martedì 17 dicembre 2024

L'intelligenza del pasticcere: come un avanzo di tuorli divenne un'icona italiana


La storia del Vov, liquore a base di uova che da quasi due secoli scalda le serate invernali e accompagna i dopocena, è una di quelle narrazioni che la retorica pubblicitaria ama definire "geniali", ma che in realtà possiedono il fascino più autentico dell'invenzione nata dalla necessità. L'intuizione del pasticcere padovano Gian Battista Pezziol, nel 1845, non fu il frutto di una ricerca di laboratorio, ma di una constatazione empirica tanto semplice quanto dirompente: la preparazione dei torroni, la sua specialità, richiedeva grandi quantità di albumi, lasciando un'esuberanza di tuorli che lo spreco, in un'epoca in cui il cibo era una risorsa preziosa, non poteva tollerare . Mescolando quei tuorli con zucchero, Marsala e alcol, Pezziol diede vita a uno zabaione liquoroso che, per le sue proprietà energetiche e il suo sapore avvolgente, ebbe un successo immediato, tanto da varcare presto i confini regionali e conquistare persino la corte di Vienna .

Il nome stesso, "Vov", è un piccolo capolavoro di marketing ante litteram: contratto del dialettale "vovi", che significa uova, è un palindromo monosillabo che suona come il verso di un volatile, evocando con immediatezza l'ingrediente principale . Un'identità così forte che, come hanno osservato gli storici dell'alimentazione, il Vov è uno dei rari casi in cui il prodotto industriale ha preceduto la diffusione della ricetta casalinga, e non il contrario: fu solo dopo che il liquore Pezziol invase le case e i bar italiani che le massaie cominciarono a riprodurlo in casa, generando un'imitazione che era, di fatto, un omaggio . La bottiglia cilindrica in vetro bianco, divenuta poi un'icona del design popolare italiano, e l'etichetta che ancora oggi riporta il profilo della Basilica di Sant'Antonio a testimonianza della sua origine padovana, ne hanno fatto un oggetto di culto, capace di attraversare le generazioni e le mode .

La parabola del Vov, del resto, è anche una storia di adattamento e di resistenza. Durante la Seconda Guerra Mondiale, le sue riconosciute proprietà ricostituenti lo trasformarono in un alimento per le truppe, tanto che il liquore venne ribattezzato VAV2, acronimo di Vino Alimento Vigoroso, e confezionato in contenitori di cartone pressato per essere più facilmente trasportabile sul fronte . Nel secondo dopoguerra, con il boom economico e la diffusione del turismo invernale, il Vov trovò una nuova e inaspettata consacrazione: sulle piste da sci, mescolato con brandy e panna montata, divenne il "bombardino", un cocktail caldo che ancora oggi è il rito collettivo delle baite alpine . Un caso emblematico di come un prodotto, nato come liquore da meditazione, abbia saputo reinventarsi come drink conviviale, conquistando nuove generazioni di consumatori che magari non ne conoscono la storia, ma ne apprezzano il gusto e la capacità di riscaldare le serate più fredde.

Oggi, dopo passaggi di proprietà che hanno portato il Vov sotto il controllo del gruppo Molinari, il liquore all'uovo di Padova continua a rappresentare un pezzo di storia italiana, un'eredità gastronomica che parla di un'Italia artigiana, capace di trasformare uno scarto in un tesoro e di costruire un'icona duratura con la semplice, geniale, combinazione di uova, zucchero e vino . In un'epoca ossessionata dalla riduzione dello spreco alimentare, la storia di Pezziol appare più attuale che mai, e il suo Vov, con il suo sapore di zabaione e di memoria, rimane il monumento a un'Italia che sapeva fare di necessità virtù.

Cesio Endrizzi




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