a riprodurre quella magia . Il problema, presto scoperto, era tutt’altro che banale: la panna, in California, affondava rovinosamente nel caffè, invece di rimanere a galleggiare in superficie . Koeppler passò notti insonni a sperimentare, modificò il tipo di caffè, la gradazione del whiskey, la temperatura dei liquidi. Alla fine, la soluzione giunse da un’intervista insospettabile: il sindaco di San Francisco, che era anche proprietario di un caseificio, suggerì di utilizzare panna invecchiata 48 ore. La leggera acidificazione naturale ne aumentava la viscosità, permettendo al grasso di resistere al calore del caffè senza rompersi . Il 10 novembre 1952, il Buena Vista servì il suo primo Irish Coffee americano. Il resto è storia: Delaplane scrisse un articolo entusiasta sul Chronicle, e la bevanda divenne in poche settimane un fenomeno di culto.
Da allora, la ricetta IBA (International Bartenders Association) si è stabilizzata su proporzioni precise: bicchiere in vetro spesso preriscaldato, 50 ml di whiskey irlandese (mai bourbon o scotch, pena la perdita della dolcezza cerealiota), 120 ml di caffè nero caldo, un cucchiaino di zucchero (possibilmente di canna, che si scioglie meglio e dà una nota calda) e 50 ml di panna fresca fredda, montata appena prima di essere versata con cautela sul dorso di un cucchiaio . Il trucco finale, quello che distingue l’autentico Irish Coffee da una semplice tazza di caffè corretto, è l’assoluto divieto di mescolare: la panna funge da isolante termico e da filtro olfattivo, e il piacere sta nel far passare il caffè caldo e il whiskey attraverso lo strato freddo e dolce.
Oggi il Buena Vista Café serve circa duemila Irish Coffee al giorno, e la giornata del 25 gennaio è diventata l’occasione per riscoprire una bevanda che racchiude in sé molti paradossi: è un cocktail caldo in un’epoca che preferisce i long drink ghiacciati, è una creazione irlandese resa celebre dagli americani, è una ricetta estremamente semplice che però pochi sanno eseguire con la necessaria disciplina. Ma forse, come spesso accade nei grandi classici della gastronomia, il fascino dell’Irish Coffee non sta tanto negli ingredienti, quanto nella storia che li accompagna: quella di un cuoco che in una notte di tempesta volle scaldare il corpo e l’anima di viaggiatori lontani da casa, e ci riuscì con quattro elementi che l’Irlanda gli offriva gratuitamente: whiskey, caffè, panna e l’intelligenza di metterli insieme nell’ordine giusto.
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